Via dal vento

di Claudio Magliulo

31 marzo 2010

Sull’Appennino tosco-emiliano piovono le proposte di parchi eolici. Complice un regime di incentivazione, i certificati Verdi, che è il più alto d’Europa. Ma i cittadini che vivono e che vivranno all’ombra delle pale non ci stanno. Tra le preoccupazioni più diffuse c’è quella che la vibrazione prodotta dagli aerogeneratori possa nuocere al sistema nervoso, come testimonia la storia di Piero Romanelli, agricoltore. Siamo andati sulle montagne per dare voce a chi pensa a un’energia verde meno invasiva.

Gli aspiranti ortolani a lezione di biologico

di Claudio Magliulo

10 Marzo 2011

A Bologna, patria degli orti urbani comunali, i nuovi ortolani sono ex-impiegati che non hanno mai visto una zappa ma preferiscono il biologico. Con un ciclo di corsi, Coop Adriatica e Pro.ber, forniscono i ferri del mestiere. All’insegna della vita all’aria aperta e della sostenibilità.

I CORSI – La cattiva notizia è che, per la prima volta nella storia, la generazione dei sessantenni non è più capace di coltivare la terra, non lo ha mai fatto né visto fare: i nonni sono meno informati dei nipoti. La buona notizia é che, non avendo un bagaglio di conoscenze acquisite, quando si avvicinano alla terra, i neo-pensionati lo fanno con entusiasmo e apertura mentale, sono più sensibili alla sostenibilità ambientale e al valore della coltivazione biologica.  All’una e all’altra cosa risponde un ciclo di corsi per aspiranti ortolani, organizzati da Coop Adriatica e Pro.ber(Associazione degli operatori biologici e biodinamici) nei principali quartieri della città. In questi giorni al via al quartiere Barca, ad Aprile farà tappa al Pilastro. Requisito essenziale, naturalmente, l’essere assegnatario di un “orto urbano”.
GLI ORTI URBANI – Gli “orti urbani”, piccoli appezzamenti di terra per la coltivazione ad uso domestico, sono di proprietà del Comune, che li assegna a chi ne fa richiesta attraverso una graduatoria. A Bologna sono circa 2700, aggregati in una ventina di aree: dalla Barca al Pilastro al quartiere Porto, centinaia di queste piccole porzioni di terreno sono assegnate ad altrettanti pensionati, 40 mq a testa, circa 40 euro il costo annuale pro capite per la manutenzione e le utenze. Un modo per creare aggregazione e contendere alla televisione e alla briscola il tempo dei nostri padri e nonni. A Bologna l’esperimento è partito da più di 30 anni, ed ormai i primi assegnatari di questi orti hanno passato il testimone ad una nuova generazione di aspiranti ortolani.
NON CI SONO PIU’ I CONTADINI DI UNA VOLTA – Daniele Dall’Ara (Pro.ber) racconta: «La prima ondata di ortolani era per lo più composta da gente che aveva già lavorato la terra, sapevano esattamente cosa fare e come farlo. Naturalmente era assai difficile fare breccia con campagne di sensibilizzazione sul biologico. Ne ho conosciuti che davano l’anticrittogamico chiamandolo “acqua”, invece che veleno!». Da qualche anno, però, i nuovi assegnatari degli orti sono in genere ex impiegati, quasi sempre cresciuti in città, con un titolo di studio medio-alto. Persone che riscoprono tardi l’attaccamento alla terra, e hanno molta voglia di imparare e molta più consapevolezza. Come spiega Germano Piani, ortolano e coordinatore del gruppo Ambiente di Coop Adriatica per la zona Bologna 2, «su 35 iscritti al corso nella zona Barca, solo uno aveva avuto precedenti esperienze di coltivazione. Si tratta di persone molto ricettive e più sensibili ai temi del biologico: vogliono conoscere la composizione dei concimi, si preoccupano per la salute propria e dei propri figli e nipoti». La divulgazione del biologico è infatti tra gli obiettivi principali di questi corsi. In quattro lezioni teoriche e una pratica si affrontano non solo temi classici come il periodo di semina, i cicli lunari, i tempi di raccolta, ma anche come concimare e trattare il terreno con i prodotti giusti nei dosaggi corretti.Un modo per tenere viva l’attenzione sul progetto degli orti urbani, ed evitare l’abbandono. I nonni del 2011, infatti, sono molto più impegnati dei loro colleghi di 20 anni fa: ci sono i nipoti da accudire, spesso per intere giornate, a volte un lavoretto per arrotondare una pensione sempre più magra. Soprattutto manca l’abitudine e la costanza del contadino, che si impara facendo e vedendo crescere i frutti del proprio lavoro. Negli ultimi anni il tasso di abbandono degli orti urbani è cresciuto di molto. E c’è già chi, vedendo un po’ di erbacce qui e là, preferirebbe un parchetto ordinato con panchine e passeggiate per gli anziani. Un “belvedere” recisamente rifiutato dagli ortolani, per i quali quei pochi metri quadri sono una piccola grande gioia.

