Una speranza di cambiamento per la sinistra. Analisi del voto

Di una cosa possiamo essere certi: non ha vinto Berlusconi.

Probabilmente è piuttosto vero l’opposto. Gli elettori cosiddetti “moderati” hanno lanciato un piccolo segnale a questa destra: “basta con le battute grevi e la mono-mania anti-pm, governate!”. (Il guaio è che, naturalmente, non possono).

A perdere sono quindi prima di tutto le Santanché, i Sallusti, i Lassini (quel genio milanese che ha tappezzato le strade di Milano con i manifesti “Via le Br dalle procure”). A perdere è la Moratti, prima in quanto scialba amministratrice, poi nel ruolo per lei inedito di chi mette la cacca nel ventilatore e poi si aspetta un applauso. L’applauso non c’è stato, semmai un sonoro ceffone. L’evidente mostruosità del suo attacco a Pisapia, sferrato a freddo negli ultimi secondi utili del confronto televisivo, con il quale lo accusava di un reato infamante (furto di camioncino negli anni ’70 per andare a picchiare un ragazzo troppo poco rivoluzionario) dal quale invece Pisapia era già stato prosciolto senza macchie, ha restituito la misura della disperazione di una donna. Una donna potente e molto ricca (le stime minime parlano di 12 milioni di euro spesi per la sua campagna), che ha visto sfumare una certezza granitica dell’Italia politica, dal ’94 in qua: Milano resta a destra.

E se Berlusconi e la sua destra urlata piangono, o almeno dovrebbero, non ride il Terzo Polo, determinante solo a Napoli, grazie ai buoni uffici di De Mita e al consenso super-partes di cui gode il candidato, l’ex rettore Pasquino. La Lega, terrorizzata, vede la sua base inferocita e inizia a muovere qualche piccolo passo per smarcarsi.

Il Partito democratico, invece, che per bocca del suo funereo segretario ha cantato (dovremmo dire sospirato) vittoria, ha poco da gioire e molto da riflettere, invece. Se un dato chiaro è emerso da questa tornata di amministrative è che il centro-sinistra vince là dove si affida ai suoi elettori. La saggezza delle primarie, già dimostrata in Puglia due volte, a Firenze e altrove, ha condotto Giuliano Pisapia il “terrorista” (copyright Santanché) a umiliare donna Letizia, staccandola di 7 punti percentuali e ipotecando la vittoria finale. Non è un candidato del Pd, ma un indipendente di Sinistra e libertà, avvocato di buona famiglia prestato alla sinistra radicale in nome dei diritti civili e della solidarietà. I milanesi hanno scelto bene, e bene ha fatto lo sconfitto delle primarie, l’archistar Stefano Boeri (targato Pd), a dare un sostegno solido a Giuliano Pisapia. Questo ha contato.

A Napoli, dove invece il Pd ha imposto un “commissario” dopo il pasticcio delle primarie-truffa, l’ex magistrato De Magistris ha surclassato il democratico ex-prefetto Morcone e lanciato un’opa sul Comune di Napoli (Lettieri permettendo). Impensabile fino a ieri: l’outsider dell’Idv ha collezionato 12 punti percentuali in più rispetto alla somma dei partiti che lo sostenevano. Un segnale chiarissimo di dove siano andate le preferenze reali dell’elettorato di sinistra (ma non solo).

Ma c’è un dato che è sfuggito alla maggior parte dei commentatori, tutti concentrati sul duello all’ultimo pacemaker tra Berlusconi e Bersani: il ruolo dei cosiddetti “grillini”, vera cartina al tornasole di queste amministrative. Il Movimento 5 stelle, accusato sempre di anti-politica, di fare il gioco delle destre, in realtà ci ha svelato l’arcano: gli elettori di sinistra non sono impazziti, semplicemente non ne possono più dei soliti vecchi discorsi e delle solite vecchie facce. Nei luoghi dove il centrosinistra ha saputo proporre un candidato nuovo (Milano) o almeno costruire un progetto partecipato attorno a un nome già collaudato (Torino), il Movimento a 5 stelle non ha avuto il boom che ci si aspettava. A Bologna, invece, dove le primarie sono state blindate dal Pd col voto organizzato di pensionati e sindacati, il grillino Bugani vola oltre il 10% e mette in dubbio per tutta la serata la vittoria di Virginio Merola al primo turno. L’equazione è semplice, ma (quasi) nessuno sembra averla compresa: maggiore è l’autoreferenzialità dei partiti di sinistra (soprattutto dei dirigenti, naturalmente), maggiore sarà il consenso del Movimento a 5 stelle, un voto vero di protesta. Non generica, bensì mirata, che vuole alcune semplici cose: svolta ecologista, garanzie legalitarie, trasparenza, partecipazione. Se questi elementi ci sono (o si può sperare che ci siano), le 5 stelle si sgonfiano, resta una mezza cometa a piantare la bandierina.

Lo stato maggiore del Partito democratico quasi gongola. L’unico ad aver fatto un ragionamento più articolato è il pugliese La Torre, dalemiano di ferro folgorato sulla via di Terlizzi. Non si accorgono invece (e pericolosamente) che da questo voto emergono due sentieri possibili: da una parte arroccamento e dirigismo; dall’altra partecipazione e apertura alle novità.

Percorrendo il primo la sconfitta sarà sicura e costante (nonostante le gaffes e l’inconsistenza di Berlusconi e della sua Corte dei miracoli): una nuvola fantozziana di consensi in calo sotto la quale bagnarsi e lamentarsi perché la pioggia è bagnata e “gli elettori non ci hanno capito”. Mettendo un passo dopo l’altro sul secondo sentiero, invece, la strada non è tracciata. Niente è scontato, meno che mai la verità dell’adagio che divide moderati e radicali, invece di concentrarsi sulla più stimolante (e vera) dicotomia tra vecchi e nuovi. Come saggiamente sanciva il presidente Mao, “c’è grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”. Una prateria di nuovi progetti, nuovi approcci alla politica e alla comunicazione politica, attende solo di essere esplorata. Finora chi ha rischiato è stato quasi sempre ripagato non solo con il consenso, ma finanche con l’entusiasmo dagli elettori: Nichi Vendola è ormai una rockstar, e persino il timido e goffo Pisapia ha strappato più di un urletto al mega-concerto in suo sostegno della settimana scorsa.

Non possiamo forse aspettarci molto da un D’Alema che solo poco fa si vantava di “essere fondamentalmente un uomo dell’Ottocento”, o dal Bersani “disco rotto” che ad ogni sputo percentuale in più per il suo partito chiede le dimissioni del governo. Una cosa è certa, però: ormai non ci sono più scuse. La strada è tracciata. Si può scegliere di seguire la corrente o mettersi di traverso. La storia insegna che, però, gli ostacoli prima o poi cedono o vengono abbattuti. Nessuno sente uno scricchiolio?

Gli aspiranti ortolani a lezione di biologico

di Claudio Magliulo

10 Marzo 2011

A Bologna, patria degli orti urbani comunali, i nuovi ortolani sono ex-impiegati che non hanno mai visto una zappa ma preferiscono il biologico. Con un ciclo di corsi, Coop Adriatica e Pro.ber, forniscono i ferri del mestiere. All’insegna della vita all’aria aperta e della sostenibilità.

I CORSI – La cattiva notizia è che, per la prima volta nella storia, la generazione dei sessantenni non è più capace di coltivare la terra, non lo ha mai fatto né visto fare: i nonni sono meno informati dei nipoti. La buona notizia é che, non avendo un bagaglio di conoscenze acquisite, quando si avvicinano alla terra, i neo-pensionati lo fanno con entusiasmo e apertura mentale, sono più sensibili alla sostenibilità ambientale e al valore della coltivazione biologica.  All’una e all’altra cosa risponde un ciclo di corsi per aspiranti ortolani, organizzati da Coop Adriatica e Pro.ber(Associazione degli operatori biologici e biodinamici) nei principali quartieri della città. In questi giorni al via al quartiere Barca, ad Aprile farà tappa al Pilastro. Requisito essenziale, naturalmente, l’essere assegnatario di un “orto urbano”.
GLI ORTI URBANI – Gli “orti urbani”, piccoli appezzamenti di terra per la coltivazione ad uso domestico, sono di proprietà del Comune, che li assegna a chi ne fa richiesta attraverso una graduatoria. A Bologna sono circa 2700, aggregati in una ventina di aree: dalla Barca al Pilastro al quartiere Porto, centinaia di queste piccole porzioni di terreno sono assegnate ad altrettanti pensionati, 40 mq a testa, circa 40 euro il costo annuale pro capite per la manutenzione e le utenze. Un modo per creare aggregazione e contendere alla televisione e alla briscola il tempo dei nostri padri e nonni. A Bologna l’esperimento è partito da più di 30 anni, ed ormai i primi assegnatari di questi orti hanno passato il testimone ad una nuova generazione di aspiranti ortolani.
NON CI SONO PIU’ I CONTADINI DI UNA VOLTA – Daniele Dall’Ara (Pro.ber) racconta: «La prima ondata di ortolani era per lo più composta da gente che aveva già lavorato la terra, sapevano esattamente cosa fare e come farlo. Naturalmente era assai difficile fare breccia con campagne di sensibilizzazione sul biologico. Ne ho conosciuti che davano l’anticrittogamico chiamandolo “acqua”, invece che veleno!». Da qualche anno, però, i nuovi assegnatari degli orti sono in genere ex impiegati, quasi sempre cresciuti in città, con un titolo di studio medio-alto. Persone che riscoprono tardi l’attaccamento alla terra, e hanno molta voglia di imparare e molta più consapevolezza. Come spiega Germano Piani, ortolano e coordinatore del gruppo Ambiente di Coop Adriatica per la zona Bologna 2, «su 35 iscritti al corso nella zona Barca, solo uno aveva avuto precedenti esperienze di coltivazione. Si tratta di persone molto ricettive e più sensibili ai temi del biologico: vogliono conoscere la composizione dei concimi, si preoccupano per la salute propria e dei propri figli e nipoti». La divulgazione del biologico è infatti tra gli obiettivi principali di questi corsi. In quattro lezioni teoriche e una pratica si affrontano non solo temi classici come il periodo di semina, i cicli lunari, i tempi di raccolta, ma anche come concimare e trattare il terreno con i prodotti giusti nei dosaggi corretti.Un modo per tenere viva l’attenzione sul progetto degli orti urbani, ed evitare l’abbandono. I nonni del 2011, infatti, sono molto più impegnati dei loro colleghi di 20 anni fa: ci sono i nipoti da accudire, spesso per intere giornate, a volte un lavoretto per arrotondare una pensione sempre più magra. Soprattutto manca l’abitudine e la costanza del contadino, che si impara facendo e vedendo crescere i frutti del proprio lavoro. Negli ultimi anni il tasso di abbandono degli orti urbani è cresciuto di molto. E c’è già chi, vedendo un po’ di erbacce qui e là, preferirebbe un parchetto ordinato con panchine e passeggiate per gli anziani. Un “belvedere” recisamente rifiutato dagli ortolani, per i quali quei pochi metri quadri sono una piccola grande gioia.

