L’Onu vara l’ennesimo intervento: truppe europee in Centrafrica

La Repubblica Centrafricana precipita in una spirale di violenza e instabilità. Due milioni e mezzo di persone a corto di cibo, un milione gli sfollati. L’Unione Europea pronta ad inviare un contingente con la benedizione dell’Onu.

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La bolla che verrà

di Claudio Magliulo e Giovanni Stinco

2 Dicembre 2010

Nessuna gru all’orizzonte. In provincia di Bologna il mercato immobiliare è da mesi stagnante dopo essere crollato tra il 2007 e il 2009. Basta poco per rendersene conto. Basta girare in auto per la cintura urbana che circonda Bologna. Ad attendere l’automobilista cartelli che uno dopo l’altro propongono “appartamenti”, “alloggi”, “box auto”. Tutti in palazzine nuovissime e rigorosamente vuote, o quasi. Sono 50mila gli alloggi vuoti in attesa di essere acquistati da famiglie e coppie che probabilmente non arriveranno se non fra tre o quattro anni. Un tempo forse troppo lungo per le imprese edili e le banche che da decenni hanno fatto profitti col mattone. Decisamente troppo lungo per quei 6mila, tra muratori e artigiani, che hanno già perso il lavoro. Il 20% considerando i 30mila lavoratori che prima della crisi lavoravano nel settore. E c’è già chi parla di “bolla immobiliare”.

Per questo l’Ance, l’associazione dei costruttori edili, è andata ieri a Roma a protestare contro il Governo e il patto di stabilità che blocca tutti gli investimenti pubblici nell’edilizia. Un settore, quello edile, che è sempre vissuto in stretta sinergia col pubblico. Così stretta da spingere qualcuno a parlare di “sistema di potere”. Un sistema che dopo tutto ha funzionato per decenni, ha dato lavoro in tutta la penisola a centinaia di migliaia di persone e ha rappresentato un luogo sicuro dove investire i propri risparmi. Ma potrebbe non essere più così. Difficile saperne di più dalle banche, impossibile avere informazione delle imprese edili secondo cui “tutto rimane nella norma”.Abbiamo parlato di questa crisi con alcuni esperti del settore. Roberto Scannavini, architetto che da decenni si occupa di urbanistica e restauro, Pier Luigi Cervellati, assessore all’urbanistica per quindici anni,  Paola Bonora, professoressa di geografia urbana all’Università di Bologna, Luigi Amedeo Melegari, presidente dell’Ance bolognese e Giuseppe Campos Venuti, protagonista dello sviluppo di Bologna negli anni settanta e ottanta.


Uscire dalla crisi,modello Marchionne o Terra Madre?

di Claudio Magliulo

24 ottobre 2010

TORINO – Per capire cos’è Terra Madre, bisogna partire dal luogo, simbolico, che la accoglie: il complesso fieristico del Lingotto di Torino. La fabbrica delle fabbriche Fiat, che ora svuotato e riempito di nuovo senso, diventa teatro di una piccola, silenziosa rivoluzione. Anzi, di una «trasformazione», come ha precisato Carlo Petrini alla cerimonia di apertura, «perché il concetto di trasformazione è più ricco, ha i caratteri radicali della rivoluzione, ma la lega alla conservazione della vita e dell’eredità delle culture». E’ il senso profondo di Terra Madre: la trasformazione verso una nuova (e insieme antica) visione del mondo, un modello di «avviluppo» che contro i fallimenti del mito sviluppista e del mercato propone un vivere slow. Non un ritorno al passato, ma una strada per il futuro.Nelle aule improvvisate dentro il grande contenitore dell’Oval non c’è quasi traccia della parola «crisi». Perché ad essere in crisi è un paradigma sociale ed economico, al quale i delegati di Terra Madre hanno già voltato le spalle da tempo. E i loro progetti prosperano, mentre le grandi fabbriche chiudono. Petrini vola alto: «Come un tempo le pievi benedettine furono i luoghi dai quali l’agricoltura (e con essa la cultura) ripartirono dopo la crisi e il crollo dell’impero romano, così le comunità del cibo di Slow Food saranno i luoghi dai quali ripartirà una nuova civiltà». Lo sanno i ragazzi dello Youth Food Movement, la rete dei giovani di Terra Madre, venuti a Torino da ogni parte del mondo, ognuno con in tasca una storia unica di resistenza nel presente e sguardo al futuro. Come quella di Bastien, che ha vissuto per anni con gli indios Guaranì dell’Amazzonia e ora lavora con loro contro l’espropriazione del guaranà. O quella di Pavlos, PhD in bioetnologia, che vive tra la Cina e la Thailandia, studiando le possibili applicazioni delle piante autoctone per offrire ai contadini un’alternativa economica al taglio delle foreste. Così nell’arena Lingua Madre, uno spazio di confronto aperto, decine di piccoli produttori dalla Francia alla Guinea-Bissau al Midwest alla Patagonia si raccontano come hanno fatto a sopravvivere escludendo intermediari e respingendo semi e chimica delle multinazionali, per ritrovare un contatto diretto con i consumatori. Ma questo nuovo paradigma del vivere slow, che trova consonanze istintive in ogni angolo del pianeta, non è solo un bel progetto, un’utopia. Il ritorno alla terra e a un’economia fatta di cose concrete, come il grano e la frutta, sta diventando, nei paesi duramente colpiti dalla crisi, un’alternativa credibile e appagante per molti giovani. Lo racconta Roberto Moncalvo, piccolo produttore e presidente dei giovani della Coldiretti piemontese: le aziende gestite dagli under-30 sono in media più grandi e più produttive delle altre. L’80% di esse sta investendo. Molti tornano alla terra saltando una generazione. Uno di questi è Andrea Giaccardi, che 15 anni fa, contro il parere di tutti, decise di tornare al lavoro di suo nonno, ristrutturando la cascina di famiglia e producendo cibo biologico. Ora il suo «Orto del pian bosco» è più che un’azienda agricola, è un progetto a 360° di riscoperta della terra. Ci lavorano a tempo pieno 12 persone, tra queste anche la sorella di Andrea, Cristina, che ha abbandonato il suo lavoro di architetto per cambiare vita.Un’alternativa che può essere la speranza di un’uscita dalla crisi. E che ha molto da insegnare alla politica, se la politica saprà ascoltare, curare e rilanciare il messaggio. Bisogna solo saper scegliere tra il modello Marchionne e il modello Terra Madre. Si accettano candidature.