L’Onu vara l’ennesimo intervento: truppe europee in Centrafrica

La Repubblica Centrafricana precipita in una spirale di violenza e instabilità. Due milioni e mezzo di persone a corto di cibo, un milione gli sfollati. L’Unione Europea pronta ad inviare un contingente con la benedizione dell’Onu.

Nemmeno l’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica di garanzia, lo scorso 21 gennaio, è servita a porre un freno alle violenze che da mesi funestano la Repubblica Centrafricana.

Migliaia di case bruciate, interi villaggi e quartieri della capitale spopolati, oltre duemila morti, un milione di sfollati di cui 130mila bambini separati dalle famiglie o rimasti orfani. È questo il bilancio degli ultimi 10 mesi di instabilità politica, e il bilancio si fa più pesante di ora in ora.

La Repubblica Centrafricana, Paese scarsamente popolato dalle ingenti risorse minerarie (decimo produttore al mondo di diamanti), è stata governata per dieci anni da François Bozizé, salito al potere dopo un colpo di Stato e poi confermato nell’incarico dalle elezioni del 2005 e 2011. Nel Dicembre 2012 i ribelli della coalizione Seleka riprendono per la seconda volta le armi, denunciando il mancato rispetto degli accordi di pace da parte di Bozizé (nello specifico l’impegno per una migliore redistribuzione delle risorse). Nel giro di tre mesi conquistano le principali città dell’est e nord del Paese (compresa Bria, importante centro minerario) e infine la capitale. Il leader di Seleka, Michel Djotodja, si auto-nomina Presidente ad interim, ma non è in grado o non vuole impedire l’acuirsi degli scontri tra le diverse fazioni armate in gioco. Il 10 gennaio, nel tentativo di risolvere l’impasse, Djotodja si dimette e vola in esilio in Benin. Viene nominata Presidente ad interim Catherine Samba-Panza, sindaco della capitale Banguì, avvocatessa e attivista per i diritti delle donne.

Nel Paese sono attualmente schierati 3.500 uomini dell’Unione Africana (missione MISCA) e 1.600 militari francesi (missione Sangaris). Un contingente non sufficiente a garantire il mantenimento della pace e il ritorno dell’ordine. Ieri il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha autorizzato l’Unione Europea all’invio di un contingente di appena 600 militari, stimando però in diecimila il numero di uomini necessari per un intervento efficace e chiedendo al governo di transizione di anticipare i tempi delle elezioni previste per l’anno prossimo.

In queste ore i capi delle milizie Seleka, a maggioranza musulmana, stanno lasciando il Paese, mentre le contromilizie Anti-balaka, prevalentemente cristiane, imperversano nei villaggi e quartieri, “vendicando” sui musulmani dieci mesi di violenze di Seleka. Dopo il colpo di Stato del marzo scorso, la già fragile struttura statale centrafricana si è di fatto polverizzata, mentre i capitani di Seleka si spartivano il territorio in sfere di influenza, seminando terrore e sopraffazioni per mesi, soprattutto ai danni della maggioranza cristiana. Ora che Seleka è in rotta in quasi tutto il Paese, i cristiani si stanno vendicando.

Un numero imprecisato di musulmani si è rifugiato nelle chiese cristiane per sfuggire ai miliziani, ma non potranno resistere a lungo. «In molti villaggi le milizie Anti-balaka stanno facendo pressioni o minacciando le chiese perché consegnino i musulmani sfollati che hanno trovato rifugio lì» scrive su Twitter Donatella Rovera, Senior Crisis Response Advisor di Amnesty International, mentre il quartiere musulmano PK-13 di Banguì, in gran parte evacuato negli scorsi giorni,  è stato completamente saccheggiato e parzialmente dato alle fiamme dagli Anti-balaka, sotto gli occhi attoniti dei pochi superstiti, rifugiatisi tra le truppe di MISCA. «Non vogliamo più musulmani in questo Paese. Avremo la nostra vendetta!» gridavano i miliziani.

Secondo Peter Bouckaert, Emergency Director di Human Rights Watch, il contingente francese «sembra essere riluttante ad intervenire. Mi hanno detto che non possono prendere le parti di nessuno, anche quando i musulmani, ora disarmati, vengono uccisi in ritorsione dagli Anti-balaka».