IL RISCHIO DELL’ABBANDONO – Adriano Fossati, veterano degli ortolani di via Salgari, spiega: «Fino a pochi anni fa c’era la fila per avere un orto comunale. Adesso si possono vedere molti orti abbandonati pieni di erbacce. Di giovani purtroppo ce ne sono pochi…». Le regole per la formazione delle graduatorie di assegnazione privilegiano esplicitamente i pensionati, infatti. Ma un piccolo aiuto, forse inaspettato, arriva dagli immigrati: «L’anno scorso hanno ottenuto l’orto due famiglie di pachistani che abitano qui in via Salgari- racconta il signor Fossati- All’inizio non sapevano dove mettere le mani, anche perché i nostri metodi di coltivazione sono diversi dai loro. Così ognuno di noi ha dato un po’ di consigli e alla fine hanno fatto venir fuori delle piante alte un metro! Dicono che sono l’equivalente dei nostri broccoli…». Le due famiglie di pachistani sono state anche le prime, quest’anno, a versare la quota per l’acqua e la luce.
LE TALPE, E LA DURA TERRA – Attenzione, però, a immaginare gli orti urbani come la nuova panacea contro la “crisi”, o come uno strumento di autosufficienza alimentare. Come spiega il signor Mengoli, ordinato ortolano del Pilastro, «è una perdita, non certo un guadagno. Quando non mangiano tutto le talpe, i prodotti della terra vanno consumati tutti più o meno nello stesso periodo. Si mangiano pomodori per una settimana intera e poi si ricomincia da capo. Ma vuole mettere la soddisfazione?». Una scusa per stare all’aria aperta, quindi, sentirsi utili e magari trasmettere qualcosa ai nipoti che la domenica passano a salutare: questo sono gli orti urbani per quasi 3mila anziani bolognesi. Da adesso, con i corsi di Coop Adriatica, di alcuni centri sociali e dei quartieri, saranno anche uno strumento di diffusione del biologico: «Dopo aver letto le etichette e capito cosa c’è scritto- dice Germano Piani- nessuno vuole più sentir parlare di pesticidi». Parola di ortolano.

Sistemi di garanzia partecipata, per potersi fidare

di Claudio Magliulo

8 gennaio 2011

Un’alternativa c’è, decine di migliaia di produttori la stannoportando avanti nel mondo. Si chiamano Pgs («Sistemi di garanzia partecipata») e rispondono al modello di coltivazione biologica certificata e  orientata all’esportazione, concentrandosi su mercati e comunità locali, filiera corta, fiducia reciproca.

Il problema principale è in effetti la distanza tra produttore e consumatore: se non sai chi ha prodotto quello che stai mangiando, hai bisogno di un organismo terzo che garantisca la qualità del prodotto. Nei Pgs la certificazione classica da enti terzi è sostituita da un controllo mutuo tra pari. L’agricoltore riceve l’ispezione di un comitato composto da altri agricoltori, consumatori, agronomi, che decide se accogliere la richiesta di entrare nel Pgs. Incaso di ok, l’agricoltore partecipa ai mercati locali organizzati dal Pgs.

