Biologico insostenibile

di Claudio Magliulo

8 gennaio 2011

Questa storia finisce sugli scaffali di un supermercato, tra il nostro caffè preferito, le banane ricche di potassio e il succo di pompelmo senza il quale non facciamo colazione. Tutto rigorosamente bio. Ma cosa significano per noi quel bollino e la dicitura prodotto da agricoltura biologica? Certamente l’assenza di pesticidi, concimi sintetici, ormoni della crescita, semi ogm. Ma anche qualcosa in più: ci immaginiamo che all’inizio di quella catena di cui siamo l’anello finale, ci sia un contadino orgoglioso, con il viso cotto dal sole, che produce cose buone e di qualità. Ma se davvero la certificazione biologica significa tutto questo, perché sono sempre di più i (piccoli) produttori che se ne allontanano e tentano strade nuove?
Parte della risposta si trova in Messico, paese che negli ultimi anni ha vissuto un boom di conversioni dall’agricoltura tradizionale a quella biologica. Stando alla Sagarpa, il ministero messicano dell’Agricoltura, dal 97 al 2007 la superficie coltivata a biologico nel paese di Pancho Villa è passata da 25mila a 300mila ettari, con un investimento da parte del governo di 350 milioni di pesos (circa 22 milioni di euro) per il solo 2007. L’85% della produzione organica è destinata allesportazione. Susanna Debenedetti, responsabile messicana dell’ong Deafal, racconta invece una storia ignorata dalle statistiche: «Molti contadini decidono di non farsi più certificare. Usano concimi auto-prodotti, non riconosciuti dal disciplinare biologico, vendono il prodotto come convenzionale e alla fine ci guadagnano comunque, anche se producono sostanzialmente biologico. L’unica differenza è che non rientrano in quei canoni stabiliti in Ue, ma per rientrarci dovrebbero sostenere costi di certificazione troppo elevati».
Le difficoltà per chi produce e intende ottenere una certificazione biologica, insomma, sono tante e scoraggianti, soprattutto per le piccole aziende. Prima di tutto il costo della certificazione in sé. In Messico l’unico ente che ha pubblicato il suo tariffario è Metrocert, controllata di Icea (tra i più grandi enti di certificazione italiani): per un’azienda di piccole dimensioni (4 ettari) il costo annuale tra tariffa fissa e variabile può toccare i 4500 pesos (circa 300 euro) ai quali si aggiungono il costo dell’ispezione annuale obbligatoria (altri 100 euro) e i costi amministrativi accessori (archivio, contabilità, etc.). A questa cifra è necessario sommare una quota compresa tra lo 0,5% e il 3% sul fatturato da trasferire all’ente di certificazione per i costi operativi. Sul bilancio di un piccolo produttore sono cifre che hanno un peso non indifferente, e qualcuno inizia a chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato. Un esperto di certificazioni bio che preferisce restare anonimo, denuncia: «In generale, il sistema di controllo e certificazione è diventato ormai un sistema mercantilista, sclerotizzato: non va a beneficio dei piccoli produttori, che vendono comunque male, ma a favore di una schiera di tecnici, controtecnici, consulenti, amministratori: una sarabanda che parassita il lavoro dei produttori».
Gli agricoltori bio sono sostanzialmente costretti ad esportare, perché il mercato del biologico locale è ancora ridotto. Esportare, però, significa anche rispettare i criteri produttivi stabiliti dai paesi di destinazione. E’ qui che entra in gioco una seconda distorsione, vagamente perversa, del sistema di certificazione: ognuno dei mercati finali di riferimento (Usa, Unione europea, Giappone, Canada) ha i suoi criteri per il biologico. Vale a dire una lista di sostanze, distinte tra ammesse, proibite e ristrette. Per ristrette si intende sostanze che necessitano di una valutazione specifica (per esempio un fertilizzante organico auto-prodotto, che deve contenere non oltre un certo livello di batteri). La valutazione è affidata al singolo certificatore. Il guaio, denunciano i contadini e chi lavora con loro, è che i certificatori sul campo spesso non hanno la preparazione necessaria a