La nave post-apocalittica

di Claudio Magliulo

27 ottobre 2010

Si chiama Waterpod (letteralmente «guscio acquatico») ed è niente di meno che una imbarcazione post-apocalittica ancorata a Brooklyn, sull’estuario del fiume Hudson. A presentarla a Terra Madre 2010 sono stati due ragazzi dello Youth Food Movement, il movimento dei giovani di Slow Food. L’obiettivo del progetto era quello di costruire un sistema-casa autosufficiente, in grado di resistere anche a possibili sconvolgimenti climatici: per esempio l’innalzamento delle acque che potrebbe colpire New York nei prossimi decenni. La struttura di base è una chiatta, in disuso, ristrutturata da un gruppo di giovani artisti, ingegneri, carpentieri, agronomi americani, fino a renderla completamente autosufficiente sotto il profilo energetico e alimentare. Il Waterpod non necessita di alcun tipo di carburante ed è in grado di muoversi grazie all’energia elettrica, stoccata in grandi batterie ricaricabili. Ad alimentarle una serie di pannelli solari disposti sopra-coperta, ai quali presto si aggiungerà un mini-impianto eolico. Un complesso sistema di riciclo delle acque consente poi di riutilizzare l’acqua piovana e riciclare le acque grigie per l’irrigazione di un orto idroponico, grazie ad un apposito sistema di filtraggio. L’orto ospita un po’ tutte le verdure necessarie a una sana alimentazione: mais, zucca, basilico, cetrioli, prezzemolo, ravanelli, melanzane, lattuga, girasoli, etc. A garantire la fertilità del suolo è un compost di rifiuti trattati, in parte scarti di cibo, in parte prodotti dalle quattro galline ospiti della nave. Insomma, i cambiamenti climatici non spaventano gli abitanti del Waterpod, come racconta Carissa Carman, artista poliedrica e tra i principali partecipanti al processo di ristrutturazione: «L’idea è una chiatta utopica post-apocalittica. Nel futuro, se tutto dovesse crollare, chi si troverà su di essa avrà buone possibilità di sopravvivenza. Ma il messaggio è che è già possibile avere una vita sana e feconda, in un circuito chiuso che si auto-sostiene». Mentre Mary Mattingly, una dei leader del progetto e curatrice del sito web, sottolinea: «Il Waterpod traccia un percorso per comunità future, nomadi e basate sull’acqua. Il suo obiettivo è preparare, informare e offrire alternative agli spazi di vita presenti». Giovani dalle storie più disparate hanno immaginato e contribuito, ognuno a suo modo, alla realizzazione del progetto. C’è chi ha trovato il modo per costruire un efficace sistema di filtraggio e chi ha riciclato il tessuto di vecchie tende da campeggio per realizzare una serra naturale a copertura dell’orto. Qualcuno ha trasportato sulla nave il suo «giardino verticale» (realizzato nel cassone del suo pick-up o semplicemente in una fioriera), qualcun altro ha fornito l’acciaio per le strutture principali. La caratteristica forse più interessante del progetto è infatti la sua completa autosufficienza, anche economica. Non ci sono fondi né pubblici né privati, dietro. Tutto ciò che è stato costruito è venuto da residui, scarti, immondizia. Materiali ritenuti inerti e inutili che hanno ora trovato una nuova (e futuristica) vita. Sulla chiatta vivono al momento cinque persone, cinque artisti che mostrano il progetto a scolaresche e semplici curiosi, e nel frattempo producono installazioni e opere d’arte. Ma il progetto non si ferma qui, la chiatta è solo l’inizio. Il prossimo passo sarà costruire una città intera di case galleggianti, collegate tra loro e completamente autosufficienti. Una città a cui chiunque potrà aggregarsi e da cui chiunque potrà ripartire, quando vorrà. Una città nomade, appunto, senza mutui subprime né tassa Ici.