Cosa garantisce la qualità del cibo ela buona fede del produttore? Un proprio marchio di riconoscimento e la fiducia reciproca: un sistema di controllo sociale garantisce che i «furbi» siano presto esclusi. «La certificazione organica partecipativa – spiega la Red mexicana de tianguìs y mercados organicos– è in effetti un ritorno ai principi filosofici dell’agricoltura organica, quando si pensava a produrre per l’autoconsumo e la comunità, eliminando i costi ambientali del trasporto di prodotti in aree lontane». Non c’è nessun valutatore esterno, che stabilisca l’aderenza del produttore a un corpus di regole fissate altrove e sulle quali il produttore stesso non ha alcun controllo. Le regole, nei Pgs, sono stabilite collettivamente e con la partecipazione di tutti i soggetti della filiera, dal campo alla tavola. Così anche i piccoli e piccolissimi produttori, che non accedono al sistema delle certificazioni perché troppo complicato e costoso, trovano un mercato che valorizzi i loro prodotti.

Gli araldi del nuovo modello sono ai quattro angoli del mondo: Rete Ecovidain Brasile coinvolge 180 comuni,2400 famiglie organizzate in 270 gruppi; l’Organic India Council in soli quattro anni ha riunito 2500 produttori; la francese Nature et progrès, fondata nel 1972, con migliaia di associati. Tutte esperienze il cui obiettivo è liberare l’agricoltura biologica dalle catene di un sistema troppo esteso e farraginoso di regole, garanzie e distanze che, come abbiamo raccontato, comporta spesso l’esclusione dei piccoli e piccolissimi produttori. «È piuttosto paradossale– sottolinea Ifoam – che in moltipaesi si registri una crescita assai veloce del numero di ettari certificati da Organismi terzi, mentre il numero dei produttori certificati cresce pochissimo. Basandosi su questi numeri potrebbe sembrare che i piccoli produttori siano meno interessati a partecipare al movimento del biologico rispetto alle grandi aziende. Naturalmente non è così: è solo l’attuale meccanismo di certificazione che li interessa poco».Il passo successivo vorrebbe esserela parificazione tra Pgs e certificazione,già sancita per legge in alcuni paesi, dal Brasile alla Polinesia Francese. A patto che nessun gruppo di interessesi metta di traverso, naturalmente.

Articolo di spalla a  “Biologico insostenibile”

