Birmania. I rohingya perseguitati finiscono nelle mani dei trafficanti

Mohammed Einous ci ha messo otto giorni per recuperare i soldi del suo riscatto. I trafficanti di esseri umani lo tenevano segregato nel nord della Malesia, in attesa che la famiglia di Mohammed in Birmania pagasse i duemila dollari richiesti. Alla fine i genitori del diciannovenne hanno venduto la casa di famiglia per 1600 dollari e preso in prestito il resto. La storia di Einous, raccontata agli attivisti dell’ong Arakan project e alla Reuters è solo una delle tante storie di birmani rohingya che, cercando di sfuggire le persecuzioni e discriminazioni in patria, sono finiti dritti tra le braccia dei trafficanti di esseri umani.

La situazione della minoranza rohingya in Birmania è tra le peggiori del mondo, secondo le Nazioni Unite.

Divieto di contrarre matrimonio senza autorizzazione, limite di due figli per coppia e divieto di rapporti extraconiugali, restrizioni alla libertà di movimento, cittadinanza negata. Sono solo una parte delle politiche discriminatorie che il governo birmano applica ai loro danni. Secondo un recente rapporto della ong Fortify Rights, che ha diffuso una serie di ordini esecutivi ufficiali classificati approvati tra il 1993 e il 2008, «le autorità statali e centrali si sono rese responsabili di crimini contro l’umanità».

I rohingya sono una popolazione di religione musulmana e lingua bengalese. Percepiti come “stranieri” dalla maggioranza buddista e birmana, dal 1982 sono di fatto apolidi, in base alla legge sulla cittadinanza del paese. Nel corso degli anni sono stati numerosi gli atti di violenza ai loro danni, perpetrati da estremisti buddisti, spesso con l’aiuto o la connivenza delle autorità e della polizia locale. Una discriminazione di stato che ha portato il governo ad espellere Medici senza frontiere dallo stato del Rakhine, dove l’ong gestiva nove cliniche e forniva assistenza sanitaria itinerante alle comunità rohingya, accusando l’organizzazione di discriminare positivamente queste ultime ai danni della maggioranza buddista e di etnia rakhine.

In Birmania i rohingya sono 800mila, ma altrettanti vivono fuori dal paese: 200mila rifugiati solo nei campi profughi del Bangladesh. L’80% è analfabeta e, secondo le stime di Arakan project, almeno il 60% dei bambini non è mai stato iscritto a scuola.

Stranieri in patria, i rohingya fuggono dai porosi confini birmani solo per diventare facile preda di trafficanti senza scrupoli. Sono infatti centinaia i rohingya tenuti prigionieri nel nord della Malesia come Einous. La Malesia rischia di finire a pari merito con la Corea del Nord nella classifica dell’impegno contro il traffico di esseri umani stilata ogni anno dal Dipartimento di Stato Usa, ma anche i paesi vicini non ne escono meglio. In Thailandia la marina militare è stata infatti accusata di catturare i profughi rohingya rivendendoli ai trafficanti o abbandonandoli in alto mare, mentre il Bangladesh mantiene i servizi nei campi profughi al minimo per timore di ulteriori ondate migratorie.

Il ritiro ufficiale della giunta militare, la liberazione del premio Nobel Aung San Suu Kyi e l’inizio di un governo semi-civile dopo la timida riforma costituzionale del 2008 non sembrano aver mutato l’atteggiamento della Birmania nei confronti delle minoranze. I principali megafoni dell’odio anti-musulmano e anti-rohingya sono i buddisti del movimento 969 guidato dal monaco Ashin Wirathu, secondo il quale i musulmani mettono in pericolo l’identità buddista birmana con una crescita demografica insostenibile. Un argomento fatto proprio anche dai funzionari dello stato ma smentito da uno studio dell’università di Harvard, condotto su dati dello stesso governo birmano.

«I funzionari del governo vivono l’esistenza stessa dei rohingya come una minaccia alla propria identità buddista e al proprio stile di vita- spiega a Pagina99 Matthew Smith, direttore di Fortify Rights- Hanno i dati ma li ignorano deliberatamente, perché sono guidati da una sorta di paura irrazionale». Secondo Smith il primo passo dovrà essere l’abolizione di queste politiche, anche se «ci vorranno decenni per mettere davvero fine a questa discriminazione».

Nel giro di un anno e mezzo in Birmania si terranno nuove elezioni, e stavolta la Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi potrebbe infine conquistare la maggioranza. Smith sottolinea però il silenzio dell’icona dei diritti umani sulla questione rohingya, attribuendolo ad un calcolo di realismo politico e sottolineando che nessuno dei rappresentanti eletti ha finora preso posizione sul tema, «un segnale triste e preoccupante».

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