Per l’alluvione aiuti lenti e scarsi. Mentre continua l’esodo di massa

di Claudio Magliulo

18 agosto 2010

Lentamente, gli aiuti iniziano ad arrivare al Pakistan stremato e a mollo da due settimane. Finora però è arrivato circa un terzo dei 460 milioni richiesti dall’Onu per far fronte all’emergenza sul breve periodo, la metà dei quali nella giornata di ieri. Ma è solo una piccola parte di quanto si stima potrà costare rimettere in piedi il paese: le prime stime erano di 1,7 miliardi di dollari; ieri l’ambasciatore del Pakistan presso le Nazioni Unite, Zamir Akram, ha alzato la cifra a «qualcosa nell’ordine dei 2,5 miliardi di dollari». La Banca mondiale ha offerto circa 900 milioni di dollari, principalmente dalla riconversione di progetti già iniziati, ma ne ha finora erogati una percentuale molto ridotta. Anche l’Italia ha fatto la sua parte, con un milione di euro e la cancellazione del debito pakistano, circa 100 milioni di euro. Soldi virtuali, che non potranno fornire cibo, riparo o acqua potabile ai milioni di sfollati. Le prime stime del governo pakistano parlano di oltre 700mila abitazioni distrutte, in decine di migliaia di villaggi spazzati via dall’acqua. Più di un terzo del territorio pakistano è sommerso, un’area pari all’Italia continentale. Tra i 15 e i 20 milioni di persone sono sfollati, oltre il 10% della popolazione. Sott’acqua sono il Punjab e le pianure del Sindh, a sud: il granaio del paese, quasi un milione e mezzo di acri di terra coltivata. L’inondazione minaccia la semina di metà settembre, avvicinando lo spettro di una crisi alimentare. Inoltre manca l’acqua potabile. Un paradosso solo apparente, che è già costato la vita a dieci persone, morte di dissenteria – lo riferivano ieri giornali pakistani. Tra queste alcuni bambini che avevano bevuto acqua non potabile, pur trovandosi dentro campi profughi allestiti per l’emergenza. La debolezza del Pakistan è anche energetica: le principali raffinerie e centrali termoelettriche sono chiuse fino al ritiro delle acque. Vale a dire che i black-out saranno sempre più frequenti, un’ulteriore difficoltà logistica (oltre ai ponti crollati e alle strade ostruite da fango e detriti) per gli aiuti umanitari. «Il denaro non sta arrivando velocemente quanto vorremmo», ha dovuto ammettere Maurizio Giuliano, portavoce Onu a Islamabad. L’opinione pubblica internazionale, nonostante le rassicurazioni del governo pakistano, teme che gli aiuti finiscano nelle mani di Taliban o funzionari corrotti. Così finora si è tenuta ben lontana dalle spassionate professioni di solidarietà fatte dopo il terremoto che sconvolse Haiti – si pensi agli aiuti paracadutati da Obama, Bertolaso accorso a pontificare sull’inefficienza della macchina americana, la portaerei Cavour inviata dal ministro La Russa. Gli operatori internazionali e le autorità pakistane sono stupiti dalla disparità di trattamento. Ma forse è che la tragedia pakistana non è spettacolare – niente onde di tsunami, la terra non trema – né è stata spettacolarizzata dai media – niente volti di bambini in prima pagina. Così rischia di passare inosservata.

Foreste e bilanci creativi

di Claudio Magliulo

10 giugno 2010

I Paesi ricchi vogliono cambiare le regole del protocollo di Kyoto, con l’obiettivo di creare delle scappatoie contabili per sovrastimare il valore dei crediti di emissione ottenuti dal ripopolamento delle foreste. Lo denunciano i rappresentanti del G77, che riunisce i Paesi più poveri del pianeta, i più esposti ai rischi del cambiamento climatico. La polemica scoppia nel quadro dei colloqui in corso a Bonn tra i firmatari della «Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico» per accordarsi su una bozza di documento da discutere nel seguito di Copenhaghen. Come funziona: a tutt’oggi uno dei Paesi industrializzati può pagare un Paese in via di sviluppo perchè sospenda il taglio delle proprie foreste. Questi alberi vengono convertiti in tonnellate di Co2 equivalenti, per le quali il Paese ricco acquisisce dei crediti di emissione. In pratica, a parità di emissioni effettive, il Paese industrializzato può vantare una riduzione delle stesse di natura squisitamente contabile. Il meccanismo è regolamentato da un mercato di scambio per questi crediti. In teoria ci guadagnano tutti: i Paesi in via di sviluppo in moneta sonante, quelli sviluppati in crediti con cui compensare lo sforamento del tetto alle emissioni, il pianeta perchè un albero in più continua a filtrare pazientemente l’anidride carbonica dall’atmosfera liberando ossigeno. Un paradiso. Eppure un inghippo già c’era. Cosa di intende, infatti, per foreste? Non solo la foresta equatoriale vergine, quella con babbuini, pappagalli e liane, per intenderci. La Fao riconosce come foresta anche le piantagioni di palme da olio, per esempio. Il vantaggio è chiaro. Si tagliano barbaramente tutti i fusti presenti nel raggio di miglia, poi ci si pianta le palme da olio. Dopodichè é possibile vendere l’olio della piantagione, e contemporaneamente crediti di emissione per aver ripiantato degli alberi. Un meccanismo vagamente perverso che, questa è la denuncia dei Paesi poveri, rischia di essere peggiorato dalle bozze di riforma dell’accordo proposte dai Paesi industrializzati. Secondo il G77 e alcune centinaia di ong ambientaliste riunite nel Climate Action Network, le nuove regole potrebbero sovrastimare di almeno il 5% il totale della riduzione di emissioni, vale a dire circa 400 milioni di tonnellate di anidride carbonica che nei bilanci del sistema Lulucf (Land use, lande use change and forestry) risulterebbero risparmiate grazie ai buoni uffici e agli investimenti dei ricchi Paesi del Nord del mondo, ma che invece viaggerebbero beatamente in atmosfera per riunirsi agli altri miliardi di tonnellate già presenti nella nostra aria. L’Ipcc, il gruppo di studio sul clima delle Nazioni Unite, stima che la conversione di foreste in terreni agricoli contribuisca ad un aumento annuale delle emissioni pari a circa due milioni di tonnellate di anidride carbonica. Per avere un’idea di quanto siano, basti pensare che il totale delle emissioni da combustibili fossili è di sei milioni e mezzo di tonnellate. Asad Rehman, responsabile Clima di Friends of the Earth ha commentato la polemica tra i Paesi ricchi e il gruppo del G77: «Quando si parla di foreste i Paesi ricchi badano solo ai dettagli e si fanno sfuggire il quadro d’insieme. Stanno facendo di tutto per evitare di tagliare le loro emissioni il prima e più velocemente possibile, e così facendo mettono in pericolo i negoziati sul clima». Probabilmente sono i rischi che si corrono monetizzando l’aria e le risorse naturali per costruirci attorno un mercato: c’è sempre qualcuno che vince e qualcuno che perde. E stranamente sono sempre gli stessi.