Petrolio, uranio e basi militari. Il Grande Gioco africano

La Francia interviene ancora una volta in Africa occidentale per una missione di peace-keeping. Disinteressato impegno della ex-potenza coloniale o piuttosto il segnale che il nuovo Grande Gioco per il controllo delle risorse del continente sta entrando nel vivo? 

La crisi in Repubblica Centrafricana non accenna a risolversi e ancora una volta tocca ai francesi intervenire, ufficialmente per evitare “un altro Ruanda”, per la quarta volta nel giro di tre anni in un Paese africano.

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La peste della cassava

di Claudio Magliulo

4 Giugno 2010

Un virus sta divorando a crescente velocità le coltivazioni di cassava nell’Africa Centrale. Lo hanno chiamato «brown streak», per le tracce di colore bruno che lascia nella candida pasta del tubero, rendendolo immangiabile. La cassava, altrimenti conosciuta come yucca o manioca, è un tubero a pasta bianca dalle lunghe radici, che riveste un ruolo chiave nell’alimentazione dei contadini africani e non solo. Più di 800 milioni di persone se ne servono come alimento principale in 3 continenti, e in Paesi come Angola, Repubblica democratica del Congo, Ghana, Tanzania, il consumo supera i 200 chili l’anno pro capite. In certe zone è pressoché l’unico alimento reperibile. Resiste bene alla siccità, non è difficile da coltivare, e anche se non particolarmente nutriente, riempie molto bene lo stomaco. Per le sue virtù questa pianta è coltivata come «cibo di riserva» in diverse aree dell’Africa equatoriale: può essere estratta dal terreno in un periodo che va dagli 8 ai 24 mesi, il che la rende l’alimento perfetto per compensare le frequenti carestie che si abbattono sulla zona. Il Programma alimentare mondiale e il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, agenzie della galassia Onu, hanno investito ingenti risorse, negli ultimi anni, nella promozione della cassava come strumento di lotta alla fame, e anche alla povertà. La maggior parte dei coltivatori di questo tubero, infatti, sono piccoli contadini che consumano solo una minima parte del raccolto per le proprie esigenze, vendendo il resto al mercato. La cassava è un alimento jolly. Dalla lavorazione delle sue radici si ottiene una farina molto utilizzata nella preparazione di alimenti molto diffusi come il «lafun» nigeriano, strisce di radice essiccate al sole, o il «chickwange», ottenuto con l’impasto delle radici fermentate, e poi intinto nell’olio di palma. Con il suo amido si producono colla, medicinali, dolcificanti. E da qualche anno, con la corsa al rialzo nel prezzo del petrolio, la cassava è diventata materia prima promettente per la produzione di bio-carburanti.Attualmente il virus, che rende inservibile la cassava anche per l’alimentazione animale, ha colpito più della metà delle coltivazioni sulla costa della Tanzania e nella zona attorno al lago Vittoria. Se dovesse attraversare il bacino del fiume Congo e diffondersi in Nigeria, principale produttore, le conseguenze potrebbero essere gravissime. La fondazione di Bill e Melinda Gates ha appena investito 22 milioni di dollari per promuovere una campagna di informazione ai contadini, con l’obiettivo di convincerli a tagliare le piante infette e bruciarle. Il commercio di radici, infatti, è la principale via di diffusione del virus, al quale per il momento nessuna varietà di cassava sembra essere immune. Dal 2004 la pandemia si è diffusa ad una velocità sempre crescente, e non si può escludere il rischio di una sua diffusione anche al di fuori del continente africano, trasportata via aereo dalla mosca bianca, riconosciuta come portatrice del virus. Lo scenario è dei peggiori, e viene paragonato alla carestia che colpì la coltivazione di patate in Irlanda alla metà dell’Ottocento, conducendo alla morte per fame circa un milione di persone e costringendone all’emigrazione un numero ancora maggiore. Una bomba umanitaria che rischia di esplodere, aggravando le già precarie condizioni di vita di milioni di abitanti dell’Africa rurale.

Letamaio africano. Nuovo processo per Trafigura

di Claudio Magliulo

2 Giugno 2010

E’ di nuovo sotto accusa Trafigura, discussa multinazionale specializzata nel trasporto di prodotti petroliferi. Questa volta, a trascinarla in tribunale, è stata Greenpeace Olanda. Il processo è iniziato ieri, ma alla corte di Amsterdam non c’era nessun legale per l’azienda anglo-olandese, accusata di aver consapevolmente consentito lo sversamento di rifiuti tossici in alcune discariche nei dintorni di Abidjan, Costa d’Avorio. Con Trafigura sono chiamati alla sbarra l’Autorità portuale di Amsterdam e la stessa città olandese. La storia è squallida quanto banale. Nell’estate del 2006 Trafigura acquista ingenti quantità di «coker nafta», sostanza che, adeguatamente trattata (e ripulita), può essere rimessa in commercio a peso d’oro. Ma il trattamento produce scarti di difficile eliminazione.

La nave cisterna Probo Koala, nella cui stiva viene eseguito il trattamento, si dirige quindi ad Amsterdam, dove tenta di ripulire la stiva. Ma il personale del porto spiega all’equipaggio della nave che, in ragione della particolare tossicità del materiale, il lavaggio delle cisterne sarà più complesso e decisamente più costoso. Troppo. Meglio rivolgersi a un «partner locale», la società Tommy. Nel porto di Abidjan avviene il trasbordo sui camion della Tommy, subito indirizzati in una serie di discariche attigue alla metropoli, dove sversano nottetempo i rifiuti. Già dal mattino la popolazione avverte un tanfo insostenibile, e nelle settimane successive decine di migliaia di cittadini accusano dolori alla testa, agli occhi, vomito e altri disturbi. Muiono in 17.
La Trafigura aveva già affrontato un processo penale in Gran Bretagna, conclusosi lo scorso settembre con un accordo tra le parti. La multinazionale aveva versato circa 1500 dollari a ognuna delle 31mila vittime associate nella class action contro la società. 46 milioni di dollari che si aggiungevano ai quasi 200 già versati al governo ivoriano. Nell’accordo veniva citato un rapporto di esperti indipendenti che negava ogni legame tra le 17 morti e lo sversamento dei rifiuti in terra ivoriana.
Ma altri documenti sostengono l’esatto contrario. Un rapporto prodotto dalle Nazioni Unite indicava forti prove a sostegno di un coinvolgimento diretto e consapevole della multinazionale nello smaltimento illegale. Mentre uno studio confidenziale, il cosiddetto Minton Report, commissionato dalla stessa Trafigura nell’autunno del 2006, sosteneva che nei rifiuti smaltiti fossero presenti sostanze altamente tossiche, in quantità che spiegavano i disturbi denunciati e anche le morti.
Trafigura rifiuta di ammettere qualunque responsabilità nei fatti di Abidjan. Ma il pubblico ministero Luuk Boogert è di altro avviso. Nella sua relazione l’ha accusata di aver «lanciato i rifiuti oltre lo steccato, scaricandoli in un Paese del Terzo Mondo, e in tal modo risparmiando 400mila euro». Ma anche in caso di giudizio sfavorevole, Trafigura rischia una multa di appena 600mila euro. Una frazione ridicola in rapporto al fatturato dell’azienda e a quanto già pagato a Londra per porre fine al precedente processo.