La rivolta dei minatori sudafricani

Sono passati due mesi, ma lo sciopero dei minatori sudafricani del platino non accenna a concludersi.

Le posizioni non potrebbero essere più distanti. Da un lato l’Association of mineworkers and construction union (Amcu) chiede un forte aumento del salario minimo: 12.500 rand, più del doppio rispetto al salario attuale. Dall’altro, le tre compagnie minerarie che operano nella “cintura del platino” – Lonmin, Anglo-American Platinum ed Impala Platinum- hanno proposto un aumento del 9%. Com’era prevedibile, le trattative si sono interrotte la settimana scorsa e per il momento non sono in agenda altri incontri.

Il Sudafrica produce il 60% del platino mondiale, un metallo estremamente prezioso il cui prezzo attuale sui mercati è di 45 dollari al grammo, in calo costante rispetto al picco di 60 dollari registrato nell’estate 2011. Stando alle compagnie la minore domanda del minerale, usato principalmente per l’assemblaggio di motori catalitici e la produzione di gioielli, è ciò che impedirebbe offerte più generose nelle trattative con i sindacati. Eppure le condizioni di vita dei minatori sudafricani sono pessime, come sottolineato recentemente dall’Ilo, e richiederebbero interventi immediati per garantire sicurezza sul posto di lavoro, tutela sanitaria e sicurezza alimentare.

Nei fatti questa non è “solo” una vertenza sindacale come un’altra. Joseph Mathunjwa, presidente dell’Acmu, ne ha esplicitato il valore simbolico richiamando la strage di 44 minatori in sciopero a Marikana. «Le nostre richieste vengono dal sangue tra i monti di Marikana- ha detto recentemente Mathunjwa – Non possiamo tornare indietro». Quello sciopero si concluse poi con un aumento senza precedenti dei salari pari al 22% e una spaccatura mai sanata tra i sindacati ufficiali, spesso più in linea con le posizioni del governo che con quelle dei lavoratori, e la più aggressiva Acmu. A Marikana le prime violenze iniziarono con il ferimento a colpi d’arma da fuoco di due minatori per mano di delegati della National Union of Mineworkers (Num), il sindacato “ufficiale”. Ora la Num e la Cotasu, la federazione dei sindacati sudafricani, fanno appello alle forze di polizia perché interrompano con la forza lo sciopero e cercano di erodere il consenso dell’Acmu tra i lavoratori.

Secondo le stime della Chamber of Mines sudafricana (associazione che rappresenta gli interessi delle compagnie minerarie) lo sciopero è costato finora oltre nove miliardi di rand (quasi un miliardo di dollari) in mancati introiti alle compagnie minerarie, ed oltre quattro miliardi di rand in guadagni mancati alle decine di migliaia di lavoratori coinvolti. La perdita per il “sistema paese” sarebbe di 400 milioni di rand al giorno.

Stime probabilmente esagerate e che né Pagina99 né altri hanno potuto verificare, ma che alludono alle difficoltà che i lavoratori in sciopero stanno affrontando: due mesi senza stipendio stanno costringendo la gran parte dei lavoratori a ricorrere a microprestiti o allo strozzinaggio per poter mangiare; metà dei lavoratori, vista la durata dello sciopero, sono tornati ai propri villaggi per vivere di sussistenza. Al contrario le compagnie minerarie hanno stock di platino già estratto per svariate settimane e disponibilità finanziarie relativamente vaste per affrontare la crisi: l’Anglo-American, la più grande delle tre compagnie, ha dichiarato nel 2013 entrate complessive per 33 miliardi di dollari ed ha una capitalizzazione di mercato vicina ai 70 miliardi di dollari.

A un mese e mezzo dalle elezioni, lo sciopero sta diventando una patata bollente per il presidente Jacob Zuma, al quale vengono contestati gli sforzi insufficienti sul fronte della disuguaglianza, a vent’anni dalla fine dell’apartheid. Zuma, che si trova nell’occhio del ciclone per un nuovo scandalo di corruzione (avrebbe usato oltre 200 milioni di rand di denaro pubblico per migliorie alla sua residenza di Nkandla), accusa l’Acmu di voler destabilizzare il suo governo, rifiutandosi di prendere le parti dei lavoratori, mentre i sondaggi danno l’Anc in forte calo.

Questa lunga crisi ha dunque tre soluzioni possibili. Nel primo caso il governo potrebbe decidere di intervenire con forza nella questione e risolvere l’impasse. Nel secondo caso il sindacato e le compagnie finiranno per trovare da soli un accordo, sulla scorta di quanto accaduto dopo i fatti di Marikana. Nel terzo caso lo sciopero finirà inevitabilmente per sfaldarsi, non potendo i lavoratori permettersi di non ricevere lo stipendio ancora per molto. Il braccio di ferro, però, si annuncia ancora lungo.

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