Riparazioni per la schiavitù. I Caraibi in crisi battono cassa.

Quando cade in prescrizione la schiavitù? Secondo 15 nazioni caraibiche la risposta è “mai”.

I membri della Comunità caraibica (Caricom), hanno infatti approvato un piano per richiedere alle ex potenze coloniali riparazioni per la schiavitù. L’elenco delle richieste in dieci punti comprende le scuse formali da parte europea e il finanziamento di istituzioni culturali per raccontare le storie delle vittime. Ma include anche il diritto al rimpatrio di tutti i discendenti dei dieci milioni di schiavi africani, la cancellazione del debito, l’eradicazione dell’analfabetismo e trasferimenti di tecnologia.

Il problema legale: chi paga?

L’avvocato Martyn Day ha spiegato che l’obiettivo principale dei governi caraibici è di negoziare delle riparazioni con le otto potenze coloniali individuate come responsabili della tratta. Nel caso in cui questi negoziati dovessero fallire si passerà alle vie legali, ma quanto alla cifra che verrebbe richiesta l’avvocato mette le mani avanti: «Non ne ho la più pallida idea, a questo stadio». Le nazioni caraibiche sperano di replicare la causa legale intentata dagli ex-ribelli Mau Mau del Kenya contro il governo inglese, in cui lo studio di Day è riuscito a far sborsare al governo britannico 20 milioni di sterline a favore di 5mila sopravvissuti alla violenta repressione della rivolta negli anni ’50.

Ma nel caso dei Mau Mau, come in quello degli ebrei sopravvissuti all’olocausto cui il governo tedesco e alcune grandi aziende del paese hanno accettato di pagare un miliardo di dollari di compensazioni, le vittime avevano nomi e cognomi ed erano ancora vive per poter testimoniare in tribunale ed esigere giustizia. Cosa succede invece quando il delitto è stato commesso da cinque a due secoli fa, nell’ambito di un sistema di scala mondiale e in assenza di una legge che lo vietasse?

Secondo Franklin Knight, storico della Johns Hopkins University di Washington, la decisione dei governi caraibici non è «né saggia né opportuna. La schiavitù si è conclusa oltre cinque generazioni fa. Invocare una responsabilità diretta degli attuali governi europei vuol dire forzare, e di molto, i limiti della legge».

La questione legale è particolarmente spinosa e genera più domande che risposte. Può il governo di un paese sovrano essere ritenuto responsabile per le politiche consentite o incoraggiate dai propri predecessori alcuni secoli prima? E se nel caso del Regno Unito la continuità costituzionale tra l’Inghilterra di Elisabetta I e quella di Elisabetta II è indubbia, lo stesso non si può dire per la Francia (due rivoluzioni, cinque repubbliche) e altri paesi europei. O sono forse da ritenere responsabili gli eredi degli schiavisti che dalla tratta profittarono e che all’atto dell’abolizione della sciavitù furono indennizzati dal governo di Sua Maestà per un totale di 20 milioni di sterline dell’epoca (315 miliardi di dollari di oggi)? E chi sarebbero i beneficiari? I governi dei paesi la cui popolazione è costituita a maggioranza da discendenti di schiavi liberati? I governi africani che controllano i territori da cui secoli fa alcuni milioni di persone furono rapite o fatte prigioniere da altri africani e poi venduti ai negrieri? I discendenti di quegli schiavi, a loro volta discendenti di bianchi e di indigeni, cinesi, indiani che in quelle isole sono arrivati per le più svariate ragioni mescolando i loro geni e le loro storie alla popolazione afro-caraibica?

La costruzione dell’identità

Le Indie occidentali sono una diaspora di una diaspora, diceva l’intellettuale di origine giamaicana Stuart Hall. Difficile tracciare linee di demarcazione, qui, tra discendenti di schiavi e discendenti di schiavisti. In alcuni casi, quanti è difficile da dire, le due figure convivono nel corpo della stessa persona. Una persona che potrebbe vivere nel quartiere di Croydon a Londra come negli slums di Kingston, Jamaica.

