Per l’alluvione aiuti lenti e scarsi. Mentre continua l’esodo di massa

di Claudio Magliulo

18 agosto 2010

Lentamente, gli aiuti iniziano ad arrivare al Pakistan stremato e a mollo da due settimane. Finora però è arrivato circa un terzo dei 460 milioni richiesti dall’Onu per far fronte all’emergenza sul breve periodo, la metà dei quali nella giornata di ieri. Ma è solo una piccola parte di quanto si stima potrà costare rimettere in piedi il paese: le prime stime erano di 1,7 miliardi di dollari; ieri l’ambasciatore del Pakistan presso le Nazioni Unite, Zamir Akram, ha alzato la cifra a «qualcosa nell’ordine dei 2,5 miliardi di dollari». La Banca mondiale ha offerto circa 900 milioni di dollari, principalmente dalla riconversione di progetti già iniziati, ma ne ha finora erogati una percentuale molto ridotta. Anche l’Italia ha fatto la sua parte, con un milione di euro e la cancellazione del debito pakistano, circa 100 milioni di euro. Soldi virtuali, che non potranno fornire cibo, riparo o acqua potabile ai milioni di sfollati. Le prime stime del governo pakistano parlano di oltre 700mila abitazioni distrutte, in decine di migliaia di villaggi spazzati via dall’acqua. Più di un terzo del territorio pakistano è sommerso, un’area pari all’Italia continentale. Tra i 15 e i 20 milioni di persone sono sfollati, oltre il 10% della popolazione. Sott’acqua sono il Punjab e le pianure del Sindh, a sud: il granaio del paese, quasi un milione e mezzo di acri di terra coltivata. L’inondazione minaccia la semina di metà settembre, avvicinando lo spettro di una crisi alimentare. Inoltre manca l’acqua potabile. Un paradosso solo apparente, che è già costato la vita a dieci persone, morte di dissenteria – lo riferivano ieri giornali pakistani. Tra queste alcuni bambini che avevano bevuto acqua non potabile, pur trovandosi dentro campi profughi allestiti per l’emergenza. La debolezza del Pakistan è anche energetica: le principali raffinerie e centrali termoelettriche sono chiuse fino al ritiro delle acque. Vale a dire che i black-out saranno sempre più frequenti, un’ulteriore difficoltà logistica (oltre ai ponti crollati e alle strade ostruite da fango e detriti) per gli aiuti umanitari. «Il denaro non sta arrivando velocemente quanto vorremmo», ha dovuto ammettere Maurizio Giuliano, portavoce Onu a Islamabad. L’opinione pubblica internazionale, nonostante le rassicurazioni del governo pakistano, teme che gli aiuti finiscano nelle mani di Taliban o funzionari corrotti. Così finora si è tenuta ben lontana dalle spassionate professioni di solidarietà fatte dopo il terremoto che sconvolse Haiti – si pensi agli aiuti paracadutati da Obama, Bertolaso accorso a pontificare sull’inefficienza della macchina americana, la portaerei Cavour inviata dal ministro La Russa. Gli operatori internazionali e le autorità pakistane sono stupiti dalla disparità di trattamento. Ma forse è che la tragedia pakistana non è spettacolare – niente onde di tsunami, la terra non trema – né è stata spettacolarizzata dai media – niente volti di bambini in prima pagina. Così rischia di passare inosservata.

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