decidere se dare il via libera a quel particolare fertilizzante o anticrittogamico naturale auto-prodotto. E quindi negano l’autorizzazione. Jairo Restrepo Rivera, agronomo e consulente di svariate agenzie Onu, lavora da anni con i piccoli produttori per valorizzare i sistemi di coltivazione tradizionali e naturali, inclusa l’auto-produzione dei mezzi tecnici (fertilizzanti, concimi, anti-crittogamici, etc.). In materia ha le idee molto chiare: «La certificazione non è legittima perché i certificatori non hanno conoscenza di ciò che certificano». Rivera denuncia che un importante effetto di questa scarsa preparazione è che gli agricoltori si vedono costretti ad adottare i mezzi tecnici più commerciali e conosciuti, sui quali il valutatore non avrà dubbi. Si tratta di anti-crittogamici e fertilizzanti prodotti dalle solite grandi case (Bayer, Dow Chemicals): «La grande industria è pronta a promuovere su vasta scala prodotti economici, per occupare spazi di mercato nell’agricoltura organica. Ma i prodotti dell’industria sono sotto brevetto; quello che è prodotto direttamente dal contadino, invece, appartiene alla natura e non è brevettabile. Ciò che è naturale è di dominio sociale e non dà lucro, il brevetto invece si».
A conti fatti, quindi, se un produttore volesse avere la possibilità di esportare in tutti e quattro i principali mercati, le sostanze ammesse da tutti sarebbero meno di trenta. Per fare un paragone, la legge messicana del 1995 in materia di coltivazione biologica autorizzava oltre 140 sostanze. Cos’è cambiato? Innanzitutto la normativa europea, come spiega Alessandro Pulga, direttore di Icea: «Fino al 2007 si lasciava ai singoli paesi esportatori l’onere di stabilire cosa consentire e cosa no, ma era molto difficile esportare da un paese sprovvisto di una legge sul biologico. Da un paio d’anni, invece, l’Ue ha stabilito che siano i singoli enti di certificazione a garantire il rispetto dei criteri». Tutto ciò, in teoria, servirebbe ad assicurare un commercio più agevole, a prescindere dalla volontà dei singoli governi. Nella pratica il trasferimento di responsabilità ha implicato anche il rischio di un aumento degli spazi per chi intende approfittarsene. Rischio che negli stati messicani del centro-sud (dove si concentra la gran parte del bio messicano e dei relativi sussidi ministeriali) è diventato una solida realtà. Mauricio Soberanes, responsabile di Metrocert, non usa mezzi termini: «Molti funzionari a tutti i livelli di governo (municipale, statale e federale) sfruttano la gestione delle sovvenzioni per la conversione al biologico e si fanno corrompere. Per esempio favoriscono il fornitore di input (o mezzi tecnici) per la produzione agricola, accordandosi con lui per consentirgli di vincere le aste; oppure gonfiano i prezzi di acquisto di quegli stessi input per intascare la differenza. In generale promuovono programmi di sviluppo il cui unico scopo è quello di facilitare gli acquisti di materie prime, per poterci lucrare». Che si tratti o meno di un sistema, è chiaro che qualcuno ne approfitta. Ed è un ulteriore ostacolo da superare per chi produce. Alla fine la scelta, per molti, è di allontanarsi dal sistema del biologico, lasciando campo libero alle grandi aziende e a chi ha più entrature presso ministeri e amministrazioni. A guadagnarci sono: funzionari corrotti, enti di certificazione, grande distribuzione e (in parte) i consumatori del Nord.Un sistema che in tanti, tra i produttori, vedono come oggettivamente escludente. Qualcuno, come Jairo Restrepo Rivera, parla di bio-colonialismo: «La certificazione bio è un nuovo strumento di estensione del bio-colonialismo e distrugge i meccanismi di organizzazione contadina, nel momento in cui genera una distanza tra consumatori e produttori. Quello che mettiamo in discussione è chi stabilisce le regole per la commercializzazione. Le regole le dovrebbe stabilire chi conosce il prodotto». Giunti al principio della storia, la domanda quindi è: cosa stiamo certificando nei nostri supermercati? E, soprattutto, di chi sono i benefici?