IL RISCHIO DELL’ABBANDONO – Adriano Fossati, veterano degli ortolani di via Salgari, spiega: «Fino a pochi anni fa c’era la fila per avere un orto comunale. Adesso si possono vedere molti orti abbandonati pieni di erbacce. Di giovani purtroppo ce ne sono pochi…». Le regole per la formazione delle graduatorie di assegnazione privilegiano esplicitamente i pensionati, infatti. Ma un piccolo aiuto, forse inaspettato, arriva dagli immigrati: «L’anno scorso hanno ottenuto l’orto due famiglie di pachistani che abitano qui in via Salgari- racconta il signor Fossati- All’inizio non sapevano dove mettere le mani, anche perché i nostri metodi di coltivazione sono diversi dai loro. Così ognuno di noi ha dato un po’ di consigli e alla fine hanno fatto venir fuori delle piante alte un metro! Dicono che sono l’equivalente dei nostri broccoli…». Le due famiglie di pachistani sono state anche le prime, quest’anno, a versare la quota per l’acqua e la luce.
LE TALPE, E LA DURA TERRA – Attenzione, però, a immaginare gli orti urbani come la nuova panacea contro la “crisi”, o come uno strumento di autosufficienza alimentare. Come spiega il signor Mengoli, ordinato ortolano del Pilastro, «è una perdita, non certo un guadagno. Quando non mangiano tutto le talpe, i prodotti della terra vanno consumati tutti più o meno nello stesso periodo. Si mangiano pomodori per una settimana intera e poi si ricomincia da capo. Ma vuole mettere la soddisfazione?». Una scusa per stare all’aria aperta, quindi, sentirsi utili e magari trasmettere qualcosa ai nipoti che la domenica passano a salutare: questo sono gli orti urbani per quasi 3mila anziani bolognesi. Da adesso, con i corsi di Coop Adriatica, di alcuni centri sociali e dei quartieri, saranno anche uno strumento di diffusione del biologico: «Dopo aver letto le etichette e capito cosa c’è scritto- dice Germano Piani- nessuno vuole più sentir parlare di pesticidi». Parola di ortolano.

Il “miracolo” Uniland. Dalla cazzuola a Piazza Affari in sei mesi

di Claudio Magliulo

17 Febbraio 2011

Per ottenere la santificazione ci vogliono almeno due miracoli nel curriculum, dice la procedura della Chiesa. Possiamo allora dire che l’ingegner Alberto Mezzini da Monghidoro è a metà strada, perché un miracolo l’ha già fatto: moltiplicare il valore dei terreni nel portafoglio della sua società, la Uniland.

Ancora nel 2004, infatti, la sua piccola ditta di costruzioni aveva un capitale sociale di circa 100mila euro. Due anni dopo dall’anatroccolo Cem srl nasce un cigno: Uniland spa, prima società quotata in borsa specializzata nel land-banking (in pratica una “banca della terra”), capitale sociale 170 milioni di euro. Motto: “The wealth of the land”, la ricchezza della terra. Ed è certamente sulla terra che Mezzini ha costruito il suo impero. Secondo i magistrati che ne hanno disposto gli arresti domiciliari, si trattava però di un «impero di carta». A spiegare il sistema è lo stesso Mezzini in un forum con i piccoli azionisti: «Tutte le società pianificano nel tempo ricavi tali da produrre utili. L’attività di sviluppo, che dura mediamente 7-8 anni, non produce reddito ma patrimonio immobiliare, nel senso che il miglioramento dello stato “urbanistico” dei terreni si riflette inizialmente in un maggiore valore degli stessi a bilancio». Si trattava in sostanza di acquisire terreni non edificabili sulla “scommessa” (o la consapevolezza) che sarebbero stati inseriti in un piano urbanistico come edificabili di lì a poco. Secondo la procura di Bologna, infatti, le operazioni di “valorizzazione” dei terreni puzzerebbero un po’ di bruciato, così come i passi intrapresi da Mezzini per ottenere l’agognata quotazione in Borsa.

L’inchiesta

Abuso di informazioni privilegiate, manipolazione del mercato, gestione infedele di portafogli, false comunicazioni sociali, formazione fittizia del capitale, aggiotaggio e falso in perizia: questi sono i reati contestati nell’ambito dell’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Antonella Scandellari, ai 22 indagati. Sono finiti agli arresti domiciliari, oltre allo stesso Mezzini, direttore generale di Uniland, anche Claudio Morsenchio (investor relator di Uniland) e Maurizio Zuffa (amministratore delegato della controllata House Building). Sequestrate azioni di entrambe le società per un valore di quasi 110 milioni di euro. Tra gli indagati ci sono periti, consiglieri di amministrazione delle società afferenti al gruppo Uniland e anche alcuni nomi eccellenti della cooperazione bolognese.

Per la Guardia di Finanza di Bologna, che ha effettuato la maxi-operazione, le cose stanno così: «Il Mezzini […] in esecuzione di un disegno criminoso [..] aveva iniziato ad utilizzare le poche società a sé riconducibili, dotate di un capitale sociale minimo, di scarsi mezzi propri e con modeste “performance economiche”, come “veicoli” per il compimento di operazioni di finanza straordinaria (conferimenti, cessioni di pacchetti azionari, scissioni, acquisizioni, ecc….) finalizzate, tra l’altro, alla “costruzione artificiosa” di un gruppo societario con a capo la holding lussemburghese Cemlux S.a. e la sub holding Uniland S.p.A. Detto gruppo societario, man mano che le operazioni straordinarie trovavano esecuzione secondo il progetto criminale, esponeva un crescente e rilevante patrimonio, per effetto di cospicue e sovrastimate rivalutazioni degli “asset immobiliari” attestate da “compiacenti periti”. Ne conseguivano rilevanti falsificazioni dei bilanci delle società coinvolte nelle operazioni, le cui azioni divenivano la fonte di finanziamento per espandere i propri obiettivi economico-finanziari, culminati con l’acquisizione del controllo della Uni land Spa che si è quotata nella borsa telematica azionaria italiana. Successivamente, a partire dal mese di gennaio 2006, il Mezzini poneva in essere una serie di condotte delittuose idonee a richiamare l’attenzione del mercato sul titolo e, per tale via, a sostenerne le quotazioni».

Il “metodo Mezzini”

Se quindi l’ingegner Mezzini sia il nostro “furbetto dell’Appennino” o solo un uomo con il bernoccolo per gli affari lo stabilirà la magistratura. Il sistema, che sia criminale o no, è comunque piuttosto chiaro. Lo raccontiamo con un esempio: il caso di un terreno sito nel comune di Castelfranco Emilia (Mo). In uncomunicato stampa del 20 giugno 2006 la società scrive: «Annunciamo di aver sottoscritto una lettera d’intenti con 6 privati per l’acquisto di un terreno agricolo di complessivi 75 mila mq. sito nel comune di Castelfranco, in provincia di Modena. La lettera d’intenti è condizionata a che il terreno sia inserito con destinazione residenziale nel nuovo PSC (Piano Strutturale Comunale) del Comune di Castelfranco e che la superficie utile edificabile non sia inferiore ai 13.000 m.q. (0,6 mq/mq circa), sui quali la società stima di poter realizzare circa 160 appartamenti di diversa metratura. […] La transazione sarà regolata mediante la cessione di azioni Uni Land S.p.a. agli attuali proprietari dell’immobile». Niente contanti, quindi, e molte garanzie richieste. La transazione, peraltro, è seguita da Globalcasa, società di intermediazione immobiliare della quale Uniland ha appena acquisito il 51%(ovviamente finanziandone la metà con azioni Uniland) e che poi si chiamerà UniRe. Non proprio un intermediario imparziale.

Dopo aver ottenuto l’inserimento nel Psc, la variante urbanistica, l’aumento dell’indice di edificabilità (e tante volte anche prima, basandosi solo su dichiarazioni di intenti e promesse), il valore del patrimonio in genere lievitava. Un tempismo perfetto, quello di Mezzini, che i benpensanti attribuiscono al suo eccezionale fiuto per gli affari e ad una buona conoscenza della legislazione locale in materia. Si tratta, però, di coincidenze suggestive, che proiettano sullo sfondo le ombre cinesi di un sistema. Non necessariamente criminale, né truffaldino; bensì un sistema di relazioni (vedi l’articolo) che consentiva a Mezzini di muoversi su un terreno per nulla ostile, anzi amichevole. Seduti all’altro capo del tavolo da riunioni ci sono gli amministratori locali, strozzati dai tagli ai bilanci e allettati dagli oneri di urbanizzazione e dal ritorno elettorale che un progetto urbanistico (e meglio ancora industriale, con i suoi posti di lavoro in più e le ricadute sull’indotto) può garantire.

Sono due i casi più eclatanti, che analizzati nel dettaglio (vai all’articolo) possono spiegare il “metodo Mezzini”: San Lazzaro di Savena e Ferrara.

A San Lazzaro, sulla strada che dalla tangenziale porta al centro del paese, si estendono i terreni della Caselle srl, controllata Uniland. Una piccola società con 10mila euro di capitale sociale, che però ha consentito a Mezzini di quotare in borsa la sua Cem spa, poi rinominata Uniland. A tutto il 2005 il terreno di proprietà di Caselle valeva circa 6 milioni di euro, ma grazie a due perizie, quella del perito Mauro Cassanelli (indagato) e quello di Chiara Zerbini, agenzia Remax, il valore della società e del terreno lievitano, rispettivamente a 34 milioni di euro la prima e ben 52 il secondo.

Forte di questa perizia la holding lussemburghese di Mezzini, Cemlux s.a., entra in Cem spa attraverso un aumento di capitale del valore di esattamente 34 milioni di euro. La Cem a quel punto ha un capitale di 35 milioni di euro, e tutti i numeri per candidarsi a scalare la Perlier spa, quotarsi in Borsa, e cominciare la scalata verso la vetta (il segmento STAR di Piazza Affari).

