Sull’ambiente passo indietro dell’Europa

A Bruxelles e tra le cancellerie di mezza Europa è in atto una silenziosa battaglia che deciderà il nuovo corso della politica energetica e di contrasto al cambiamento climatico dell’Unione Europea. Il 22 gennaio la Commissione dovrà infatti illustrare, tra le altre cose, i nuovi obiettivi per la riduzione delle emissioni di “gas serra” e la quota di energie rinnovabili da raggiungere nel 2030. L’ultimo Pacchetto per il Clima e l’Energia, del 2009, fissava tre obiettivi da conseguire entro il 2020: riduzione delle emissioni di CO2 pari al 20%; quota di energie rinnovabili sul totale prodotto di almeno il 20%; aumento del 20% nell’efficienza energetica. I primi due obiettivi saranno quasi certamente raggiunti e superati (si parla di un 24% di riduzione delle emissioni e di poco più del 20% nella quota di energie rinnovabili), ma la Commissione sembra orientata a non rilanciare.

Guerra di cifre

Al momento si discute, infatti, su un valore di riduzione delle emissioni entro il 2030 che oscilla tra il 35% e il 40%. Il primo chiesto da paesi fortemente dipendenti dai combustibili fossili (come la Polonia) e da alcuni commissari (Antonio Tajani, commissario per l’industria, e Gunther Oettinger, commissario per l’energia, in testa); il secondo caldeggiato dai principali Paesi europei e dal settore dell’energia verde. Il 6 di gennaio i ministri dell’Ambiente di Regno Unito, Francia, Germania e Italia hanno espresso in una lettera la loro “ferma  convinzione” che la prossima bozza della politica europea per l’energia e il cambiamento climatico “debba includere un obiettivo di riduzione dei gas serra di almeno il 40%”. Tre giorni dopo il Parlamento europeo ha approvato una mozione in cui si chiede di fissare obiettivi vincolanti anche per la quota di rinnovabili e l’efficienza energetica (quest’ultima già su base volontaria nella decisione del 2009).
La partita, infatti, si gioca su più tavoli. Se l’inclusione di un obiettivo vincolante per le emissioni sembra abbastanza certa, lo stesso non si può dire per la quota di energie rinnovabili. La Commissione si sta infatti orientando su un obiettivo volontario compreso tra il 24 e il 27%. Gli ambientalisti e i Verdi europei, secondo i quali sarebbe infatti possibile raggiungere anche quota 45% di energie rinnovabili entro il 2030, gridano allo scandalo. La Commissione manca di coraggio, accusano: le cifre proposte, infatti, non sarebbero che proiezioni dell’attuale trend. Ci si limiterebbe, insomma, a fissare un obiettivo che è già a portata di mano. «Un simile approccio incoraggerebbe l’energia nucleare come fonte energetica a bassa emissione di CO2» avverte la Fondazione Heinrich Böll (legata ai Verdi tedeschi), mentre i Verdi sottolineano che «obiettivi chiari e ambiziosi darebbero una certezza degli investimenti da tempo attesa, non solo nel settore energetico, ma anche per l’innovazione industriale in tutta Europa. Una decisione in tal senso non solo assicurerebbe l’efficacia della politica europea sul clima e la sicurezza energetica, ma massimizzerebbe la creazione di ulteriori posti di lavoro nei settori correlati». Mark Breddy, Greenpeace EU, chiarisce: «Gli obiettivi devono essere vincolanti, altrimenti non saranno mai raggiunti».

Sulle energie rinnovabili anche il fronte dei quattro grandi europei è diviso, con la Germania che chiede con forza un valore vincolante e vicino al 30%, e il Regno Unito che invece non vuole sentirne parlare, avendo fatto grossi investimenti sul nucleare e preparandosi a scommettere sullo shale gas. Secondo Business Europe, potente lobby delle imprese europee attualmente presieduta da Emma Marcegaglia, «invece che rafforzarsi reciprocamente, attualmente i tre obiettivi si sovrappongono, causando inefficienze, iper-regolazione e prezzi dell’energia più elevati». In una lettera alla Commissione europea gli industriali chiedono di ponderare attentamente i nuovi obiettivi, per evitare di mettere in ulteriore difficoltà le imprese europee: il 22 gennaio la Commissione dovrebbe presentare anche la sua Comunicazione per una Rinascita industriale europea, in cui saranno delineate indicazioni per invertire il declino e raggiungere l’obiettivo del 20% del Pil derivante da attività manifatturiere. «Sarebbe estremamente dannoso – dicono gli industriali – se la Commissione proponesse contemporaneamente una comunicazione ufficiale su come migliorare la competitività e un pacchetto per il clima e l’energia contenente misure che indeboliscono quell’obiettivo». I paesi Ue sono nei fatti gli unici dell’area Ocse ad aver diminuito le emissioni, in questi anni. E per questo gli industriali europei temono che «gli obiettivi preannunciati dalla Commissione metterebbero ancora una volta l’Unione europea in una posizione troppo avanzata, mentre i suoi concorrenti non hanno finora compiuto sforzi comparabili nello stesso senso».

Crescita o ambiente?

La Commissione ha di fronte un problema complesso. Da un lato l’esigenza, in tempi di ristrettezze economiche per gran parte del continente, di evitare qualunque provvedimento che possa frenare ulteriormente la modesta crescita delle imprese europee. Dall’altro la consapevolezza che gli sforzi per il contrasto al cambiamento climatico sono necessari e non procrastinabili. Secondo la stessa Commissione, alle condizioni attuali e senza sforzi ulteriori, l’Europa riuscirebbe a ridurre le proprie emissioni solo del 44% entro il 2050. Nel rapporto “Trends to 2050”, pubblicato in sordina nel periodo natalizio, la Commissione conferma che bisognerebbe invece avvicinarsi più all’80-95% per scongiurare con certezza che si avverino i peggiori scenari previsti dall’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) nel suo ultimo rapporto sul cambiamento climatico. Se il nuovo obiettivo del 40% attualmente in discussione verrà confermato, l’Unione Europea potrebbe forse ambire a una riduzione dell’80% delle proprie emissioni entro il 2050, una cifra che stando al Ipcc consentirebbe di contenere la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera a 450 parti per milione – soglia che però darà solo un 50% di probabilità di fermare l’aumento della temperatura media del pianeta sui 2°C. Molti scienziati considerano che 350 parti per milione sia la soglia da considerare sicura.
La Commissione Europea sta insomma discutendo una misura già relativamente insufficiente e sembra fare molta fatica a portare a casa un pacchetto di obiettivi che almeno confermi gli impegni assunti finora. A meno di due anni dall’importante vertice sul clima di Parigi, che nel 2015 dovrà decidere una volta per tutte cosa sostituirà il protocollo di Kyoto, con la decisione di mercoledì prossimo l’Unione europea, stanca di fare la prima della classe, potrebbe allargare ulteriormente lo spazio di manovra degli “scettici”, Canada, Australia e Giappone in testa, e minare seriamente gli sforzi fatti finora per contrastare il cambiamento climatico.

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