Biologico insostenibile

di Claudio Magliulo

8 gennaio 2011

Questa storia finisce sugli scaffali di un supermercato, tra il nostro caffè preferito, le banane ricche di potassio e il succo di pompelmo senza il quale non facciamo colazione. Tutto rigorosamente bio. Ma cosa significano per noi quel bollino e la dicitura prodotto da agricoltura biologica? Certamente l’assenza di pesticidi, concimi sintetici, ormoni della crescita, semi ogm. Ma anche qualcosa in più: ci immaginiamo che all’inizio di quella catena di cui siamo l’anello finale, ci sia un contadino orgoglioso, con il viso cotto dal sole, che produce cose buone e di qualità. Ma se davvero la certificazione biologica significa tutto questo, perché sono sempre di più i (piccoli) produttori che se ne allontanano e tentano strade nuove?
Parte della risposta si trova in Messico, paese che negli ultimi anni ha vissuto un boom di conversioni dall’agricoltura tradizionale a quella biologica. Stando alla Sagarpa, il ministero messicano dell’Agricoltura, dal 97 al 2007 la superficie coltivata a biologico nel paese di Pancho Villa è passata da 25mila a 300mila ettari, con un investimento da parte del governo di 350 milioni di pesos (circa 22 milioni di euro) per il solo 2007. L’85% della produzione organica è destinata allesportazione. Susanna Debenedetti, responsabile messicana dell’ong Deafal, racconta invece una storia ignorata dalle statistiche: «Molti contadini decidono di non farsi più certificare. Usano concimi auto-prodotti, non riconosciuti dal disciplinare biologico, vendono il prodotto come convenzionale e alla fine ci guadagnano comunque, anche se producono sostanzialmente biologico. L’unica differenza è che non rientrano in quei canoni stabiliti in Ue, ma per rientrarci dovrebbero sostenere costi di certificazione troppo elevati».
Le difficoltà per chi produce e intende ottenere una certificazione biologica, insomma, sono tante e scoraggianti, soprattutto per le piccole aziende. Prima di tutto il costo della certificazione in sé. In Messico l’unico ente che ha pubblicato il suo tariffario è Metrocert, controllata di Icea (tra i più grandi enti di certificazione italiani): per un’azienda di piccole dimensioni (4 ettari) il costo annuale tra tariffa fissa e variabile può toccare i 4500 pesos (circa 300 euro) ai quali si aggiungono il costo dell’ispezione annuale obbligatoria (altri 100 euro) e i costi amministrativi accessori (archivio, contabilità, etc.). A questa cifra è necessario sommare una quota compresa tra lo 0,5% e il 3% sul fatturato da trasferire all’ente di certificazione per i costi operativi. Sul bilancio di un piccolo produttore sono cifre che hanno un peso non indifferente, e qualcuno inizia a chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato. Un esperto di certificazioni bio che preferisce restare anonimo, denuncia: «In generale, il sistema di controllo e certificazione è diventato ormai un sistema mercantilista, sclerotizzato: non va a beneficio dei piccoli produttori, che vendono comunque male, ma a favore di una schiera di tecnici, controtecnici, consulenti, amministratori: una sarabanda che parassita il lavoro dei produttori».
Gli agricoltori bio sono sostanzialmente costretti ad esportare, perché il mercato del biologico locale è ancora ridotto. Esportare, però, significa anche rispettare i criteri produttivi stabiliti dai paesi di destinazione. E’ qui che entra in gioco una seconda distorsione, vagamente perversa, del sistema di certificazione: ognuno dei mercati finali di riferimento (Usa, Unione europea, Giappone, Canada) ha i suoi criteri per il biologico. Vale a dire una lista di sostanze, distinte tra ammesse, proibite e ristrette. Per ristrette si intende sostanze che necessitano di una valutazione specifica (per esempio un fertilizzante organico auto-prodotto, che deve contenere non oltre un certo livello di batteri). La valutazione è affidata al singolo certificatore. Il guaio, denunciano i contadini e chi lavora con loro, è che i certificatori sul campo spesso non hanno la preparazione necessaria a decidere se dare il via libera a quel particolare fertilizzante o anticrittogamico naturale auto-prodotto. E quindi negano l’autorizzazione. Jairo Restrepo Rivera, agronomo e consulente di svariate agenzie Onu, lavora da anni con i piccoli produttori per valorizzare i sistemi di coltivazione tradizionali e naturali, inclusa l’auto-produzione dei mezzi tecnici (fertilizzanti, concimi, anti-crittogamici, etc.). In materia ha le idee molto chiare: «La certificazione non è legittima perché i certificatori non hanno conoscenza di ciò che certificano». Rivera denuncia che un importante effetto di questa scarsa preparazione è che gli agricoltori si vedono costretti ad adottare i mezzi tecnici più commerciali e conosciuti, sui quali il valutatore non avrà dubbi. Si tratta di anti-crittogamici e fertilizzanti prodotti dalle solite grandi case (Bayer, Dow Chemicals): «La grande industria è pronta a promuovere su vasta scala prodotti economici, per occupare spazi di mercato nell’agricoltura organica. Ma i prodotti dell’industria sono sotto brevetto; quello che è prodotto direttamente dal contadino, invece, appartiene alla natura e non è brevettabile. Ciò che è naturale è di dominio sociale e non dà lucro, il brevetto invece si».
A conti fatti, quindi, se un produttore volesse avere la possibilità di esportare in tutti e quattro i principali mercati, le sostanze ammesse da tutti sarebbero meno di trenta. Per fare un paragone, la legge messicana del 1995 in materia di coltivazione biologica autorizzava oltre 140 sostanze. Cos’è cambiato? Innanzitutto la normativa europea, come spiega Alessandro Pulga, direttore di Icea: «Fino al 2007 si lasciava ai singoli paesi esportatori l’onere di stabilire cosa consentire e cosa no, ma era molto difficile esportare da un paese sprovvisto di una legge sul biologico. Da un paio d’anni, invece, l’Ue ha stabilito che siano i singoli enti di certificazione a garantire il rispetto dei criteri». Tutto ciò, in teoria, servirebbe ad assicurare un commercio più agevole, a prescindere dalla volontà dei singoli governi. Nella pratica il trasferimento di responsabilità ha implicato anche il rischio di un aumento degli spazi per chi intende approfittarsene. Rischio che negli stati messicani del centro-sud (dove si concentra la gran parte del bio messicano e dei relativi sussidi ministeriali) è diventato una solida realtà. Mauricio Soberanes, responsabile di Metrocert, non usa mezzi termini: «Molti funzionari a tutti i livelli di governo (municipale, statale e federale) sfruttano la gestione delle sovvenzioni per la conversione al biologico e si fanno corrompere. Per esempio favoriscono il fornitore di input (o mezzi tecnici) per la produzione agricola, accordandosi con lui per consentirgli di vincere le aste; oppure gonfiano i prezzi di acquisto di quegli stessi input per intascare la differenza. In generale promuovono programmi di sviluppo il cui unico scopo è quello di facilitare gli acquisti di materie prime, per poterci lucrare». Che si tratti o meno di un sistema, è chiaro che qualcuno ne approfitta. Ed è un ulteriore ostacolo da superare per chi produce. Alla fine la scelta, per molti, è di allontanarsi dal sistema del biologico, lasciando campo libero alle grandi aziende e a chi ha più entrature presso ministeri e amministrazioni. A guadagnarci sono: funzionari corrotti, enti di certificazione, grande distribuzione e (in parte) i consumatori del Nord.Un sistema che in tanti, tra i produttori, vedono come oggettivamente escludente. Qualcuno, come Jairo Restrepo Rivera, parla di bio-colonialismo: «La certificazione bio è un nuovo strumento di estensione del bio-colonialismo e distrugge i meccanismi di organizzazione contadina, nel momento in cui genera una distanza tra consumatori e produttori. Quello che mettiamo in discussione è chi stabilisce le regole per la commercializzazione. Le regole le dovrebbe stabilire chi conosce il prodotto». Giunti al principio della storia, la domanda quindi è: cosa stiamo certificando nei nostri supermercati? E, soprattutto, di chi sono i benefici?