A Ferrara sud, invece, c’è un terreno vicino al casello della A13 che da anni langue in attesa di una “valorizzazione”. Mezzini lo acquista per 2 milioni di euro a giugno 2005 e poi presenta un progetto magnificente che porterà occupazione, soldi e prestigio alla città estense. Il Comune dimostra interesse, attraverso una lettera dell’allora assessore all’urbanistica Raffaele Atti. Questo basta al perito Chiara Zerbini per valutare a gennaio 2006 quello stesso terreno non più 2 milioni di euro, ma 160 milioni. Dopo poco un articolo del Sole 24 ore solleva perplessità sull’operazione: il Comune perde fiducia e raffredda gli animi. Ma intanto il patrimonio immobiliare di Uniland è lievitato a 260 milioni di euro. A fine 2010 siamo a 600 milioni, valore ora messo in discussione. Ed è proprio nell’attesa di una nuova perizia, che dovrebbe ridefinire il valore reale del patrimonio, che le azioni Uniland (e della controllata House Building) sono congelate. I più informati, facendo due calcoli, pronosticano una riduzione di almeno il 60% del valore. Staremo a vedere.

Ber Banca e quelli che ci perdono

Quella di Mezzini è la storia di un’ascesa apparentemente inarrestabile, ma che alla fine si interrompe bruscamente. La magistratura deciderà se definitivamente o meno. In quest’ascesa, Mezzini ha cercato appoggi e contatti “importanti” (vai all’articolo), ma secondo la procura il suo successo si basa prevalentemente su una serie di falsi e sull’inganno ai danni di piccoli azionisti (vai all’articolo). Tra questi i correntisti di Ber Banca, a rischio fallimento e in amministrazione controllata da mesi. Già il 6 dicembre 2010 era stato disposto il congelamento dei conti correnti; poi l’altra tegola del caso Uniland. Secondo l’accusa Claudio Morsenchio, all’epoca consulente finanziario in Ber Banca, avrebbe convinto le persone delle quali curava le partecipazioni azionarie ad inserire nel proprio portafoglio azioni di Uniland, con l’obiettivo di farne lievitare il valore. Morsenchio diventerà poi manager Uniland con il ruolo di “investor relator”, ma non è l’unico a stare a cavallo tra la land-bank e l’istituto di credito. Lo stesso presidente del cda Uniland, Alfonso Marino, era stato prima dirigente del Credito Romagnolo e poi nel cda di Ber Banca (addirittura nel comitato promotore per la sua costituzione). I suoi emolumenti arrivavano alla cifra non indifferente di 72mila euro. Anche lui, come Bedeschi, Turrini e Stefanini, era “amministratore indipendente”.

Di pochi giorni fa è la notizia che il gruppo Intesa San Paolo ha ottenuto dalla Banca d’Italia il via libera per entrare in Ber Banca con un aumento di capitale, rilevandone il 52%. Circostanza, questa, che lascia ben sperare i correntisti. Per gli azionisti Uniland e House Building, invece, la strada per il momento è in salita. La suspense durerà finché le azioni in possesso di Mezzini, sequestrate dalla Guardia di Finanza, non torneranno sul mercato. Allora si capirà se, per gli investitori, in questa storia ci sarà da sorridere o, più probabilmente, da piangere.

 

Le relazioni pericolose

Mezzini il raider, il furbetto dell’Appennino che agisce in completo isolamento, gabbando tutti. Tutti ne prendono le distanze, e in particolare i nomi eccellenti della cooperazione bolognese coinvolti a vario titolo: Pierluigi Stefanini, presidente di Unipol; Paolo Bedeschi, presidente di Coop Reno; Adriano Turrini, presidente di Coop Costruzioni. I tre, con modi e tempi diversi, negano ogni addebito. Ma una disamina più attenta dei legami reali tra l’impero di Mezzini e il mondo della cooperazione bolognese, lascia aperti alcuni dubbi. Perché i tre erano nei cda delle due capofila del gruppo fino all’altroieri? Quali interessi tutelavano come “amministratori indipendenti”? “Onorabilità, professionalità, indipendenza” sono i requisiti dell’amministratore indipendente, figura prevista dal diritto societario a tutela dell’azienda nel suo complesso e degli azionisti di minoranza. Una figura super partes, molto più simile a quella di “sindaco” (cioè componente del collegio di controllo della società) che a quella di un amministratore tradizionale. «Ero solo un amministratore indipendente» dicono, con vari accenti i tre alti papaveri coop. Ma per quel ruolo venivano pagati 12mila euro l’anno: oltre a presenziare alle poche riunioni del cda, avrebbero forse potuto spendere un po’ di quel tempo, pagato dall’azienda, per controllare meglio le carte. Vediamo nel dettaglio.

Pierluigi Stefanini

Nell’assemblea straordinaria di febbraio 2006 (quella a rischio tormenta) si nomina Pierluigi Stefanini (non indagato), all’epoca presidente di Coop Adriatica, consigliere d’amministrazione “indipendente”. Lo resterà fino a Novembre 2006. «Il Presidente – si legge nel verbale – specifica che il signor Stefanini Pierluigi è idoneo ad essere definito come “indipendente” secondo la definizione di cui al Codice di Autodisciplina sulla corporate governante, in quanto non intrattiene significative relazioni economiche o rapporti di lavoro con la società o con sue parti correlate, né è titolare di partecipazioni azionarie della società».

Stefanini entra però nel cda dopo aver siglato due mesi prima un accordo per l’acquisizione di un terreno di proprietà Coop Adriatica (144mila mq vicino Ravenna) in cambio di azioni Uniland per 6,3 milioni di euro e 2 milioni cash, come conferma anche Paolo Bedeschi. In un post di Spaitalia.it un piccolo azionista di Uniland (l’unico presente a quell’assemblea), si domanda se Stefanini sia sufficientemente “indipendente” come consigliere: è noto a tutti che, in quella veste, Stefanini dovrebbe tutelare l’investimento di Coop Adriatica. Gli altri azionisti si domandano se gli resti del tempo anche per tutelare loro. Per una coincidenza (ma in questa storia le coincidenze sono tratti di matita che lasciano intuire un quadro più generale) Stefanini è stato consigliere di amministrazione anche del Monte dei Paschi di Siena dal 2006 al 2009. Ed è Banca Antonveneta (gruppo Mps) a dare ad Uniland un finanziamento per la costruzione di 500 appartamenti di fronte alla sede del Carlino, affianco all’Ipercoop di Villanova di Castenaso (20 milioni in contanti per il terreno, e poi altri 35 a “Stato avanzamento lavori”). Sono 120mila mq, acquisiti il 29 giugno 2007 da una controllata di House Building e inseriti nel Psc del Comune di Bologna approvato il 15 Luglio 2008. Uniland annuncia trionfale lo stesso giorno che ben 120mila mq di loro proprietà in zona San Vitale-Murri sono diventati edificabili grazie alla variazione nel Psc.

Paolo Bedeschi

Quando Stefanini lascia il cda di Uniland, è Paolo Bedeschi, presidente di Coop Reno, a sostituirlo. Resterà in cda dal 27 ottobre 2006 al 31 dicembre 2010, addirittura nel ruolo di vicepresidente dal 27 settembre 2010 all’11 novembre. Un ruolo certamente non «marginale». E nemmeno ad esclusivo titolo personale, se lo stesso Bedeschi dichiara al Carlino il 4 febbraio 2011 che i legami tra Coop Reno ed Uniland in effetti ci sono. Il riferimento, in particolare, è ad una certa operazione commerciale a Monghidoro: «qualcosa guardavamo -ammette con imbarazzo- c’era un vecchio negozio…», riferendosi probabilmente ad un piccolo immobile commerciale, 157 mq, su via del Mercato, all’epoca del valore di 140mila euro, ma «non mi scandalizzo se una cooperativa si guarda attorno nel mondo degli affari». A maggior tutela della capatina di Coop Reno nel “mondo degli affari”, nel cda di Uniland c’è da sempre anche Riccardo Ascari, consulente tributarista della cooperativa. Ascari, addirittura, era consigliere d’amministrazione già nella Cem spa. Per i suoi ruoli in Uniland e controllate, Ascari viene pagato 40mila euro, stando all’ultimo bilancio.

Adriano Turrini

Ad aprile 2010 Mezzini stringe un patto con Coop Costruzioni tramite la controllata UniRe, rete di franchising immobiliare che riunisce precedenti società radicate sul territorio. L’accordo prevede che la cooperativa «affidi il proprio portafoglio immobili destinato alla vendita» ad UniRe. Inoltre CoopCostruzioni costruirà immobili per UniRe o sue controllate, e insieme «valuteranno operazioni immobiliari su tutto il territorio nazionale ove presente la rete del Gruppo Uni RE; progetteranno unità immobiliari in linea con il portafoglio richieste nella Banca Dati del Gruppo Uni RE».

Adriano Turrini, presidente di Coop Costruzioni e consigliere di House Building dal 27 luglio 2007 all’Ottobre 2010, sostiene che il suo ruolo nella vicenda sarebbe «del tutto marginale», e soprattutto a titolo personale. Al telefono ci spiega: «Abbiamo siglato accordi molto simili con almeno 20 società di franchising immobiliare, perché quello che ci premeva era trovare una collocazione sul mercato per il nostro invenduto». Turrini che è «sereno e a posto con la coscienza» aspetta il giudizio della magistratura, ma ci tiene a precisare che il reato per cui è indagato, “false comunicazioni sociali”, è ben diverso dai più gravi (aggiotaggio, insider trading, falso in perizia) che sono emersi dall’inchiesta a carico di altri. «Semmai si potrà dire che non ho controllato a sufficienza, se il tribunale deciderà in tal senso».

Ma Turrini ci spiega anche un retroscena significativo: «Non sono stato certo io a cercare Mezzini, lui mi propose a inizio 2007 di entrare nel cda di House Building come indipendente e in vista della quotazione in Borsa. Io mi presi sei mesi per pensarci su e alla fine accettai. Non avevo alcun elemento che mi inducesse sospetti».

Tra gli altri nomi rilevanti nei cda delle due principali società, c’è anche l’ex sindaco di Imola Raffaele De Brasi. Il politico del Pd è stato nel cda di House Building dal 10 gennaio 2011 al 12 febbraio. House Building, sede sociale ad Imola, ha molti interessi (e attività in corso) in zona, tra cui otto dei 63 appartamenti che la società si è aggiudicata nel bando della Regione “Una casa alle giovani coppie” dell’ottobre 2009. In totale House Building si è aggiudicata 63 dei 123 appartamenti selezionati in provincia di Bologna, tramite la stessa House Building e le controllate Futa srl e Villa del Cedro srl.

