La verde Germania che brucia carbone

Oggi si attende che la Commissione europea decida sul Pacchetto per il clima e l’energia, sotto i riflettori principalmente per gli obiettivi di riduzione delle emissioni e di energia rinnovabile che saranno fissati per il 2030. Ma c’è un altro tema sulla scrivania dei commissari, probabilmente solo in parte affrontato dalla decisione di oggi: la tanto attesa riforma dello schema Ets, ovvero lo scambio dei “diritti di emissione” di anidride carbonica.

Le sette torri della centrale a carbone di Neurath, 30 km a nordovest di Colonia, fumano a meno di 500 metri dalle case del piccolo villaggio di Grevenbroich. Vista dall’altro è solo una macchia bianca che sovrasta le case vicine. La centrale di Neurath è finita di recente sotto accusa da parte di Verdi, ambientalisti e ricercatori perché nel 2012 la sua potenza installata è aumentata da 1800 a 4000 Mw, e con essa il suo consumo di lignite, un tipo di carbone molto diffuso nel sottosuolo tedesco. La “verde” Germania sta infatti incrementando la sua produzione di energia elettrica da carbone: nel 2013 ha raggiunto i 162 miliardi di chilowattora (kw/h), il livello più elevato dalla riunificazione tedesca nel 1990 secondo stime dall’Ageb, un consorzio di associazioni di industrie e istituti di ricerca.

Nonostante le energie rinnovabili in Germania contino ormai per un quarto del totale della potenza installata, nello scorso anno la produzione di energia elettrica da centrali a carbone è cresciuta dello 0,8% e con essa le emissioni di anidride carbonica del paese. Ma nel 2013 la Germania ha battuto anche un altro record, quello delle esportazioni di energia, arrivate a quota 33 miliardi di kw/h. «In pratica 8 giorni su 10 la Germania ha esportato più energia di quanta ne abbia importata» ha spiegato di recente a Der Spiegel Patrick Graichen, analista energetico di Agora Energiewende. Il consumo di carbone è anch’esso cresciuto dalle 224 milioni di tonnellate del 2009 alle 238 del 2012.

Secondo Jochen Diekmann, dell’Istituto tedesco per la ricerca economica, la colpa è tutta (o quasi) del prezzo dei crediti di emissione di CO2 concessi dall’Unione Europea, che nell’ultimo anno si sono mantenuti stabilmente sotto i 5 euro per tonnellata di CO2 emessa, valore sei volte inferiore a quello espresso dal mercato nel 2008 e largamente insufficiente a fare da deterrente alla produzione di energia da fonti fossili ad alta emissione. Anzi, nei fatti l’ha incentivata.

Lo schema di scambio dei diritti di emissione è al capolinea

L’Unione Europea ha lanciato il primo mercato di diritti di emissione nel 2005. Il meccanismo alla base è il cosiddetto cap and trade: le autorità fissano un tetto (cap) alle emissioni di CO2 che ogni azienda vincolata al progetto deve rispettare. Le aziende ed enti partecipanti allo schema contano per il 45% delle emissioni totali in Europa: i requisiti per farne parte sono la dimensione minima e l’appartenenza a uno dei settori chiave (acciaierie, carta, ceramica, trasporto aereo). In corrispondenza del tetto fissato, vengono allocate delle quote o crediti di emissione. Se l’azienda è virtuosa ed emette meno del previsto, può vendere i crediti di emissione non sfruttati (trade). Il presupposto di fondo di questo sistema è ovviamente che il prezzo dei crediti di emissione (in termini di tonnellate di CO2 equivalente) sia tale da spingere le aziende ad adottare tecnologie per ridurre le emissioni e vendere il surplus sul mercato. Questa la teoria.

Lo schema Ets ha avuto finora due fasi. La prima, dal 2005 al 2007, era intesa dalla Commissione come un periodo di prova. I crediti di emissione sono stati allocati in base a proiezioni sui consumi storici, che la Commissione ha chiesto direttamente alle aziende tramite i rispettivi governi, ma le aziende hanno gonfiato i numeri per avere maggiore spazio di manovra. Il risultato è stato che, dopo un primo avvio con vento in poppa, il mercato dei crediti è crollato da un giorno all’altro quando si è diffusa la notizia che non vi era in effetti alcuna scarsità di crediti, essendo il tetto fissato per il 2007 più alto del 8,3% rispetto ai valori 2005.

Per la seconda fase, 2008-2012, la Commissione ha verificato direttamente i valori reali emessi dalle aziende e fissato un tetto del 2% inferiore ai valori del 2005. Troppo poco, secondo gli esperti e gli ambientalisti. In un rapporto inviato alla Commissione nell’ambito delle consultazioni per la fase 3, Friends of the Earth denunciava già nel 2010 che «in 17 Stati membri su 21, incluse Francia, Gran Bretagna e Polonia, il tetto di emissioni per il 2012 è più alto delle emissioni misurate nel 2005. Ansiose di evitare investimenti a breve termine sulla riduzione delle emissioni, le industrie hanno condotto un lobbying estremamente efficace contro obiettivi più alti e stringenti».

