Negri e altre bestie. La rievocazione di uno “zoo umano” fa discutere l’Europa

Nell’estate del 1914 un gruppo di 80 senegalesi furono trasportati ad Oslo e vissero per 5 mesi all’interno di un villaggio di capanne, offrendo spaccati di vita in Africa ai visitatori della Fiera per il centenario della Costituzione norvegese.

Cent’anni dopo, in occasione del bicentenario, i due artisti Lars Cuzner e Mohamed Ali Fadlabi hanno ricevuto un finanziamento di 100mila euro dal governo norvegese per ricostruire quell’esibizione. Obiettivo: far luce su un pezzo dimenticato di storia della Norvegia e provocare un dibattito sui lasciti culturali del colonialismo e sul razzismo ai giorni nostri. «La nostra tesi è che quel messaggio di superiorità razziale sia sempre presente, solo in una forma diversa: non più su base etnica, ma etica ed economica» ha spiegato a Pagina 99 Fadlabi.

L’esibizione aprirà i battenti il 15 maggio, ma ha già generato reazioni contrastanti. In un post molto commentato sul sito del Guardian, l’intellettuale ugandese Bwesigye bwa Mwesigire ha dato voce allo scetticismo di parte dei movimenti anti-razzisti nei confronti dell’iniziativa: «Può avere un qualche valore artistico la ricostruzione di uno spettacolo così disumanizzante, specialmente in un mondo non ancora guarito completamente dal razzismo?». I difensori dell’iniziativa pongono invece l’accento sulla necessità di portare a conoscenza del grande pubblico questi episodi, anche per sfatare il mito dei “norvegesi buoni”.

Cuzner e Fadlabi non realizzeranno una replica identica dello zoo umano del 1914: «Impossibile farlo, se non altro per assenza di informazioni riguardo al villaggio originale. Questo incidente è stato spazzato via dalla memoria collettiva: sono stati necessari quattro anni di ricerche per ricostruire i pochi dettagli che conosciamo ora». La partecipazione dei figuranti sarà comunque volontaria e non retribuita, la loro provenienza geografica ignota agli organizzatori. Quanto al resto, l’invito dei due artisti è di «aspettare l’inaugurazione dell’esibizione per farsi un’opinione del progetto».

Gli “zoo umani” non sono un’esperienza solo norvegese, ma si diffondono in tutta Europa a partire dagli anni ’70 dell’Ottocento. Nel 1874 il rivenditore di animali esotici Karl Hagenbeck decide di esibire nei suoi zoo dei samoani e dei lapponi. Visto il successo dell’iniziativa, due anni dopo invia un emissario in Sudan per trasportare, insieme agli animali della savana, anche un gruppo di nubiani. Il successo di pubblico è travolgente.

Tra il 1877 e il 1912 una trentina di “esibizioni etnologiche” vengono realizzate al Giardino zoologico di Parigi, toccando l’apice in occasione dell’Expo del 1889 (quella in cui viene presentata per la prima volta la torre Eiffel), che comprende tra le tante attrazioni un intero “villaggio negro” con 400 figuranti “indigeni”. L’Esposizione coloniale del 1931 attira a Parigi ben 34 milioni di visitatori nell’arco di sei mesi.

«La volontà di degradare, umiliare e ridurre allo stato animale l’altro, ma allo stesso tempo di glorificare la Francia e le sue imprese d’oltremare, è pienamente sostenuta e trasmessa dalla grande stampa, che mostra ai colonizzatori degli “indigeni” sfrenati, crudeli, accecati dal feticismo e assetati di sangue» scrivono Nicolas Bancel, Pascal Blanchard e Sandrine Lemaire in un articolo su le Monde Diplomatique dell’agosto 2000 che per la prima volta riscopre l’esistenza di tali zoo.

A partire dalla fine dell’800 anche gli Stati Uniti saranno della partita, mostrando come attrazioni in parchi a tema gruppi di indiani Sioux ed Apache e nativi delle Filippine, appena acquisite dopo la guerra con la Spagna. Zoo umani si sono tenuti anche in Belgio, Paesi Bassi, Spagna, Italia, Polonia. Nel nostro paese il primo zoo umano moderno si tenne durante l’Expo di Torino del 1884. In un libro del 2013, “Umanità in mostra- esposizioni etniche e invenzioni esotiche in Italia (1880-1940)”,  lo storico Guido Abbattista racconta dei sei eritrei provenienti dalla colonia di Assab, che furono ospitati in un villaggio di capanne ricostruito nei padiglioni dell’Expo, incontrarono il re e furono in generale oggetto di un’attenzione mediatica imponente. Altri casi di esibizioni si sarebbero poi moltiplicate, fino alla caduta del fascismo.

Non è una coincidenza, argomentano gli studiosi, che gli “zoo umani” siano nati all’apice della spinta coloniale occidentale e si siano estinti di fatto allorché quell’avventura di conquista si avviava al declino e alla decolonizzazione del secondo dopoguerra.

La prima funzione di queste esibizioni doveva essere infatti quella di giustificare a posteriori la conquista e l’occupazione militare (nonché lo sfruttamento) di vasti territori, alimentando la convinzione che le colonie fossero abitate da razze in qualche modo inferiori a quella bianca, dunque bisognose di una guida illuminata da parte dei benevolenti ed evoluti europei: quello che Rudyard Kipling definì il “fardello dell’uomo bianco”. Dall’abolizione della schiavitù nell’Impero britannico era passata poco più che una generazione, d’altronde.

Gli zoo umani consentivano inoltre di corroborare quel “razzismo scientifico” che a lungo cercò di individuare le cause “scientifiche” e dunque “oggettive” dell’inferiorità di certe razze. Il caso più emblematico di questo approccio è forse quello di Saartje Baartman, giovane Khoi Khoi che fu fatta schiava e in seguito esibita in tutta Europa come “Venere ottentotta”, fino alla sua morte nel 1815. In quel caso alcune delle caratteristiche fisiche della donna (il posteriore prominente, il naso camuso, le grandi labbra più pronunciate della media) vennero considerate una prova dell'”anormalità” degli africani e della loro maggiore prossimità agli altri primati. In alcuni casi i “figuranti” negli zoo umani venivano tenuti in gabbia insieme a scimpanzé, oranghi e altri animali “esotici”. Quasi in nessun caso era loro consentito di  mescolarsi al pubblico o di mostrare alcun segno di “occidentalizzazione”.

All’inizio degli anni ’30, complice la crisi economica, gli zoo umani divennero sempre meno redditizi. La fondazione della Società delle Nazioni implicava il principio dell’uguaglianza tra i paesi e i popoli, mentre le principali potenze coloniali reclutavano da tempo soldati tra le popolazioni colonizzate, adottando un atteggiamento più sfumato nei riguardi dei “nativi”.  L’abbattimento dei costi di trasporto nel secondo dopoguerra, infine, consentì a fette sempre maggiori di pubblico di visitare di persona le tante zone “esotiche” del mondo, mentre gli altri potevano comunque vederle su uno schermo cinematografico.

Cosa è rimasto di quel razzismo, oggi? È questa la domanda posta da Cuzner e Fadlabi, che chiariscono:  «La verità è che l’antirazzismo, così come è oggi, non riesce a stare al passo con il razzismo, che evolve molto velocemente e trova sempre nuove, più sottili, forme di espressione. Perché non vi siano più zoo umani come quello che ricostruiremo, reali o metaforici, bisognerà adeguare la nostra capacità di riconoscere il razzismo anche dove meno ce lo aspettiamo».

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