Ma De Brasi è forse solo l’ultimo dei “gioielli” collezionati nel tempo da Mezzini, che in più occasioni usava queste presenze nei cda delle sue società come garanzia di indipendenza e serietà. O forse, più sottilmente, per accreditarsi definitivamente come parte integrante del famoso “sistema emiliano”. Un sistema fatto di relazioni, conoscenze, visioni comuni. Un club nel quale l’ingegnere di Monghidoro senza storia politica né economica voleva forse assolutamente entrare e che adesso lo lascia bruscamente sulla porta d’ingresso.

 

Società Per Azioni?

Per quotarsi in Borsa, è la legge, bisogna lasciare almeno il 20% delle azioni libere sul mercato. Questo significa inserire nella propria azienda una platea di piccoli e grandi azionisti, che se non possono mettere becco sulle decisioni aziendali, possono però informarsi, fare domande, sollevare perplessità. Significa anche che il mercato, ricettivo ai segnali esterni ed interni, è volubile e premia chi si muove bene, in fretta e soprattutto lo comunica efficacemente.

Come curare l’immagine: le comunicazioni di Uniland e le assemblee degli azionisti deserte

Le comunicazioni di Uniland, messe in fila, sono meticolose. Il loro obiettivo è trasmettere la solidità e dinamicità della società, per far lievitare il valore delle azioni. In un’occasione Mezzini si spinge anche ad intervenire su un forum specializzato nel quale alcuni piccoli azionisti si lamentavano del crollo di valore delle azioni (una perdita dell’80% tra 2007 e 2010, il 50% solo tra 2009 e 2010). Mezzini difende come un leone l’operato dell’azienda e rintuzza critiche e perplessità, spingendosi addirittura a giocare con un azionista scoraggiato, assicurandogli che, a richiesta, avrebbe rilevato anche le sue azioni. La fiducia, in Borsa, è la merce più pregiata.

Il rapporto del gruppo Uniland con Piazza Affari e i piccoli azionisti comincia però col piede sbagliato già dalla prima assemblea, straordinaria. E’ la prima dopo l’acquisizione di Perlier spa da parte di Cem, e deve ratificare il cambio di nome in “Uniland”, l’aumento di capitale parte dell’accordo di acquisizione e la nomina di un consigliere d’amministrazione eccellente: il presidente di Coop Adriatica Pierluigi Stefanini. L’assemblea viene convocata a Monghidoro minacciata da una tormenta di neve. «Per evitare che arrivassero gli azionisti Perlier» denuncia un piccolo azionista, che testardamente si arrampica con un giorno di anticipo sull’Appennino, per vederci chiaro. Di quell’assemblea fa un dettagliato resoconto sul sito Spaitalia.it, sollevando dubbi sul tempo, il luogo e le procedure. Ma non si tratta di un caso isolato. Anche la prima assemblea della controllata House Building subito dopo la sua quotazione  in Borsa è convocata per il 30 aprile 2010 alle ore 20, sempre a Monghidoro, e in seconda convocazione la mattina del 1° Maggio, festa dei lavoratori. Quest’ultima circostanza ha poi portato ad una denuncia al collegio sindacale di House Building da parte di alcuni piccoli azionisti. Denuncia alla quale il presidente del collegio, Sergio Massa, già sindaco di Perlier spa, curiosamente rispondeva così: «Il Collegio sindacale, anche in considerazione dei rilievi di cui sopra, si trova costretto a rilevare che l’organizzazione amministrativa interna della società non corrisponde ancora completamente alle esigenze richieste per una corretta gestione di una società quotata». Non proprio la gioiosa holding di livello internazionale che Mezzini cercava di accreditare.

La reazione dei piccoli azionisti e le grandi manovre del cda

Intanto il valore delle azioni Uniland e House Building è crollato, dalla loro quotazione in Borsa ad oggi, e i piccoli azionisti (circa il 20% in entrambe le società) rischiano di perdere tutti gli investimenti fatti. In molti si stanno già organizzando per reagire. Parla Renato Santi, coordinatore di un gruppo di investitori: «Ci stiamo organizzando per fronteggiare gli sfortunati eventi che si sono succeduti già da inizio anno. All’inizio le finalità erano quelle di verificare se uniti si poteva raggiungere una forza tale (almeno l’1% delle azioni) al fine di presentare una propria lista (veramente indipendente) per l’elezione dei membri del nuovo Consiglio di Amministrazione: volevamo far sentire la nostra voce in seno all’azienda. Ora invece, dopo gli ultimi eclatanti accadimenti, l’interesse primario è volto a salvaguardare i nostri interessi e nella speranza di una continuità aziendale». Per il momento si tratta di circa 100 persone, e il tetto dell’1% è stato «ampiamente superato». In attesa di notizie dalla procura, il gruppo sta «vagliando ogni minima possibilità, dall’associazione allo studio legale specializzato. Alcuni incontri sono già stati fatti, altri saranno fatti durante questa settimana».

Per parte sua, denuncia Spaitalia.it, Mezzini ha gestito bene i suoi tempi, vendendo al prezzo giusto al momento giusto. Secondo il sito di informazione economica, la quotazione di House Building presenta alcune anomalie: «Il 30 dicembre, il giorno dopo l’inizio delle quotazioni ed il +67% in Borsa, la Uniland di Mezzini vendeva già le prime 22.000 azioni. Dopo le feste la musica non cambiava: il mercato era euforico, tutti cercavano di metter mano sulle azioni della piccola società imolese, e Mezzini continuava a vendere. Oltre 60.000 azioni a 6,21€, altre 40.000 a 6,33€, ed ancora quasi 6.000 a 6,45€. Considerato che gli azionisti di Uniland avevano potuto acquistare le azioni House Building ad un prezzo di prelazione di 1,85€, per la spa di land banking bolognese (ed il suo proprietario), il gain (guadagno, ndr) era notevole: in una sola settimana il valore di 131.590 azioni di House Building era passato da 243mila ad oltre 777 migliaia di euro. Una plusvalenza di oltre mezzo milione di euro!»

I piccoli azionisti, comunque, non sono gli unici a muoversi: anche il cda di Uniland, accettate le dimissioni degli arrestati, corre ai ripari e cerca di salvare il salvabile prima dell’affondamento, deliberando lo scorso 12 febbraio «di dare mandato disgiunto al Presidente del CdA ed al Consigliere Ing. Gianni Cesari di raccogliere manifestazioni di interesse per l’alienazione di alcuni assets comunque non strategici ma che per la loro particolare natura potrebbero essere maggiormente soggetti a perdite di valore ove perdurasse l’attuale stato di apparente incertezza e sfiducia in merito alla capacità della Società e del Gruppo di perseguire con continuità ed efficacia i rispettivi scopi sociali». Non un bel segnale al mercato, che aspetta con scetticismo il nuovo piazzamento delle azioni, ora in buona parte sequestrate dalle Fiamme Gialle.

 

“La ricchezza della terra”

Come si trasforma una piccola azienda edile in un impero finanziario con rapporti eccellenti e grande visibilità? Un’analisi accurata dei bilanci e delle comunicazioni della land bank di Monghidoro può aiutare a trovare una risposta. Sono due, in particolare, i “casi” centrali nella vicenda Uniland. Li analizziamo nel dettaglio.

San Lazzaro: quel pezzo di terra di nessuno

L’ascesa dell’ingegner Mezzini comincia a San Lazzaro di Savena. Dall’uscita 13 della tangenziale si imbocca la via Caselle, che porta al centro di San Lazzaro, passando per un paesaggio fatto di terreni incolti, capannoni industriali e case in ordine sparso. Buona parte di quei terreni, ora inghiottiti dalle erbacce o asciugati dal sole, sono terre di Mezzini. La proprietà formale era di Caselle srl, che l’aveva acquistata per 6 milioni di euro nel giugno 2002, a debito. Su una parte dei 147mila mq era prevista la costruzione di un complesso commerciale (circa 10mila mq su una porzione di terreno di 20mila mq) e la vendita del tutto alla Futura Immobiliare per circa 6 milioni entro il novembre 2004, chiavi in mano, permessi di costruzione inclusi. I permessi si fanno attendere e la Caselle diventa inadempiente con Futura Immobiliare (poi Eurofuturo spa): quindi si iscrivono a bilancio di Caselle 9 milioni di debiti (circa 6 per il terreno e 2 come penale). Si tratta di una piccola società, con ingenti perdite, quindi. Ma arriva la cavalleria: nel 2004 il terreno viene inserito come “polo funzionale” nel Piano territoriale di coordinamento provinciale della provincia di Bologna. Che significa? Ce lo spiega Uniland in un comunicato: «Tale qualifica, oltre a valorizzare il terreno, consente l’attuazione dei comparti non più mediante la procedura urbanistica usuale (Poc–Rue, ovvero Piano Particolareggiato Progetto Esecutivo) bensì semplicemente sottoscrivendo un Accordo Territoriale, ai sensi degli artt. 15 o 18 della L.R. 20/2000,riducendo così notevolmente i tempi necessari all’ottenimento dei permessi a costruire». Si costruisce prima e meglio, anche perché il comune di San Lazzaro, stando ai bilanci Uniland, in più occasioni aveva promesso una variazione nel Piano urbanistico (ora Piano strutturale comunale) per aumentare l’indice di edificabilità della zona fino ad un massimo di 0,55 mq/mq, vale a dire quasi decuplicare la superficie edificabile del terreno (fino ad 80mila mq). Per tutte queste ragioni, a gennaio 2006 la perizia di Remax (a firma Chiara Zerbini, indagata e, incidentalmente, vice presidente giovani imprenditori di Ascom) stabilisce che quel terreno vale ben 52 milioni di euro, quasi 9 volte tanto rispetto al valore precedente. Ora, un pezzetto alla volta, Uniland sta vendendo dei pezzetti di quella proprietà, al doppio del prezzo di costo: l’ultima tranche è di 4300 mq per 2,6 milioni con accordo dell’11/12/09.

