Petrolio, uranio e basi militari. Il Grande Gioco africano

La Francia interviene ancora una volta in Africa occidentale per una missione di peace-keeping. Disinteressato impegno della ex-potenza coloniale o piuttosto il segnale che il nuovo Grande Gioco per il controllo delle risorse del continente sta entrando nel vivo? 

La crisi in Repubblica Centrafricana non accenna a risolversi e ancora una volta tocca ai francesi intervenire, ufficialmente per evitare “un altro Ruanda”, per la quarta volta nel giro di tre anni in un Paese africano.

Francia gendarme d’Africa

Nel marzo 2011 il presidente Sarkozy promuove e ordina la partecipazione delle forze armate francesi all’intervento Nato in Libia, con gran dispiego di mezzi. Come per gli altri paesi coinvolti nell’intervento, la Francia aveva ed ha interessi nell’estrazione del petrolio e del gas libici tramite il colosso degli idrocarburi Total.

Giorni dopo l’inizio dell’intervento in Libia, le forze francesi stazionate in Costa d’Avorio dal 2002 e il contingente Onu vengono trascinati in una guerra civile lampo tra i lealisti del presidente Laurent Gbagbo, appena sconfitto in elezioni disputate (la Commissione elettorale ne decreta la sconfitta, ma la Corte Suprema ribalta il risultato), e i sostenitori del neo-eletto Alassane Ouattara, appoggiato da Parigi e comunità internazionale. Dopo giorni di scontri, le forze speciali francesi schiacciano le ultime difese di Gabgbo e ne consentono l’arresto.

Nel gennaio 2012, pochi mesi dopo la morte di Muammar Gheddafi e la fine delle operazioni Nato in Libia, alcuni gruppi di separatisti e ribelli nel nord del Mali avviano una campagna contro il governo. L’organizzazione più rilevante è il Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad, regione settentrionale arida ma ricca di risorse, in particolare oro nella zona di Kidali e petrolio a nord di Timbuctu, dove si trova il vasto giacimento petrolifero di Toudeni. Progressivamente, però, gruppi jihadisti vicini ad al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi) si uniscono alla sollevazione e infine ne assumono il controllo sostanziale, decisi ad applicare la sharia nella zona “liberata”. Nel frattempo il governo viene rovesciato da un colpo di Stato militare ad un mese dalle elezioni. Ma anche la giunta militare non riesce ad impedire la presa di alcune delle principali città, inclusa Gao.

Ad ottobre 2012 viene chiesto aiuto alla comunità internazionale. Una risoluzione Onu approva l’invio di un contingente guidato da forze dell’Unione Africana, ma la reazione alla crisi da parte dei governi africani è molto lenta. I qaedisti respingono i tuareg dell’Mnla (nel frattempo alleatesi con il governo contro la minaccia jihadista e in cambio di autonomia per l’Azawad) e avanzano pericolosamente verso sud. I francesi intervengono il giorno successivo, progressivamente respingendo i ribelli sempre più a nord con l’aiuto dell’esercito ciadiano. Malgrado le forze qaediste siano state in larga parte sconfitte, il paese resta sull’orlo della crisi.

Nell’autunno-inverno 2013-2014, infine, la crisi in Repubblica Centrafricana esplode in tutta la sua virulenza, conducendo all’ennesimo intervento francese nel paese, legato all’ex-potenza coloniale da un trattato di difesa.

Al momento le forze francesi in Africa ammontano ad oltre 10mila uomini (tre quarti dei militari in missione all’estero), duemila dei quali di stanza nella grande base di Gibuti e gli altri divisi in vari contingenti dal Senegal, al Mali, al Ciad, al Camerun, alla Costa d’Avorio e, ora, in Repubblica Centrafricana.

infographiecentrafrique

La mappa degli interventi militari francesi, tuttavia, e quella delle risorse naturali (principalmente uranio e petrolio) considerate strategiche per la sicurezza energetica di Parigi si sovrappongono con una precisione che non lascia spazio a dubbi circa le motivazioni strategiche e geopolitiche del rinnovato interesse dell’ex potenza coloniale per la Françafrique.

La Francia produce al momento il 75% della sua energia da centrali nucleari. Le centrali sono alimentate ad uranio, di cui pochi posti nel mondo sono ricchi a sufficienza per consentire uno sfruttamento economicamente conveniente dei bacini. Uno di questi è il Niger, da cui Areva, il gigante del nucleare francese, estrae il 20% del suo uranio. Gli altri sono la Repubblica Centrafricana, dove Areva ha investito circa 100 milioni di euro nello sviluppo della miniera di Bakouma, nel sud del paese, e il Gabon, produttore dal 1960 al 1999 e dove continuano le esplorazioni per ulteriori bacini uraniferi.

Il Grande Gioco: la conquista cinese dell’Africa

Ma i francesi non sono i soli ad avere interessi strategici in Africa. In questo momento la vera protagonista del gioco è la Cina, che da oltre quindici anni ha avviato una aggressiva quanto discreta campagna acquisti nel continente. Nell’ultimo decennio gli scambi commerciali tra Africa e Cina sono passati dai 9 miliardi di dollari del 2000 ai 160 del 2011: Pechino pesa ormai per il 15% delle esportazioni totali africane, un numero che continua a crescere. Tra il 2005 e il 2010 si sono registrati investimenti diretti cinesi nel continente per un valore di 44 miliardi di dollari. Solo in America Latina i cinesi hanno investito di più (60 miliardi di dollari nello stesso periodo).