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La nave post-apocalittica

di Claudio Magliulo

27 ottobre 2010

Si chiama Waterpod (letteralmente «guscio acquatico») ed è niente di meno che una imbarcazione post-apocalittica ancorata a Brooklyn, sull’estuario del fiume Hudson. A presentarla a Terra Madre 2010 sono stati due ragazzi dello Youth Food Movement, il movimento dei giovani di Slow Food. L’obiettivo del progetto era quello di costruire un sistema-casa autosufficiente, in grado di resistere anche a possibili sconvolgimenti climatici: per esempio l’innalzamento delle acque che potrebbe colpire New York nei prossimi decenni. La struttura di base è una chiatta, in disuso, ristrutturata da un gruppo di giovani artisti, ingegneri, carpentieri, agronomi americani, fino a renderla completamente autosufficiente sotto il profilo energetico e alimentare. Il Waterpod non necessita di alcun tipo di carburante ed è in grado di muoversi grazie all’energia elettrica, stoccata in grandi batterie ricaricabili. Ad alimentarle una serie di pannelli solari disposti sopra-coperta, ai quali presto si aggiungerà un mini-impianto eolico. Un complesso sistema di riciclo delle acque consente poi di riutilizzare l’acqua piovana e riciclare le acque grigie per l’irrigazione di un orto idroponico, grazie ad un apposito sistema di filtraggio. L’orto ospita un po’ tutte le verdure necessarie a una sana alimentazione: mais, zucca, basilico, cetrioli, prezzemolo, ravanelli, melanzane, lattuga, girasoli, etc. A garantire la fertilità del suolo è un compost di rifiuti trattati, in parte scarti di cibo, in parte prodotti dalle quattro galline ospiti della nave. Insomma, i cambiamenti climatici non spaventano gli abitanti del Waterpod, come racconta Carissa Carman, artista poliedrica e tra i principali partecipanti al processo di ristrutturazione: «L’idea è una chiatta utopica post-apocalittica. Nel futuro, se tutto dovesse crollare, chi si troverà su di essa avrà buone possibilità di sopravvivenza. Ma il messaggio è che è già possibile avere una vita sana e feconda, in un circuito chiuso che si auto-sostiene». Mentre Mary Mattingly, una dei leader del progetto e curatrice del sito web, sottolinea: «Il Waterpod traccia un percorso per comunità future, nomadi e basate sull’acqua. Il suo obiettivo è preparare, informare e offrire alternative agli spazi di vita presenti». Giovani dalle storie più disparate hanno immaginato e contribuito, ognuno a suo modo, alla realizzazione del progetto. C’è chi ha trovato il modo per costruire un efficace sistema di filtraggio e chi ha riciclato il tessuto di vecchie tende da campeggio per realizzare una serra naturale a copertura dell’orto. Qualcuno ha trasportato sulla nave il suo «giardino verticale» (realizzato nel cassone del suo pick-up o semplicemente in una fioriera), qualcun altro ha fornito l’acciaio per le strutture principali. La caratteristica forse più interessante del progetto è infatti la sua completa autosufficienza, anche economica. Non ci sono fondi né pubblici né privati, dietro. Tutto ciò che è stato costruito è venuto da residui, scarti, immondizia. Materiali ritenuti inerti e inutili che hanno ora trovato una nuova (e futuristica) vita. Sulla chiatta vivono al momento cinque persone, cinque artisti che mostrano il progetto a scolaresche e semplici curiosi, e nel frattempo producono installazioni e opere d’arte. Ma il progetto non si ferma qui, la chiatta è solo l’inizio. Il prossimo passo sarà costruire una città intera di case galleggianti, collegate tra loro e completamente autosufficienti. Una città a cui chiunque potrà aggregarsi e da cui chiunque potrà ripartire, quando vorrà. Una città nomade, appunto, senza mutui subprime né tassa Ici.