Quello che importa, però, è che grazie alla rivalutazione una piccola società con 9 milioni di perdite e 10mila euro di capitale sociale acquista un valore di ben 34 milioni di euro, consentendo a Mezzini di quotarsi in Borsa e farci una gran bella figura. Come? La Cem spa, in quel momento capofila delle società facenti capo all’ingegnere, diventa spa e aumenta il suo capitale da 100mila a 35 milioni di euro. Qualche centinaia di migliaia di euro ce li mettono Mezzini e famiglia. Il resto, 34 milioni,sono crediti compensati derivanti da Cemlux S.a.(proprietà Mezzini, ma sede in Lussemburgo) per l’acquisto di Caselle. In pratica Cemlux rileva la Caselle per 70mila euro per poi rivenderla alla Cem spa per 34 milioni di euro. Non ci sono soldi veri, in questa operazione, fatta eccezione per poche centinaia di migliaia di euro. Tutto il resto è controvalore espresso in azioni, pezzi di carta. E perché proprio 34 milioni di euro? A stabilire quella cifra è una perizia di Mauro Cassanelli (indagato), citata a sua volta nella perizia giurata del dott. Graziosi (anche lui indagato). A Cassanelli viene chiesto di stabilire il valore reale della società ai fini della cessione da parte di Cemlux a favore di Cem spa. In questo modo Cem spa raggiunge un patrimonio del valore di 35 milioni, un buon biglietto da visita sui mercati finanziari. Pochi mesi dopo, infatti, la società di Mezzini, con i suoi 35 milioni di euro di portafoglio, lancia un’opa sulla Perlier spa, quotata in Borsa, e la scala. Attraverso la Cemlux S.a., Mezzini concorda un aumento di capitale riservato in Perlier pari al valore della stessa Cemlux (circa 163 milioni, a conti fatti), su 48 milioni di azioni (il 100%) per un valore totale di 17 milioni di euro. In realtà ce ne metterà circa 10. Chi gli dà i soldi? Carisbo, con un finanziamento di 21 milioni di euro a copertura sia dell’acquisto di azioni Perlier che di due terreni di Ferrara e Ravenna (altri 4,5 milioni in totale).Nel passaggio dal terreno privo di autorizzazione a costruire a Piazza Affari, Mezzini ci ha messo poco e niente di tasca sua, quindi.

Mauro Cassanelli, intanto, è entrato nel collegio dei sindaci Uniland (organo di garanzia che dovrebbe controllare i documenti societari a tutela dei piccoli azionisti) e ci resterà come Presidente fino ad oggi, cumulando anche l’incarico di sindaco in House Building. Da queste due società Cassanelli percepirà 50mila euro l’anno in emolumenti. Coincidenze?

Ferrara: il grande progetto industriale

Sulla strada che da Ferrara porta a Poggio Renatico, vicino al casello di Ferrara Sud, c’é un’area che da almeno 10 anni é considerata una “potenzialità”, e come tale viene inserita nella bozza di documento preliminare del Psc di Ferrara nel 2003. Fino a tutto il 1999, almeno, sul terreno c’era un progetto di outlet, mai approvato dall’amministrazione: dopo qualche tempo, infatti, la holding inglese interessata alla trasformazione si era sfilata dall’affare. Il 31/07/05 Cemlux acquisisce il terreno (oltre 170mila mq) tramite la controllata Este real estate per 2 milioni di euro (prestati da Carisbo, come abbiamo visto). Mezzini presenta un progetto magnifico, che affrancherebbe Ferrara dalle sonnacchiose nebbie padane per proiettarla nell’empireo dei grandi centri produttivi e commerciali. Stando alle dichiarazioni dello stesso Mezzini al Resto del Carlino, si trattava di «oltre 100mila mq coperti con 250-300 dipendenti; profumi ed essenze naturali provenienti dall’Oriente saranno lavorati e smistati in Europa e America. Ferrara diventerà la Città della cosmetica».

L’allora assessore all’urbanistica, Raffaele Atti (ora nella segreteria regionale del Flai-Cgil) si pronuncia favorevolmente sul progetto presentato da Mezzinicon una lettera indirizzata alla società, in cui si spiega che se le intenzioni sono serie il Comune è pronto a fare tutti i passi necessari per garantire una variante urbanistica con un Accordo di programma tra Comune, Provincia e Uniland, senza aspettare l’approvazione del Piano strutturale comunale. Siamo a fine 2005. Poche settimane dopo il perito Chiara Zerbini di Remax valuta che il terreno, dato il parere positivo dell’assessore Atti, vale 160 milioni di euro. Un aumento di valore di 80 volte, nel giro di 6 mesi. Praticamente un miracolo.

L’assessore Atti, intervistato, spiega: «Ho saputo di questo uso della mia lettera solo dopo un articolo del Sole 24 ore in cui si parlava proprio di quel terreno, e si sollevavano dubbi sulla trasparenza di quelle operazioni». Dopo questo episodio l’entusiasmo si raffredda e il progetto si arena. Anche perché, spiega Atti, «Mezzini aveva presentato come garanzia di serietà la presenza di Pierluigi Stefanini (all’epoca presidente di Coop Adriatica, poi presidente di Unipol, ndr) nel consiglio di amministrazione. Io mi informai e cominciai ad usare prudenza, perché la risposta che ottenni fu: “Noi con quelli non c’entriamo nulla, siamo lì solo perché abbiamo ceduto un terreno a Ravenna in cambio di azioni Uniland”».

L’entusiasmo di Uniland per quel terreno e le sue potenzialità, però, non si raffreddano. In un comunicato dell’ottobre 2009, Uniland sostiene che il Psc approvato il 20/04/09 dal comune di Ferrara attribuisce un indice di edificabilità di 0,6 mq/mq. Ma Atti spiega che quella cifra era solo il massimo valore attribuibile a quel tipo di terreno, l’indice di edificabilità deve ancora stabilirlo il Piano operativo comunale, non ancora approvato. Come vendere la pelle dell’orso prima di averlo ammazzato, insomma. Solo che per la Borsa queste potrebbero essere considerate “false comunicazioni sociali”.

Su questo terreno, con accordo del 23/09/10, Uniland ha poi ceduto una parte (oltre 3mila mq) alla Finmco spa, per 3 milioni di euro (1000 euro al mq; lo avevano acquistato a poco più di 10 euro al mq, nel 2005). Come contropartita Uniland ha acquistato quote per 2 milioni di euro della Gualtieri (il 55%), finora controllata Finmco, la quale sta costruendo un centro commerciale vicino Reggio Emilia di 11mila mq, 36 negozi, cinema multisala. Un bell’affare, si direbbe.

Questi due terreni, più un terzo vicino Ravenna, anch’esso ultra rivalutato (da 183mila a 49 milioni), costituivano il 90% del valore del patrimonio immobiliare Uniland (262 milioni di euro su 290 circa) all’atto della quotazione in Borsa. Secondo la procura le perizie erano gonfiate, e questa circostanza ha consentito all’ingegner Mezzini di ottenere la fiducia del mercato, per poi crescere e crescere. Una fiducia chiaramente malriposta, se le accuse fossero confermate. Una cosa è certa: questi episodi risalgono al 2005-2006. Sono passati esattamente cinque anni, prima che qualcuno si interessasse del caso Uniland. E un’occhiata alle carte sarebbe bastata quantomeno a farsi venire un dubbio. Il processo ci dirà se si tratta di dubbi fondati o no.

 

La bolla che verrà

di Claudio Magliulo e Giovanni Stinco

2 Dicembre 2010

Nessuna gru all’orizzonte. In provincia di Bologna il mercato immobiliare è da mesi stagnante dopo essere crollato tra il 2007 e il 2009. Basta poco per rendersene conto. Basta girare in auto per la cintura urbana che circonda Bologna. Ad attendere l’automobilista cartelli che uno dopo l’altro propongono “appartamenti”, “alloggi”, “box auto”. Tutti in palazzine nuovissime e rigorosamente vuote, o quasi. Sono 50mila gli alloggi vuoti in attesa di essere acquistati da famiglie e coppie che probabilmente non arriveranno se non fra tre o quattro anni. Un tempo forse troppo lungo per le imprese edili e le banche che da decenni hanno fatto profitti col mattone. Decisamente troppo lungo per quei 6mila, tra muratori e artigiani, che hanno già perso il lavoro. Il 20% considerando i 30mila lavoratori che prima della crisi lavoravano nel settore. E c’è già chi parla di “bolla immobiliare”.

Per questo l’Ance, l’associazione dei costruttori edili, è andata ieri a Roma a protestare contro il Governo e il patto di stabilità che blocca tutti gli investimenti pubblici nell’edilizia. Un settore, quello edile, che è sempre vissuto in stretta sinergia col pubblico. Così stretta da spingere qualcuno a parlare di “sistema di potere”. Un sistema che dopo tutto ha funzionato per decenni, ha dato lavoro in tutta la penisola a centinaia di migliaia di persone e ha rappresentato un luogo sicuro dove investire i propri risparmi. Ma potrebbe non essere più così. Difficile saperne di più dalle banche, impossibile avere informazione delle imprese edili secondo cui “tutto rimane nella norma”.Abbiamo parlato di questa crisi con alcuni esperti del settore. Roberto Scannavini, architetto che da decenni si occupa di urbanistica e restauro, Pier Luigi Cervellati, assessore all’urbanistica per quindici anni,  Paola Bonora, professoressa di geografia urbana all’Università di Bologna, Luigi Amedeo Melegari, presidente dell’Ance bolognese e Giuseppe Campos Venuti, protagonista dello sviluppo di Bologna negli anni settanta e ottanta.


Le padanine spaccano la Lega Nord emiliana


di Claudio Magliulo e  Giovanni Stinco

11 marzo 2010

Hanno messo sotto sopra la Lega Nord. Le padanine, le tre ragazze che campeggiano sui cartelloni del candidato alla regione Marco Mambelli, sono riuscite a dividere il partito in piena campagna elettorale. Accusato di maschilismo Mambelli si difende, ma la frittata ormai è fatta. E Manuela Corradini delle Donne Emiliane dice: «L´immagine femminile ne è uscita degradata».

LE PADANINE SPACCANO LA LEGA NORD EMILIANA
di Giovanni Stinco

Sembrava lo specchietto per le allodole, i media in questo caso, per eccellenza. Un gruppo facebook che in tre giorni arriva a 600 sostenitori, tre ammiccanti ragazze che girano per Bologna rendendo “frizzante l’aperitivo del candidato Mambelli”, cartelloni  con le facce sorridenti delle suddette e la scritta “MAMBO sei tu”, infine un aperitivo di lancio della candidatura del leghista Marco Mambelli previsto per la serata di Venerdì 12 al locale Le stanze, pieno centro di Bologna. Con la speranza che radio, giornali e magari anche la tv accorrano come mosche.