Tra i dieci punti votati dai capi di Stato della Comunità caraibiche c’è anche il rimpatrio dei discendenti degli schiavi. Una richiesta che sembra peccare di una certa miopia storica. Chi sono i discendenti e dove dovrebbero tornare? Tutti gli attuali stati africani nascono infatti dalla spartizione del continente tra le potenze europee avvenuta alla Conferenza di Berlino del 1883 e dal processo di decolonizzazione e liberazione nazionale degli anni ’50 e ’60, secoli dopo l’inizio e decenni dopo la fine della tratta.

«Che diavolo di trambusto,/Confusione e chiasso/Se il mondo intero cominciasse a tornarsene/Da dove il proprio bisnonno se n’era venuto!» scriveva la poetessa giamaicana Louise Bennet in Back to Africa, una delle sue poesie più conosciute.

Anche per Sandro Mezzadra, professore associato di Filosofia Politica all’Università di Bologna e tra i principali esperti di studi postcoloniali in Italia, il problema dell’identità è centrale: «Porre il tema del risarcimento per la schiavitù ha due esiti possibili: il primo è di innescare un effetto domino e aprire complessivamente la questione del ruolo che ha avuto il lavoro forzato nella costruzione della modernità; il secondo è di selezionare una parte di quella popolazione come “privilegiata” perché oggetto della forma più radicale e detestabile di tratta». Il primo degli esiti sarebbe un grande passo avanti per il variegato “movimento delle riparazioni”, che non nasce oggi nei Caraibi, ma che affonda le sue radici nel pensiero critico afro-americano degli anni ’60-’70, negli studi storici di W.E.B. Du Bois, nel movimento rastafariano in Giamaica e negli scritti di alcuni grandi intellettuali originari dei Caraibi come Stuart Hall e Frantz Fanon.

Il movimento per le riparazioni e lo stupro dell’Africa

«Si tratta di un movimento estremamente importante, perché ha ridato una rilevanza politica al tema della schiavitù» sottolinea Mezzadra, riprendendo le tesi di Manning Marable, uno dei più influenti storici afro-americani, che già dieci anni fa scriveva che «quello che le riparazioni fanno è di costringere i bianchi a riconoscere la brutale realtà della nostra storia comune. Le riparazioni forniscono una spiegazione radicata nella storia del continuo fardello dell’oppressione razziale: l’ineguale distribuzione delle risorse economiche, terra e accesso ad opportunià di sviluppo sociale».  Nel suo articolo su Souls, rivista trimestrale di politica, cultura e società nera, Marable chiamava in causa il governo federale americano, che avrebbe la responsabilità di compensare questa privazione di diritti, riassumendo in una frase il nocciolo del problema storico-politico-filosofico: «Le riparazioni trasformano la dinamica del discorso razziale nazionale da una questione di “sussidio” ad una di “restituzione”». Una trasformazione da «vittime» in «creditori», per usare la formula di Martha Biondi, preside del Dipartimento di Studi afroamericani alla Northwestern University, che va ben al di là delle richieste avanzate dalle nazioni caraibiche e spinge l’Europa a riaprire il polveroso fascicolo del suo passato coloniale e schiavista per riconoscerlo come un elemento cruciale della propria ascesa a potenza globale e non come un mero “errore di gioventù”. Si tratta, insomma, di comprendere la natura di quello che W.E.B. Du Bois chiamava “lo stupro dell’Africa” e la sua intima connessione con lo sviluppo di un’economia capitalistica nel Regno Unito e nel resto d’Europa. «La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria». Così Karl Marx ne Il Capitale. In uno dei saggi raccolti nel ricco volume “Sulla linea del colore” (Il Mulino, 2010, a cura e con introduzione di S. Mezzadra), Du Bois sottolinea come la stessa abolizione della schiavitù, approvata nel 1833 da Westminster, non fosse altro che il prodotto di una saldatura di interessi tra gli attivisti abolizionisti e i ricchi capitalisti, per i quali (specie dopo la rivolta e l’indipendenza di Haiti ad inizio secolo) la tratta era ormai diventata un’operazione economicamente poco profittevole:  «La crescente insistenza, in Inghilterra e in America, sulla soppressione del commercio degli schiavi dall’Africa orientale non era pura filantropia. Era, per così dire, una “filantropia più cinque per cento”, ovvero la transizione dal secolo della schiavitù umana in America al secolo dello spostamento del capitale dalle piantagioni di canna da zucchero all’imperialismo coloniale in Africa e Asia».