Uscire dalla crisi,modello Marchionne o Terra Madre?

di Claudio Magliulo

24 ottobre 2010

TORINO – Per capire cos’è Terra Madre, bisogna partire dal luogo, simbolico, che la accoglie: il complesso fieristico del Lingotto di Torino. La fabbrica delle fabbriche Fiat, che ora svuotato e riempito di nuovo senso, diventa teatro di una piccola, silenziosa rivoluzione. Anzi, di una «trasformazione», come ha precisato Carlo Petrini alla cerimonia di apertura, «perché il concetto di trasformazione è più ricco, ha i caratteri radicali della rivoluzione, ma la lega alla conservazione della vita e dell’eredità delle culture». E’ il senso profondo di Terra Madre: la trasformazione verso una nuova (e insieme antica) visione del mondo, un modello di «avviluppo» che contro i fallimenti del mito sviluppista e del mercato propone un vivere slow. Non un ritorno al passato, ma una strada per il futuro.Nelle aule improvvisate dentro il grande contenitore dell’Oval non c’è quasi traccia della parola «crisi». Perché ad essere in crisi è un paradigma sociale ed economico, al quale i delegati di Terra Madre hanno già voltato le spalle da tempo. E i loro progetti prosperano, mentre le grandi fabbriche chiudono. Petrini vola alto: «Come un tempo le pievi benedettine furono i luoghi dai quali l’agricoltura (e con essa la cultura) ripartirono dopo la crisi e il crollo dell’impero romano, così le comunità del cibo di Slow Food saranno i luoghi dai quali ripartirà una nuova civiltà». Lo sanno i ragazzi dello Youth Food Movement, la rete dei giovani di Terra Madre, venuti a Torino da ogni parte del mondo, ognuno con in tasca una storia unica di resistenza nel presente e sguardo al futuro. Come quella di Bastien, che ha vissuto per anni con gli indios Guaranì dell’Amazzonia e ora lavora con loro contro l’espropriazione del guaranà. O quella di Pavlos, PhD in bioetnologia, che vive tra la Cina e la Thailandia, studiando le possibili applicazioni delle piante autoctone per offrire ai contadini un’alternativa economica al taglio delle foreste. Così nell’arena Lingua Madre, uno spazio di confronto aperto, decine di piccoli produttori dalla Francia alla Guinea-Bissau al Midwest alla Patagonia si raccontano come hanno fatto a sopravvivere escludendo intermediari e respingendo semi e chimica delle multinazionali, per ritrovare un contatto diretto con i consumatori. Ma questo nuovo paradigma del vivere slow, che trova consonanze istintive in ogni angolo del pianeta, non è solo un bel progetto, un’utopia. Il ritorno alla terra e a un’economia fatta di cose concrete, come il grano e la frutta, sta diventando, nei paesi duramente colpiti dalla crisi, un’alternativa credibile e appagante per molti giovani. Lo racconta Roberto Moncalvo, piccolo produttore e presidente dei giovani della Coldiretti piemontese: le aziende gestite dagli under-30 sono in media più grandi e più produttive delle altre. L’80% di esse sta investendo. Molti tornano alla terra saltando una generazione. Uno di questi è Andrea Giaccardi, che 15 anni fa, contro il parere di tutti, decise di tornare al lavoro di suo nonno, ristrutturando la cascina di famiglia e producendo cibo biologico. Ora il suo «Orto del pian bosco» è più che un’azienda agricola, è un progetto a 360° di riscoperta della terra. Ci lavorano a tempo pieno 12 persone, tra queste anche la sorella di Andrea, Cristina, che ha abbandonato il suo lavoro di architetto per cambiare vita.Un’alternativa che può essere la speranza di un’uscita dalla crisi. E che ha molto da insegnare alla politica, se la politica saprà ascoltare, curare e rilanciare il messaggio. Bisogna solo saper scegliere tra il modello Marchionne e il modello Terra Madre. Si accettano candidature.