Ma si sa, chi di facebook ferisce di facebook perisce. Sopratutto quando ad essere pubblicizzate non sono magliette ma idee politiche. E così nel giorno della festa della donna arrivano le prime reazioni di un popolo leghista che fino a quel momento era rimasto in disparte. Orgoglio bolognese, l’associazione fondata dal segretario cittadino della Lega Nord Manes Bernardini, fa apparire sulla sua pagina facebook la seguente frase: «la gente non arriva a fine mese e c’è chi spara delle cazzate come le padanine!». Un attimo dopo appare in rete il gruppo “8 marzo 2010 padanine ribellatevi”. «Mambelli inopportuno», grida la pagina di descrizione del gruppo. «Ancora una caduta di stile – si legge nella schermata – di una politica maschilista che travisa l’immagine pulita delle giovani militanti». Tempo 20 minuti e Bernardini invita a scegliere «non solo la forza politica ma anche il consigliere regionale! Per questo è importante scegliere, e bene». E se non si fosse ancora capito, la pagina facebook di Orgoglio Bolognese spiega, attorno alla mezzanotte, come le padanine – e forse non solo loro – siano fuori luogo: «Denigrano i nostri valori. Non le vogliamo, Bossi non le vuole…se sapesse prenderebbe a calci certi candidati!»

Insomma, se nella Lega Nord Emilia qualcuno voleva fare riesplodere rancori e scontri mai davvero sopiti, l’iniziativa delle padanine è stata il modo migliore per dar fuoco alle polveri. In rete le parole, si sa, corrono più veloci che altrove e c’è chi attacca  i detrattori delle tre ragazze parlando di guerra  nel partito. Per ora, però, il dibattito si concentra tutto sulla trovata di marketing che, come dice una militante, degraderebbe «l’immagine della donne padane a veline decorative usate solo come immagine. Comunque usate”. Ma non tutti sono critici. «Quello di Mambelli è un linguaggio nuovo pensato per avvicinare i giovani”, dice Lucia Borgonzoni, portavoce dei giovani padani di Bologna. «Noi giovani siamo tutti con Mambo, abbiamo lavorato molto assieme». Ed alla domanda ormai scontata se padanine non faccia rima con veline, Borgonzoni risponde decisa: «Assolutamente no. E’ una strumentalizzazione portata avanti da altri». E annuncia una serie di incontri tematici supportati,se così si può dire, dalle tre giovani ragazze. Probabilmente già nel party di venerdì si parlerà di mondo femminile e violenza sulle donne. La pensa come Borgonzoni anche Marco Lusetti, vice segretario regionale per l’Emilia. La Lega non rischia di essere identificata come il partito delle padanine? «Non penso, quella è la campagna di un singolo. E anche se così fosse cosa ci sarebbe di male?».

Sarà, ma intanto anche altri candidati si schierano contro i cartelloni di Mambelli. Milko Skontra, uno dei fondatori della lega in regione, grida allo scandalo: «Questa storia è fuori dai nostri principi morali e dal nostro patrimonio ideale. L’immagine delle Lega ne esce distorta. E poi questo Mambelli da dove arriva? Io non l’ho mai visto». Anche Alberto Veronesi, altro candidato alle regionali, ci va giù pesante e sul suo sito titola “Non veline né padanine ma donne”. «Io sono a Roma sotto la pioggia – dice Veronesi – per una manifestazione sulla cultura rurale e invece devo sentire certe boutade… Mi dissocio dalla campagna delle padanine che toglie serietà a tutto il partito». Manuela Corradini, candidata a Parma e presidente emiliana delle Donne Padane, l’associazione femminile della Lega Nord, si sforza di comprendere: «Purtroppo per sfondare il muro mediatico bisogna anche fare questo. Forse gli altri candidati bolognesi sono così critici perché diretti concorrenti di Mambelli. Sicuramente – continua Corradini – non c’è stata nessuna intenzione di degradare l’immagine femminile ma di fatto è successo. La Lega non è questo, la lega è concretezza e vicinanza alle persone, anche ai giovani». Toni più pacati per l’unica leghista bolognese candidata in regione, Mirka Cocconcelli: «Ognuno risponde per quello che fa e sono sicura che Mambelli oltre alle ragazze ci metterà anche delle proposte concrete. Dico solo che il progresso si misura anche dalla posizione sociale del gentil sesso».

Vedremo se l’elettorato preferirà il voto di opinione in salsa Padanine o boccerà l’iniziativa e con questa il candidato Mambelli che per ora ci si è strettamente identificato. Per il movimento padano la sfida non sarà solo quella di rimanere stabile elettoralmente o se possibile accrescere i propri voti. E’ la sfida tutta interna delle preferenze che determinerà i nuovi equilibri complessivi del partito.

LORO, LE PADANINE. FUTURE AVVOCATO, MANAGER E DIRIGENTE.
di Claudio Magliulo

Stefania,ragazza della Calabria che vive a Bologna dove frequenta la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere si definisce curiosa, ama leggere e nella vita sogna di diventare una dirigente nel campo delle pubbliche relazioni o una mediatrice culturale. Erika, di Bologna, neo laureata in Economia e Marketing, sportiva ( pattinaggio artistico )ama la musica, l’arte e la moda, sogna di lavorare nel campo della pubblicità come manager. Eleonora, di Bologna, ultimo anno di liceo, gioca a pallavolo, ama stare in famiglia che ritiene il suo punto di riferimento, ama viaggiare e conoscere culture diverse, da grande vuole fare l’avvocato.

Come siete state coinvolte nel progetto Le Padanine?
«Il nostro coinvolgimento  è stato spontaneo dovuto anche al fatto che  conosciamo Mambo».

E’ una campagna elettorale. Credete in quello che state promuovendo?
«Si, crediamo nel progetto che stiamo promuovendo. Ci siamo avvicinate alla Lega Nord  perché crediamo nei valori della famiglia, delle nostre radici culturali e perché è l’ unico partito vicino ai giovani».

Come avete conosciuto Mambelli? Lo votereste?
«Mambo l’ abbiamo conosciuto  all’evento educativo- giovanile “no alcool, no bollo”,a Marina di Ravenna,  iniziativa legata alla sicurezza stradale. Certo che lo votiamo!»

La Lega si è spaccata in due per voi. Non vi sentite un po’ in colpa?
«Non è un problema nostro, noi sosteniamo il nostro candidato in quanto sono le persone che devono fare la politica e non il contrario. Ci pare che anche negli altri partiti  ci siano correnti interne».

L’associazione Donne padane dice che di fatto siete state strumentalizzate, altri dicono che siete come le veline. Voi cosa rispondete?
«Nessuno ci ha strumentalizzate anche perché stiamo sostenendo un amico candidato alle regione ed il partito. Veline? Future avvocato, manager e dirigente».

Cosa pensano di questa vostra attività familiari e fidanzati?
«Sono molto contenti perché siamo ragazze con la testa sulle spalle e per il nostro futuro non abbiamo in programma di fare le soubrette, ma intraprendere carriere nel mondo della giustizia e dell’impresa con serietà e impegno».

Stefania, tu sei calabresecome concili questo con il progetto “Le Padanine”?
«L’Onorevole Mara Ventano mi risulta sia siciliana! Oggi la Lega Nord è l’ unico movimento vero che difende le nostre tradizioni ed in cui  in cui un giovane si può riconoscere».

Quali sono le vostre tre proposte o idee principali per la politica regionale?
«Vorremmo maggiore sicurezza, una riforma sanitaria adeguata all’evoluzione sociale ed economica, una consulta giovanile regionale. A livello universitario vorremmo che si attuasse una riforma che apra maggiori sbocchi professionali».

DAL LISCIO AL MAMBO: CHI C’E’ DIETRO LE “PADANINE”?
di Claudio Magliulo

Dal nome sembrebbero un nuovo tipo di panino autostradale. In realtà sono un gruppo di ragazze selezionate con cura per rappresentare la nuova immagine del Carroccio emiliano: giovani, carine e soprattutto fieramente padane. Di più, “Padanine”. Al centro di polemiche tutte interne alla Lega, i volti puliti di queste tre signorine stanno portano per le strade della città il criptico messaggio: “Scrivi Mambo – Mambo sei tu”. Dietro lo pseudonimo caraibico si cela in realtà il soprannome non troppo originale di Marco Mambelli, paffuto finanziere in congedo, in corsa per il consiglio regionale con il Carroccio. Mambelli ha conosciuto le Padanine, se ne è «innamorato» e le ha volute come testimonial della sua campagna elettorale. E alle polemiche scoppiate in questi giorni risponde così: «Le ragazze sono intelligentissime e si impegnano in aspetti anche sociali, pensi che da grandi aspirano a diventare avvocato, manager e imprenditrice.  Forse qualcuno confonde la politica con la comunicazione. Io faccio politica [il programma di Mambelli è consultabile sul sito www.marcomambelli.it ma non sul sito delle padanine www.scrivimambo.comndr] e le ragazze comunicazione promuovendo la Lega nel mondo giovanile con un linguaggio che la politica tradizionale non conosce».

Forse le Padanine non rispecchiano i valori della Lega come la conosciamo, ma l’obiettivo è stato raggiunto: se ne sta discutendo. L’ideatore di questa controversa campagna per svecchiare l’immagine del partito ed attirare il voto degli under-35 è Daniele Baldini, effervescente politico forlivese e presidente del Fisoc (Famiglia istituzioni e società – Osservatorio Culturale), associazione che nella sua missione include, tra le altre cose, “favorire la sensibilizzazione, in modo particolare nel mondo giovanile, dei valori relativi al rispetto verso il prossimo e verso le fasce più deboli della società”. Per sensibilizzare in modo appropriato i giovani, Baldini ha organizzato un grande happening per il 12 Marzo al discopub “Le Stanze”, al quale sono attesi, a detta dello stesso, moltissimi ragazzi. Ma al momento l’invito lanciato su Facebook ha solo 60 invitati confermati. Baldini è elettrizzato e ritiene che l’operazione di marketing avrà grande successo. Certamente più di quello ottenuto dalla sua candidatura alle comunali di Forlì: appena 200 voti, lo 0,3%, per la sua lista civica Libertà e Futuro. E se allora Baldini si diceva sicuro di scontrarsi al ballottaggio con Roberto Balzani, il candidato del centrosinistra poi eletto sindaco, adesso non lesina l’entusiasmo: «Crediamo che le Padanine riscuoteranno un grande successo. La data a “Le Stanze” è solo la prima di una lunga serie…». Ma i progetti del presidente del Fisoc vanno ben oltre. Le Padanine sono state progettate per essere un marchio di abbigliamento per l’estate (“new summer style”), che in questa campagna per le regionali ha trovato un ottimo trampolino di lancio. Attraverso la rivista da lui fondata lo scorso Novembre, Vocis magazine, Baldini promuove se stesso e il progetto delle Padanine, con una graziosa intervista nella quale le tre “ragazze della porta accanto” dichiarano che per loro essere Padanine è un’esperienza di vita e insieme un gioco. «Sicuramente, il successo e l’interesse che sta destando questo nuovo fenomeno, anche in vista dell’estate che sta per arrivare – scrive Baldini –  è proprio la percezione che queste ragazze sono la compagna di scuola, l’amica del cuore…».