Vai all’articolo di spalla “Sistemi di garanzia partecipata, per potersi fidare”

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“BP ignorò falle all’impianto”

di Claudio Magliulo

22 giugno 2010

Probabilmente la Bp aveva troppa fretta di andare «oltre il petrolio», secondo il nuovo motto aziendale: «Bp- Beyond petroleum». Stando alle accuse che Tyrone Benton, addetto alla piattaforma Deepwater Horizon, ha lanciato in un’intervista alla Bbc, la multinazionale petrolifera era stata avvertita settimane prima del disastro di un difetto nei sistemi di sicurezza dell’impianto, in particolare in uno dei due meccanismi di prevenzione delle esplosioni (Bop). Un congegno che, in caso di fuoriuscita di gas, avrebbe dovuto tagliare il tubo e sigillarlo per prevenire l’esplosione del gas ad alta pressione. Ma bisognava fare in fretta e gli addetti al controllo, ai quali era stata segnalata la cosa, hanno preferito spegnere il congegno affidandosi al buon funzionamento del suo gemello e inoltrare l’informazione via e-mail a Bp e a Transocean, proprietaria della piattaforma. Nessuna azione è stata intrapresa, secondo Benton, per aggiustare il meccanismo difettoso. Cosa ritenuta «inaccettabile» dagli esperti. La Bp, d’altronde, ci teneva a chiudere in fretta il pozzo: l’affitto della piattaforma costava all’azienda ben 500mila dollari al giorno. «A quanto pare la Bp ha fatto numerose scelte dettate da ragioni economiche, che hanno aumentato il pericolo di un crollo catastrofico del pozzo» sostiene Henry Waxman, deputato democratico che coordina l’inchiesta del Senato sul disastro. E Tyrone Benton, che ha denunciato Bp e Transocean per negligenza, rincara la dose: «Sono stati fatti troppi lavori contemporaneamente. Bisognava semplicemente rallentare il tutto, e assicurarsi che ogni cosa fosse fatta in modo appropriato». La multinazionale inglese respinge le accuse, precisando che la responsabilità nella manutenzione del meccanismo di prevenzione delle esplosioni era solo di Transocean. Un ennesimo colpo, di sicuro, per l’amministratore delegato di Bp, Tony Hayward, lugubremente ribattezzato da alcuni commentatori come un «dirigente morto che cammina», parafrasando il riferimento ai detenuti in attesa di esecuzione. La multinazionale non sembra eccessivamente preoccupata per i suoi bilanci, e malgrado le consistenti perdite in borsa deve ancora decidere se cercare liquidità sul mercato con l’emissione di bond, per sostenere i costi di bonifiche e risarcimenti. Hayward farà però un viaggio a Mosca per rassicurare i russi sulla solvibilità di Bp e garantire così le operazioni nell’Artico. La macchina dei risarcimenti per il disastro nel Golfo intanto va avanti. Ieri ha parlato per la prima volta l’avvocato Kenneth Feinberg, scelto da Obama per coordinare i risarcimenti: si dichiara «determinato a velocizzare quanto prima i pagamenti». Uomo di esperienza, Feinberg ha gestito in passato i maxi-risarcimenti alle vittime dell’11 settembre, e sfrutta il peso della sua esperienza per mettere in chiaro una cosa: «Quando si tratta di risarcimenti di emergenza non si può misurare tutto con il bilancino. Semmai bisogna eccedere in favore dei richiedenti». Un segnale a Bp, che ha finora liquidato 105 milioni di dollari di risarcimenti a 32mila persone, sulle 65mila che hanno finora fatto richiesta. Ma il fondo voluto dall’amministrazione Obama ammonta a 20 miliardi di dollari, e il messaggio è chiaro: saranno usati fino all’ultimo centesimo, se necessario. E malgrado il ricorso di alcune compagnie di servizi della Louisiana contro l’estensione della moratoria alle trivellazioni, la maggioranza democratica sta rispolverando vecchi progetti ambientalisti, dopo il discorso dallo studio ovale in cui Obama assicurava una riforma delle politiche energetiche. Si discute, infatti, di rifinanziare il «superfondo» per le bonifiche ambientali da contaminazione, istituito 30 anni fa, introducendo una tassa sull’inquinamento a carico dei produttori. Pochi centesimi a barile di petrolio e pochi dollari a tonnellata di sostanze chimiche prodotte garantirebbero la liquidità necessaria, 15 anni dopo l’ultima autorizzazione del Congresso per l’extra-tassa. «Si tratta di stabilire chi debba pagare per le decontaminazioni – ha spiegato Mathy Stanislaus dell’Epa, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente – Devono essere i contribuenti o chi ha prodotto le sostanze tossiche responsabili delle contaminazioni?». Domanda retorica?