Le richieste della Comunità caraibica fanno discutere

Il documento approvato dalle nazioni caraibiche e la causa legale ventilata non spuntano dal nulla, ma sono il prodotto di almeno dieci anni di discussioni a livello internazionale sul tema. Per anni gli attivisti del movimento per le riparazioni e i leader di molti paesi dell’Africa e dell’America Latina hanno lavorato per realizzare una conferenza delle Nazioni Unite sul tema della schiavitù, conferenza che si è infine tenuta a Durban nel 2001. Nonostante la plateale uscita di scena dei delegati statunitensi e la feroce opposizione a qualunque accenno al tema delle riparazioni da parte delle nazioni europee, la Conferenza si concluse con un documento in cui per la prima volta 168 paesi concordavano nel definire la tratta degli schiavi un “crimine contro l’umanità”. Da quel momento il dibattito sul tema ha avuto una seconda vita e già alcuni paesi dei Caraibi hanno intentato cause o fatto pressioni perché si cominciasse a parlare di riparazioni: la Giamaica nel 2004 con una causa contro i Lloyds di Londra, la Guyana nel 2007, Antigua e Barbuda nel 2011, Barbados nel 2012.

Il protagonista assoluto di questa nuova puntata, però, è Ralph Gonsalves, primo ministro di St. Vincent e Grenadine, un piccolo arcipelago parte del Commonwealth britannico. Gonsalves è da gennaio 2014 anche il presidente della Comunità caraibica e su questo piano d’azione e potenziale causa legale ha puntato molto. Alcuni critici dicono troppo. «La richiesta di riparazioni non è forse una mera distrazione dalla miriade di significativi problemi economici, politici e sociali di St. Vincent?- si chiede Paul Lewis, leader ambientalista e uno dei volti della società civile isolana- O si richiede agli inglesi di pagare per gli enormi progetti di sviluppo infrastrutturale del primo ministro e del suo partito?».

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St. Vincent e Grenadine è un paradiso fiscale il cui export principale, se si escludono yacht e barche di lusso registrate in loco per motivi fiscali (ufficialmente oltre l’80% dei 128 milioni di dollari di export), si riduce alle banane e a poco altro. Una grande dipendenza dal capitale del turismo e una forte vulnerabilità ai disastri climatici che ha messo in forte difficoltà il paese. 255 milioni di dollari di debito estero, pari al 68% del Pil e al 140% del budget annuale. Gonsalves, al potere da 13 anni con il suo partito socialista vicino al Venezuela bolivariano, deve confrontarsi anche con un calo di consenso fortissimo e con una serie di scandali che hanno funestato la sua amministrazione, l’ultimo legato alla nomina di suo figlio Camillo, papabile successore al “trono”, alla carica di senatore (che a St. Vincent è una carica non elettiva).

Il primo ministro di St. Vincent e Grenadine è il più acceso sostenitore del piano per le riparazioni, cui dichiara di voler dedicare il resto della sua vita, ma i dati economici di tutta l’area indicano una forte sofferenza: il servizio totale sul debito estero è raddoppiato dal 2001 al 2011, mentre il Pil, complice la crisi in Europa e Stati Uniti, è crollato dal +6% del 2006 al -2% del 2009 e solo ultimamente ha dato qualche segnale di ripresa.

debito caraibi

«Temo che l’iniziativa della Comunità caraibica sia un modo per attirare l’attenzione altrove, lontano dai problemi domestici, scaricando la colpa delle proprie mancanze su qualcun altro, gli europei, gli schiavisti – ha detto a Pagina99 il prof. Knight- Un modo troppo comodo di affrontare il problema». Secondo Knight l’idea di una causa legale distoglie l’attenzione da quanto andava invece fatto: «convocare una conferenza di tutte le nazioni caraibiche non per identificare un nemico esterno su cui scaricare la colpa delle proprie difficoltà, ma per discutere di cosa fare per migliorare le condizioni dei propri cittadini».

Se quindi l’iniziativa della Comunità caraibica sembra, almeno in parte, scontare un tempismo sospetto, il problema di riconoscere il significato e la portata devastante della tratta degli schiavi è vivo ed urgente, nel momento storico in cui l’egemonia occidentale declina inesorabilmente e si conclude quel ciclo iniziato quasi cinque secoli fa con la scoperta dell’oro guineano da parte dei portoghesi.

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