Erika, Eleonora e Stefania sembrano convinte di quello che fanno. E a chi le accusa di velinismo rispondono: «Nessuno ci ha strumentalizzate anche perché stiamo sostenendo un amico candidato alla Regione ed il partito. Veline? Future avvocato – manager e dirigente». Certe del loro futuro come pochi coetanei, le tre ragazze parlano della festa della donna appena trascorsa esprimendo una speranza: «che le valutazioni su noi ragazze fossero fatte sulla base delle conoscenze professionali e non solo sull’aspetto fisico». Magari sul prossimo manifesto metteranno anche il curriculum, chissà.


Ho un grillo per la testa

di Claudio Magliulo e Giovanni Stinco

11 febbraio 2010

Astro nascente del Movimento a 5 Stelle di Beppe Grillo e già consigliere comunale a Bologna, Giovanni Favia tenta l’avventura in regione. I sondaggi a livello nazionale danno il movimento stabilmente sotto l’uno per cento ma alle scorse amministrative gli amici di Grillo hanno sorpreso tutti ottenendo ovunque presenti buoni risultati. Favia promette di diventare il “consigliere collettivo” del movimento e annuncia trasparenza e battaglie contro la casta . Basteranno Grillo e l’intensa attività sul web per portarlo in via Aldo Moro?

LE PRIMARIE CHE NON C’ERANO
di Claudio Magliulo

Affacciarsi alla galassia del movimento grillino è un po’ come entrare nella Casa degli Specchi di un luna-park. Niente è ciò che sembra, e nessuno può arrogarsi il diritto di dare una “versione ufficiale”. Tutto passa dalla Rete: chiunque può dire qualunque cosa, e perciò i conflitti, che nei partiti vecchi e nuovi si consumano nelle segrete stanze di una direzione politica, nel Movimento a 5 stelle sono evidenti, plateali, sovrabbondanti. Con un vantaggio e un rischio: la trasparenza e l’anarchia.

«Abbiamo costruito una casa di vetro», rivendica Giovanni Favia, consigliere comunale a Bologna e candidato presidente alle prossime elezioni regionali. Ma ogni casa ha bisogno di fondamenta per assicurare tenuta strutturale, ed ogni partito, gruppo d’interesse o movimento necessita di regole per organizzarsi.

Regole condivise per decidere come, chi, quando e su cosa si vota. Samantha Comizzoli, del meet-up di Ravenna, è tra i grillini “dissidenti”: «La totale mancanza di regole non è democrazia, è anarchia dove vince il più forte». Il più forte, in questo caso, è certamente Giovanni Favia, che la spiega così: «Nella selezione naturale della Rete mi sono imposto perché ero il candidato con più credibilità e più chance di farcela. Punto». Uomo di punta della lista beppegrillo.it a Bologna e in Emilia-Romagna, due volte ospite ad Annozero, Favia è certamente il più conosciuto dei grilli emiliani. E forse è per questo che Beppe Grillo lo ha direttamente investito, cinque mesi prima delle elezioni, con un post sul suo blog: «Il MoVimento è in fase di formazione e i tempi elettorali stringono. Per questo mi prendo la responsabilità di presentare i due candidati per Campania ed Emilia Romagna: Roberto Fico e Giovanni Favia. Ho ascoltato molte voci nelle due Regioni e mi sembrano i candidati ideali. In futuro, dopo le Regionali, con le iscrizioni on line al MoVimento, ogni scelta, ogni candidato, ogni punto del programma sarà votato dagli iscritti on line. Ognuno conta uno nel MoVimento». Ma non ci sono ancora gli strumenti tecnici per garantire una reale partecipazione a tutti. «C’è un problema di rappresentanza – ammette Favia – Ma ci stiamo lavorando. Il nostro è un lavoro continuo di messa a punto. La prossima volta andrà meglio».

Questa volta le primarie per scegliere il candidato in Regione non erano aperte a tutti, ma ristrette a 40 “grandi elettori”, delegati ad esprimere le preferenze dei propri territori di appartenenza. Da quelle primarie Favia è uscito vincitore, con oltre l’80% delle preferenze. Ma degli altri due candidati che gli si opponevano, una, Cinzia Pasi, si è ritirata immediatamente. Il secondo, Giorgio Gustavo Rosso, piccolo editore di Forlì, aveva messo a verbale: «Questa campagna elettorale è mortificante rispetto alla mia idea di come fare politica. Quello che ho sentito è che non avevamo il candidato ma che quello di Bologna diventava regionale… E’ possibile che in tutta la regione non siamo in grado di trovare un candidato diverso da quello di Bologna?». Di opinione opposta Vito Cerullo, consigliere di circoscrizione a Reggio Emilia: «Noi abbiamo scelto Favia perchè abbiamo conosciuto il suo pensiero prima e durante la campagna elettorale. Le polemiche emergono, e sono strumentalizzate dai nostri avversari, perchè noi facciamo tutto alla luce del sole».

Il percorso che ha portato alla candidatura di Favia in Regione rileva alcuni handicap strutturali di un movimento anomalo, senza burocrazie, democratico forse all’eccesso. «C’è un clima da pensiero unico, i dissenzienti vengono isolati e indotti ad uscire”, denuncia Lorenzo Alberghini, ex coordinatore del meet-up. Alberghini, detto Lollo, è uscito tempo fa dal movimento perché non condivideva un clima che non esita a definire di “democrazia dogmatica”. «Quelli che ne fanno le spese, purtroppo, sono prima di tutto gli stessi attivisti».

La trasparenza non basta, ed anzi può contribuire ad alimentare una logica amico-nemico, anche quando non serve o non è adeguata a spiegare le diverse visioni e posizioni in un giovane movimento. Non aiuta di certo una sindrome da accerchiamento, che il movimento grillino agita anzi come una bandiera. Ma alla fine della fiera, che l’aderenza a una linea sia amministrata da un grigio burocrate o da un’assemblea fatta di cittadini appassionati, pronti a difendere il progetto contro tutto e tutti, il risultato è lo stesso. Qualcuno si allontana, qualche pezzo di movimento non ci sta. Favia è convinto che sia un fenomeno fisiologico: «I meet-up sono spazi aperti, strumentalizzabili. C’è qualcuno che parla per la propria città, come fosse un ducato, solo perché c’è un meet-up con quattro iscritti. La verità è che anche nelle realtà critiche stiamo raccogliendo firme e la gente ci segue. Chi era in buona fede tornerà».

Un po’ come i giovani tolstojani ne “L’idiota” di Dostoevskij, i grillini hanno bucato il muro di gomma tra la politica e i cittadini, sono entrati nel Palazzo d’Inverno e adesso hanno un unico obiettivo: far passare i propri temi, ma soprattutto un modo differente di fare politica. La rotta si traccia ogni giorno, senza bussole né portolani, e il rischio di derive c’è. Ma se grande è la confusione sotto il cielo della politica italiana, la situazione può essere eccellente per chi spera in un “nuovo Rinascimento”. E invece di sperare e basta, cerca di costruirlo ogni giorno.

L’ASSEMBLEA. ISTANTANEE DA BEPPEGRILLO.IT
di Giovanni Stinco

«Qualcuno vuole emendare l’ordine del giorno? Altrimenti lo votiamo e iniziamo subito l’assemblea». Si apre così, con una formula che sotto le due torri anche le assemblee universitarie hanno scordato, una tipica riunione del movimento grillino bolognese. Riunione che però non si tiene nel cuore della zona universitaria ma nella sala polivalente del quartiere Savena. Per arrivarci bisogna camminare qualche minuto nella periferia di casermoni rosso mattone, storico serbatoio di voti di un PD che solo sei mesi fa si è fatto rubare proprio dai grillini 2.167 preferenze, il 6% dei votanti nel quartiere. Ottanta i presenti questa sera e una dozzina i simpatizzanti che per la prima volta si mettono in gioco presentandosi di persona e abbandonando lo schermo protettivo del proprio pc. Perché se è dalla rete che tutto parte è in rete che di solito tutto finisce. Seimila contatti tra facebook, newsletter e meetup ma solo 300 “attivi”, persone che escono dall’anonimato del web per partecipare con costanza a volantinaggi, manifestazioni e discussioni che non siano solo virtuali.

«Ci servono almeno 150 cittadini con l’elmetto» era lo slogan che su facebook preannunciava l’appuntamento di questa sera. Non saranno 150 ma come prima uscita pre-elettorale del movimento Grillo il numero dei presenti è incoraggiante. Di appuntamenti come questo ce ne sono due al mese. Più frequenti invece la assemblee degli “attivi” in cui ci si confronta, si propongono iniziative e si decide votando e, a volte, scontrandosi. Questa sera si discuterà delle liste che il movimento presenterà nei quartieri ed in comune alla prossime elezioni cittadine. Modera Marco Piazza, veterano grillino che ci tiene a spiegare da subito come funziona il progetto politico nato per volontà del comico genovese. «Una volta – spiega al microfono – usavamo esclusivamente Meetup, la piattaforma internet dove si può discutere e dove vengono inseriti documenti e appuntamenti. Ora Meetup è solo l’ultimo tra i vari strumenti che abbiamo a disposizione. Come punto di riferimento c’è il sito http://www.listabeppegrillo.it e poi quello per le elezioni regionali http://www.emiliaromagnainmovimento.it/».

Terminata l’introduzione partono le presentazioni dei nuovi arrivati. Inizia Christian, lavoratore dell’ATC che vuole coinvolgere i suoi colleghi autisti e promette di convincere 1800 persone. C’è poi Bruno, bolognese doc che lavora sopratutto di sera e non ha molto tempo ma che adesso ha deciso di impegnarsi: «sperando che voi non siate come gli altri». «Siamo nati apposta per essere diversi» è la risposta di Maria che poi passa la parola a Barbara, tutta rossa per l’emozione e un po’ intimidita dalla platea: «perché nel meetup di Rovigo siamo solo in 5 o 6. Vedere tutta questa gente mi commuove». Ogni intervento è accompagnato da sorrisi e applausi di incoraggiamento..