Il principale argomento sulla base del quale una parte dell’industria europea si è opposta, con successo, a limiti più stringenti, è il rischio di carbon leakage: in sostanza la preoccupazione che una legislazione troppo dura sulle emissioni avrebbe indotto le aziende a spostarsi in altri contesti geografici più flessibili. Una preoccupazione per la quale non vi sono al momento riscontri fattuali, ma che ha in ogni caso indotto la Commissione ad attribuire crediti di emissione gratuiti a metà dei 258 settori industriali a rischio di carbon leakage.

Risultati deludenti

I risultati ottenuti dal sistema Ets sono deludenti, come conferma la stessa Commissione. Si parla di un surplus di crediti di emissione accumulatosi negli ultimi quattro anni e che supera ormai i due miliardi. Una cifra stratosferica, pari al tetto fissato per l’intero anno 2013.

La responsabilità principale è certamente della crisi economica. Dal 2008 a oggi le emissioni sono cadute del 10% quasi esclusivamente a causa della minore produzione industriale. Lo illustra efficacemente un grafico della European Environment Agency, in cui il trend delle emissioni e della produzione sono confrontati, divisi per settori industriali. In tutti i casi le emissioni sono calate meno che proporzionalmente rispetto alla produzione o al consumo.

Le emissioni dunque non sono calate grazie allo schema Ets: e se questo ha dato risultati deludenti è principalmente perché il mercato dei crediti di emissione è un mercato fittizio, dipendente in toto dalle decisioni della Commissione in merito ai tetti, quote e criteri di allocazione dei crediti,

Attualmente circa metà di tutti i crediti di emissione sono infatti allocati gratuitamente alle aziende (che però poi li possono vendere), una quota che andrà a calare progressivamente fino al 2020, gradualmente sostituita dal sistema delle aste. È una forma di sussidio nei fatti, sostiene l’International Centre for Trade and Sustainable Development, che comporta, tra i tanti costi-opportunità, quello di un’allocazione di risorse pubbliche che potevano essere destinate ad altro (incentivi all’occupazione, servizi sociali, difesa dell’ambiente).

I prezzi della tonnellata di CO2 sono scesi in modo drammatico e restano largamente insufficienti a indurre alcun cambiamento nelle tecnologie e nelle strategie industriali. Da molti mesi il prezzo oscilla intorno ai 5€ per tonnellata di CO2. Stime prudenziali indicano in almeno 30-35€ il prezzo minimo sopra il quale a un’azienda che emette molto conviene prendere misure concrete per ridurre le proprie emissioni. Al prezzo attuale, anche se sembra paradossale, alle aziende nel settore energetico tedesco (ma non solo) conviene ampliare vecchie centrali a carbone e aprirne di nuove, complice anche un prezzo del carbone ai minimi, emettere di più e pagare i crediti per le emissioni in eccesso piuttosto che investire in energie più pulite. Persino le centrali a gas stanno diventando economicamente meno vantaggiose rispetto a quelle alimentate a carbone.

A questa convenienza economica si aggiunge la possibilità per le aziende che emettono oltre il tetto fissato di compensare lo sforamento (carbon offset) finanziando un progetto di sviluppo e compensazione delle emissioni nel Sud del mondo, come stabilito dal protocollo di Kyoto. Un sistema a cui i Paesi europei hanno ricorso con frequenza, se secondo Thomson Reuters Point Carbon nel periodo 2013-2020 avranno accumulato un surplus di oltre 4 miliardi di tonnellate di CO2.

Riformare o abolire?

Per tutte queste ragioni, nel dicembre scorso il Parlamento europeo ha approvato una misura straordinaria, detta “backloading”, con cui un terzo dei crediti che sarebbero stati allocati nell’arco dei prossimi tre anni (circa 900mila) vengono momentaneamente congelati per cercare di alzarne il prezzo e aumentare quindi l’incentivo a ridurre le emissioni. Ma è chiaro che non basta.

La Commissione Europea ha discusso a lungo di una riforma strutturale del sistema Ets, mentre gran parte delle organizzazioni della società civile e degli osservatori sostengono che il commercio dei crediti di emissione sia semplicemente da abolire perché dispendioso e inutile, anzi controproducente.

L’annuncio di oggi deluderà i critici, però. La Commissione ha deciso di sviluppare un meccanismo di stabilità con cui ritirare una parte dei crediti dal mercato in caso di eccesso di offerta, per controllare le fluttuazioni del prezzo. Un meccanismo che entrerà comunque in vigore con la “quarta fase” nel 2021, prolungando il sistema Ets fino al 2030.

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