Per l’alluvione aiuti lenti e scarsi. Mentre continua l’esodo di massa

di Claudio Magliulo

18 agosto 2010

Lentamente, gli aiuti iniziano ad arrivare al Pakistan stremato e a mollo da due settimane. Finora però è arrivato circa un terzo dei 460 milioni richiesti dall’Onu per far fronte all’emergenza sul breve periodo, la metà dei quali nella giornata di ieri. Ma è solo una piccola parte di quanto si stima potrà costare rimettere in piedi il paese: le prime stime erano di 1,7 miliardi di dollari; ieri l’ambasciatore del Pakistan presso le Nazioni Unite, Zamir Akram, ha alzato la cifra a «qualcosa nell’ordine dei 2,5 miliardi di dollari». La Banca mondiale ha offerto circa 900 milioni di dollari, principalmente dalla riconversione di progetti già iniziati, ma ne ha finora erogati una percentuale molto ridotta. Anche l’Italia ha fatto la sua parte, con un milione di euro e la cancellazione del debito pakistano, circa 100 milioni di euro. Soldi virtuali, che non potranno fornire cibo, riparo o acqua potabile ai milioni di sfollati. Le prime stime del governo pakistano parlano di oltre 700mila abitazioni distrutte, in decine di migliaia di villaggi spazzati via dall’acqua. Più di un terzo del territorio pakistano è sommerso, un’area pari all’Italia continentale. Tra i 15 e i 20 milioni di persone sono sfollati, oltre il 10% della popolazione. Sott’acqua sono il Punjab e le pianure del Sindh, a sud: il granaio del paese, quasi un milione e mezzo di acri di terra coltivata. L’inondazione minaccia la semina di metà settembre, avvicinando lo spettro di una crisi alimentare. Inoltre manca l’acqua potabile. Un paradosso solo apparente, che è già costato la vita a dieci persone, morte di dissenteria – lo riferivano ieri giornali pakistani. Tra queste alcuni bambini che avevano bevuto acqua non potabile, pur trovandosi dentro campi profughi allestiti per l’emergenza. La debolezza del Pakistan è anche energetica: le principali raffinerie e centrali termoelettriche sono chiuse fino al ritiro delle acque. Vale a dire che i black-out saranno sempre più frequenti, un’ulteriore difficoltà logistica (oltre ai ponti crollati e alle strade ostruite da fango e detriti) per gli aiuti umanitari. «Il denaro non sta arrivando velocemente quanto vorremmo», ha dovuto ammettere Maurizio Giuliano, portavoce Onu a Islamabad. L’opinione pubblica internazionale, nonostante le rassicurazioni del governo pakistano, teme che gli aiuti finiscano nelle mani di Taliban o funzionari corrotti. Così finora si è tenuta ben lontana dalle spassionate professioni di solidarietà fatte dopo il terremoto che sconvolse Haiti – si pensi agli aiuti paracadutati da Obama, Bertolaso accorso a pontificare sull’inefficienza della macchina americana, la portaerei Cavour inviata dal ministro La Russa. Gli operatori internazionali e le autorità pakistane sono stupiti dalla disparità di trattamento. Ma forse è che la tragedia pakistana non è spettacolare – niente onde di tsunami, la terra non trema – né è stata spettacolarizzata dai media – niente volti di bambini in prima pagina. Così rischia di passare inosservata.