Poi prendono la parola quelli di Controllo Cittadino, l’associazione che a dicembre ha premiato il consigliere grillino Giovanni Favia con un bel 10 per la quantità di iniziative proposte in aula.  «Bisogna proseguire nella marcatura ad uomo della casta – spiega Giuseppe che si dichiara pensionato – ma il pensionato non voglio proprio farlo». E ricorda a tutti che sul suo blog è possibile leggere i resoconti delle convocazioni della giunta comunale bolognese.

Prende il microfono Maria, seduta accanto al moderatore e incaricata di redigere il verbale della serata: «E’ giusto continuare così, voi lo fate dall’esterno, noi lo facciamo dall’interno col nostro consigliere Favia. Giovanni è solo il nostro portavoce, dietro di lui c’è una rete di cittadini con cui collabora ogni giorno, con cui crea amministrazione condivisa».

Quello che più colpisce di un’assemblea del movimento 5 stelle è la collaborazione tra i suoi vari membri. Chi “ci capisce di numeri” si occuperà di Bilancio, l’architetto si interesserà all’urbanistica, l’avvocato darà una mano alla scrittura dello statuto del circolo locale. L’appassionato ciclista proporrà invece biciclettate settimanali per monitorare lo stato delle piste ciclabili cittadine e passare poi il materiale raccolto al consigliere di quartiere eletto nelle file del movimento. Favia diventa così solo la punta dell’iceberg di un’organizzazione che lavora, produce documenti e idee. Amministrazione collettiva secondo Marco Piazza, consigliere sociale per lo stesso Favia. La sostanza rimane la stessa per persone che sono state incantate dagli spettacoli di un comico che ormai è diventato un leader carismatico ed un ispiratore di masse. «E’ finito il momento del resistere. Ora è il tempo del costruire» ha scritto tempo fa Beppe Grillo sul suo sito letto da centinaia di migliaia di persone ogni giorno. Questa sera gli fa eco Marco Piazza che rilancia: «Vogliamo cambiare questa società e per questo ci chiamano utopisti. Rendiamo l’utopia realtà» E guardando i sei che per primi hanno mandato i loro curriculum proponendosi al movimento per entrare nelle liste elettorali chiede ad alta voce: «Allora chi si candida?»

INTERVISTA A GIOVANNI FAVIA
di Claudio Magliulo e Giovanni Stinco

«Ci basta un eletto. Perché se entra uno entra la webcam, il virus, il consigliere collettivo attraverso cui tutti possono essere informati e decidere». Ci accoglie così Giovanni Favia, consigliere comunale dei grillini bolognesi che ora lo candidano alle prossime regionali e puntano a mettere un piede in via Aldo Moro, anzi una webcam come dicono loro. Ventotto anni, qualche occupazione studentesca ai tempi delle superiori e poi nel 2002 la manifestazione no-global a Praga e la carovana della pace in Palestina organizzata dall’associazione Ya Basta e dai disobbedienti del TPO – ma lui ci tiene a precisare di non essere mai stato una tuta bianca. Poi 5 anni di sonno politico. «Appartenevo al popolo del non voto – dichiara senza mezzi termini – ma poi ho incontrato Grillo». Ed è nato l’amore. Prima come simpatizzante interessato ai temi ecologici, poi sempre più impegnato fino al grande successo del V2-Day che portò in Piazza Maggiore migliaia di persone contro l’ordine dei giornalisti, la legge Gasparri e i contributi per l’editoria. E in effetti il suo rapporto con la stampa cittadina è sempre stato quanto meno tormentato.

Quando Grillo ha lanciato la tua candidatura in regione Repubblica Bologna ha parlato di un matrimonio rovinato e di una sposa in lacrime.

«Non mi sembra che fosse quella la notizia. Comunque cerco di non attaccare i giornalisti perché ho bisogno della loro fiducia per fare passare i messaggi del movimento. Certo però che accadono cose strane. Nessuno scrive della mia candidatura in regione. E quando parlano del movimento ne parlano male. A volte è davvero svilente».

Perché questa diffidenza?

«Noi siamo una forza che fa proposte ma che picchia anche duro. Attacchiamo i grandi gruppi economici, Hera ad esempio che ha rapporti con Casentino [sottosegretario all’economia e alle finanze, nel 2009 ne viene chiesto l’arresto, poi negato dalla Camera, per concorso esterno in associazione camorristica, ndr]. Quando ho denunciato la cosa molti mi hanno detto: “non so se me la pubblicano”».

A marzo quanti voti sposterà Grillo e quanti Favia?

«Non c’è Grillo senza movimento e viceversa. La credibilità di Beppe ci è servita per fare breccia nella gente. Ora però ci voteranno solo per il nostro operato»

Cos’è il movimento a 5 stelle?

«Beppe vuole dare ai cittadini strumenti per giudicare la classe politica. Il senso delle 5 stelle è proprio quello del voto agli amministratori della propria città».

Qual è il vostro programma?

«E’ disponibile sul nostro sito. Tutti potranno commentarlo ed integrarlo attraverso  la rete. I contenuti più votati saranno adottati da tutto il movimento. Via web vogliamo consultare la base per tutte le decisioni politiche. Purtroppo per ora la piattaforma internet per la partecipazione non è ancora pronta, lo staff di Grillo la sta ultimando».

Nel vostro programma non si trova la parola crisi. Non vi sembra di trascurare i temi sociali?

«Ci stiamo ancora lavorando e aspettiamo i contributi di tutti. Per quanto riguarda la crisi preferiamo parlare di cambiamento. Non vogliamo rispondere alla disoccupazione con strumenti di 50 anni fa. Stimolare il Pil col piano casa o con i sussidi alla Fiat è folle in un momento di crescita demografica zero. Bisognerebbe invece puntare sui trasporti collettivi ed ecologici».

Grillo ha tentato di partecipare alle primarie del Pd a livello nazionale. Tu faresti la stessa cosa nel Pd bolognese?

«Mai. Loro hanno le truppe cammellate dai circoli, non servirebbe a nulla».

In Emilia Romagna il Pd ed il Pdl sono davvero uguali?

«Ci sono certamente delle differenze ma entrambi hanno la stessa idea di sviluppo. Che a  livello regionale significa totale condivisione del piano energetico, dei trasporti e di quello paesaggistico. In un sistema bipolare com’è possibile che destra e sinistra concordino su tutto, anche sulle grandi opere? Mi sembra un incantesimo come dice Grillo, una follia o forse la realizzazione del piano P2 di Gelli».

Allora siete vicini all’Idv?

«E’ un partito come tutti gli altri, lottizzato e pieno di opportunisti. Il mio giudizio etico non può che essere duro, anche su di loro. I voti che Di Pietro ha  preso negli ultimi anni sono nostri. Ce li riprenderemo».

La giunta Errani ha lavorato bene in questi ultimi 15 anni?

«No. Siamo una delle regioni più ricche del mondo ed è facile fare bene. Loro citano le statistiche italiane e rivendicano il primo posto, ad esempio nella sanità. Ma corrono contro il sud Italia. Se davvero sono l’eccellenza perché non si misurano col nord Europa? Perché negli ultimi 20 anni c’è stato un più 25% di cemento a livello regionale? In Sicilia c’è la mafia, qui invece cosa c’è?»

Cosa?

«Una cooperativa come Ansaloni che ha dato 25mila euro di finanziamento al Pd, ufficialmente. E solo 10mila ai terremotati dell’Abruzzo. E’ il sistema emiliano ad essere malato ed al collasso. Le società partecipate gestiscono tutto: trasporti, energia, acqua, informazione e ambiente. Ottocento nomine tutte politiche che hanno in mano la cosa pubblica. Come sceglie il centro-sinistra queste persone? Per lottizzazione?  O forse per amicizia? E quanti incarichi danno ad ognuno di loro? Sette o otto a testa per gestire una regione con un pugno di uomini. Errani su questo non apre bocca e quando lo fa non dice niente. Ad esempio sul piano territoriale di sviluppo».

E voi cosa proponete?

«Le opere pubbliche non sono di per sé una cosa cattiva ma devono premiare le piccole imprese del territorio, non le solite due o tre maxi-imprese che spesso vengono da fuori e si portano dietro le maestranze. Noi proponiamo un piano di riconversione energetica da 2 miliardi di euro coibentando tutti gli edifici. Attuando la raccolta differenziata porta a porta si creerebbero poi 5mila posti di lavoro a livello regionale. E soprattutto ci vuole trasparenza e un controllo costante sugli atti della pubblica amministrazione».

Aspirate ad un consigliere. Una webcam da sola non può decidere nulla.

«Innanzitutto vogliamo diventare maggioranza culturale prima che politica. Nei comuni riusciamo già ad incidere, a Bologna li marchiamo stretto. La nostra presenza fa bene perché migliora la trasparenza dell’amministrazione. E’ successo sotto le due torri e succederà anche in regione e, in futuro, in parlamento».

Ti candiderai alle politiche?

«Io non ho un mandato sulla persona. Faccio parte di un network di rete e sono uno strumento. E’ vero che contano le idee ma ci vogliono persone che abbiamo capacità di esprimersi e non si facciano mettere nel sacco dai professionisti della politica. Perché le cose che dico io le pensano tutti i nostri attivisti».

“Uno conta uno” che vuol dire?

«Che il voto è diretto ed è in rete, non ci sono segretari o delegati».

Alle regionali però ti hanno scelto 40 grandi elettori delegati dalla province.

«Un conto è la pratica, un conto la teoria. Purtroppo il portale per la democrazia diretta non è ancora pronto. Siamo ancora in formazione e per noi la sfida delle Regionali è una novità».

Cosa pensi di Delbono e del suo operato?

«Delbono si è comportato malissimo. Se si è dimesso è solo perché è stato costretto dai suoi. Il Pd ha criticato Berlusconi per 10 anni. Poi però il sindaco ha piazzato nel cda di Hera il suo avvocato. Come Berlusconi ha portato in parlamento Ghedini».

Cosa c’è dietro all’inchiesta sul Cup?

«Stanno mentendo a tutto spiano. Come Moruzzi [direttore generale di Cup 2000, ndr] che nega i suoi rapporti personali con Delbono. La stanno facendo grossa e la pagheranno».