A Bouali padre Xavier-Arnaud Fagba sta dando da giorni rifugio ad oltre 700 musulmani, nella sua chiesa. «Preghiamo perché lo spirito di riconciliazione entri nei nostri cuori e guarisca i nostri cuori» ha detto nella sua omelia alcuni giorni fa, invitando i cristiani presenti a scambiare un segno di pace con i rifugiati. A Bozoum, nel nordovest del Paese, padre Aurelio Gazzera, missionario carmelitano, sta cercando di tenere gli anti-balaka lontani dai pochi musulmani rimasti. «Ogni giorno porto acqua e riso ai musulmani, che sono asserragliati in un quartiere e non possono uscire- racconta a Pagina99- Ma il problema grosso è a Bossentele, dove non sono riusciti a tenere fuori gli anti-balaka, che sono molto pericolosi».

Padre Aurelio, da Cuneo, è in Repubblica Centrafricana dal 1993, sottolinea lo scarso numero dei soldati inviati dall’Unione Africana e il loro scarso equipaggiamento: «Hanno promesso 6mila militari, e ne sono arrivati solo 4mila».

Malgrado l’impegno dei religiosi e delle agenzie umanitarie, il conflitto si trasforma giorno dopo giorno in una resa dei conti inter-confessionale, dietro la quale si nasconde però una lotta  per la gestione delle risorse e il controllo dello Stato.

La storia della Repubblica Centrafricana è una storia di corruzione e accaparramento di risorse pubbliche da parte dei funzionari dei vari governi che si sono succeduti. Il commercio di diamanti rappresenta l’11% delle entrate fiscali totali del Paese, pesantemente dipendente dagli aiuti internazionali. Nel 2008 il governo ha costretto alla chiusura molte piccole e medie aziende artigianali (prevalentemente di musulmani) della lavorazione del diamante, largamente favorendo il suo gruppo etnico, i Gbaya. Una volta giunti al potere, i ribelli della Seleka non hanno fatto di meglio, tanto da indurre le autorità del Kimberley Process (che si occupano di monitorare il traffico di diamanti) a consigliare un bando sulle importazioni di diamanti dalla Repubblica Centrafricana, accusando il governo di Djotodja di utilizzarne i proventi per rimuovere funzionari dal proprio ruolo e finanziare le milizie.

Sulle violenze di questi mesi influisce anche una frattura etnico-sociale che affonda le sue radici nell’arrivo dei musulmani nell’Ottocento. Mercanti, prima, schiavisti poi, hanno lasciato un’impronta duratura sull’est e il nord del Paese. Tuttora il commercio e l’allevamento di bestiame restano prevalentemente appannaggio degli abitanti Peul, a lungo discriminati dal governo centrale di Banguì. Per dieci anni, Sikkikede, il principale centro della regione nord-orientale a maggioranza mussulmana, non ha visto un solo funzionario governativo.

«Tutto ciò che è Stato e nazione nasce dall’iniziativa franco-cristiana incentrata sulla capitale – spiega Louisa Lombardi, ricercatrice in Economia delle Risorse Naturali all’Università di Berkeley-  Gli amministratori centrafricani del sud e dell’ovest inviati nel semi-autonomo nordest, lo considerano territorio occupato da “stranieri”. Di conseguenza poco o nulla si è fatto per decenni per questi “stranieri”, discendenti dei mercanti musulmani venuti dal nord»

La disuguaglianza e la corruzione regnano sovrane, denuncia Bouckaert: «Mentre il 90% della popolazione sopravvive con un pasto al giorno, i politici indossano vestiti eleganti, guidano macchine costose e hanno pasti di tre portate con vino».

La crisi alimentare è in questo momento preoccupante almeno quanto le violenze. Con quasi due milioni e mezzo di persone bisognose di aiuti alimentari e sanitari di base, su un totale di quattro milioni di abitanti, la Repubblica Centraficana ha bisogno di aiuti immediati. Solo ieri i primi camion del World Food Program (ONU) sono riusciti a varcare la frontiera col Cameroon per consegnare le prime razioni.

Mentre il conflitto si trasforma in una sanguinosa faida, il compito della Presidente Samba-Panza è molto arduo. Malgrado l’Unione Europea abbia concordato uno stanziamento di 500 milioni di euro e l’invio di un piccolo contingente militare, il rischio è che non sia abbastanza. Di certo «ci vorranno anni per ricostruire» commenta sconsolato, padre Gazzera.

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