Gli interessi della nuova potenza in ascesa vanno dalle miniere di uranio, oro, diamanti e altre pietre preziose ai pozzi petroliferi, dalle infrastrutture al legno delle foreste congolesi e gabonesi, al rame ed altri metalli. Al momento la Cina ricava oltre un terzo del suo petrolio dall’Africa, principalmente da Angola e Sudan (Nord e Sud) e le diverse compagnie di Stato cinesi (CNOOC e Sinopec, in particolare) stanno scalzando le grandi multinazionali occidentali un barile alla volta.

I cinesi, d’altronde, hanno molto da offrire rispetto ai competitor americani ed europei. Intanto un potenziale afflusso di liquidi e prestiti a tassi praticamente inesistenti (l’Angola, ad esempio, ha ricevuto almeno 10 miliardi di dollari dal 2005 ad oggi) e senza richiedere onerosi aggiustamenti strutturali, come è prassi della Banca Mondiale. In secondo luogo i cinesi costruiscono strade, porti, aeroporti, edifici governativi, finanche residenze private di presidenti e intere città, in parte per facilitare il trasferimento delle risorse estratte, in parte come partita di giro nell’ambito degli accordi di sfruttamento. Infine la Cina non si intromette negli affari interni dell’Africa, non fa pressioni sui regimi dittatoriali perché rispettino i diritti umani e indicano libere elezioni. Anzi, su questo punto i cinesi continuano a reagire con fastidio alle intromissioni di Usa ed Europa, bollandoli senza mezzi termini come atteggiamenti colonialisti.

La Cina sta cercando più o meno apertamente di allontanare il punto di sbocco finale delle risorse dal golfo di Guinea, ancora dominato da Francia, Regno Unito e Stati Uniti, in favore della costa kenyana. In ballo anche la costruzione di due grandi oleodotti, uno dall’Angola, l’altro dal Sudan, che convoglino l’oro nero nell’hub di Lamu (un progetto da 25 miliardi di dollari, tre aeroporti internazionali, 32 moli, una raffineria e 1.500 km di strada ferrata  avviato dal governo kenyano e di cui la Cina si è già aggiudicata la fetta più consistente).

L’Africa sta dunque diventando rapidamente uno dei principali teatri di un nuovo Grande Gioco su scala globale. Con il Medio Oriente sempre meno sicuro e l’Asia centrale in continua destabilizzazione, le risorse del sottosuolo africano diventano di anno in anno più determinanti. Secondo l’International Energy Agency la domanda di energia continuerà a crescere a ritmo sostenuto, e almeno il 65% di questa crescita sarà imputabile all’Asia, con la Cina che nel 2035 avrà una domanda di energia superiore a quella di Stati Uniti ed Europa messi insieme.

Energy demand and global growth IEA 2013

Gli Usa scaldano i droni

Gli Stati Uniti, intanto, distratti per dieci anni dalle due guerre in Iraq e Afghanistan e dall’ossessione monotematica del terrorismo, stanno lentamente realizzando che i mandarini di Pechino hanno riempito tutti buchi della loro strategia, fino a minacciarne progressivamente l’egemonia non solo nel Pacifico (dove è ormai in atto un confronto a bassa intensità e a distanza tra i due dirimpettai) ma anche in America Latina e in Africa.

A differenza della Francia, gli Stati Uniti non hanno un grande dispiegamento di forze sul terreno, fatta eccezione per i militari di stanza nella base ex francese di Camp Lemonnier a Gibuti (circa 3mila) e alcuni piccoli contingenti di forze speciali tra la Repubblica Centrafricana e la Repubblica Democratica del Congo, ufficialmente dispiegati per dare la caccia a Joseph Kony, il sanguinario leader del Lord Resistance Army.

E se la retorica ufficiale è ancora quella della caccia ai terroristi di al-Qaeda, nelle stanze del Dipartimento di Stato si sta facendo strada la consapevolezza che bisogna mettere in campo qualche pedina in più, se si vuole «rientrare nel gioco», per usare le parole del segretario di Stato John Kerry. Da qui la creazione, in tutta la fascia equatoriale africana, di una costellazione di minuscole e semi-nascoste basi (Foreign Policy ha realizzato una mappa su Google Maps), molte delle quali ospitano droni che possono servire a monitorare il Sahel dove si nascondono i terroristi di Aqmi, ma anche a tenere sotto controllo i progressi cinesi e ad esercitare un ruolo chiave nei conflitti presenti e future che dilaniano il continente. Basteranno questi timidi dispiegamenti di forze, che vanno ad aggiungersi ai numerosi accordi di cooperazione tecnica e militare con quasi tutti gli Stati dell’Africa centrale e occidentale, per fare lo sgambetto alla Cina? La nuova fase del Grande Gioco è appena iniziata.

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