Marchionne, in fonderia!

di Claudio Magliulo

13 febbraio 2011

Ve lo sapreste immaginare voi Marchionne in fonderia? Il mitico maglioncino ben chiuso in un armadietto cigolante, la tuta blu sporca di grasso e di cenere, la fronte sudata e cotta dalle vampate di calore dell’altoforno. Impossibile?
Non esattamente. Fatte le dovute proporzioni è più o meno quello che accade da 10 anni in qualche centinaio di fabbriche argentine. Fabbriche recuperate, dopo la fuga del proprietario, dopo il fallimento (spesso ingiustificato). Fabbriche occupate e rimesse in produzione dagli stessi lavoratori, nelle quali chi prende le decisioni e stabilisce le strategie, il manager, è un operaio come gli altri che alla fine del turno torna in catena come tutti.

Il movimento delle empresas recuperadas esplode nell’Argentina della catastrofica crisi, nel 2001. Le immagini sono
quelle di una crisi ormai vecchia e quasi dimenticata, a tratti profetica: a Buenos Aires i cittadini in piazza a battere le pentole vuote, l’elicottero del presidente che fugge dal tetto della Casa Rosada (ricorda nulla?), gli operai che prendono il controllo delle fabbriche. A decenni di ultraliberismo dove lo Stato assistenzialista non poteva più esistere per i diseredati, ma ancora aiutava gli imprenditori ammanicati, i lavoratori rispondono riprendendo il controllo sul proprio lavoro. “Marchionne in fonderia” è un documentario, domani sera in proiezione gratuita al Cinema Lumiére di Bologna (ore 20.30), che ci riporta in quelle atmosfere per avanzare un paragone ardito: da una parte la FaSinPat, fabbrica nata dall’occupazione della ex Ceramiche Zanon, nella Patagonia argentina; dall’altra lo stabilimento Fiat di Termini Imerese, rassegnato ad un lento e ineluttabile declino. Lorenzo Alberghini, dentista di professione, attivista per vocazione, è il regista e cameraman di questo piccolo documentario essenziale.

Due anni fa, quando la chiusura di Termini Imerese veniva data per scontata, Alberghini decide di vederci chiaro: «Non c’era speranza, nessuna alternativa alla disoccupazione. Mi sono chiesto perché questi operai non si potevano auto-organizzare e gestire l’azienda. L’unica cosa che mi è venuta inmente è di andare a vedere di persona». Davanti ai cancelli Fiat sfilano le facce disilluse degli operai siciliani: «Fuori non c’è niente, ci aspetta solo la disoccupazione». Se la prendono un po’ con tutti: Marchionne, i sindacati, naturalmente il governo. Quello stesso governo a cui molti, ammettono, hanno dato il loro voto.Ma poi a capo chino si varca l’ingresso nella luce incerta delle 4 del mattino. Speranza: non pervenuta. Già nel 2002 la Fiat aveva deciso di chiudere Termini Imerese, comunicandolo solo 2 mesi prima agli operai. La risposta dei lavoratori, allora, fu decisa e massiva, ed ebbe successo.

Ma i tempi sono cambiati. Vincenzo Comella, segretario provinciale Uilm, spiega: «Questa volta ci ha presentato il conto due anni prima. Ma l’economia familiare di un lavoratore non può reggere una lotta lunga due anni. Alla fine ci siamo abituati all’idea dell’ammortizzatore sociale che comunque ci può accompagnare da qualche parte. Tutto questo crea una situazione di scoraggiamento».

Ben diversa la storia della FaSinPat (Fabrica sìn patròn), fino al 2001 proprietà di un imprenditore di origini venete, Luigi Zanon, di cui portava il nome. Da buon italiano Zanon aveva capito che per fare impresa la cosa più importante non sono le idee e nemmeno il denaro, ma le relazioni. Così, nell’Argentina ultra-liberista dell’oriundo
siriano Carlos SaulMeném (bisognerebbe scrivere un’epopea sullo spirito del capitalismo di quei mercanti medio-orientali approdati sulle coste latinoamericane), Zanon teneva in piedi l’attività grazie a generose e ripetute iniezioni di denaro pubblico (ricorda nulla?).

A buon diritto, dunque, gli operai della Ceramiche Zanon hanno rifiutato la chiusura: «La fabbrica è nostra, dentro ci sono le nostre tasse, il nostro lavoro, il sangue dei compagni morti in catena, uno all’anno». E se la sono ripresa. Il bello è che funziona: la storia di FaSinPat è una storia di successo. Partita con 62 operai appena dopo
l’occupazione, al momento ne impiega 450. Tutti allo stesso salario (più alto del precedente), ognuno a rotazione lavora alla catena di montaggio, come rappresentante sindacale, come creativo, come manager. Massimo due anni sulla sedia di Marchionne, e poi di nuovo alla catena. Il primo passo di questa lotta, ora propagatasi ad altre tre fabbriche della zona, è stato di esautorare il sindacato. «Il nostro sindacato era comprato direttamente dalla proprietà – racconta Raùl Godoy, tra i pionieri di FaSinPat – una burocrazia che vendeva tutti i nostri diritti e noi stessi con il nostro lavoro. Ci siamo ripresi il sindacato e lo abbiamo reso uno strumento di lotta. Con il metodo della democrazia diretta e col messaggio che la crisi non la devono pagare gli operai ma i padroni, che generano la crisi in forma permanente». Un sindacato di movimento, «classista». Al confronto con il quale stride l’aria estenuata del segretario provinciale Fiom Roberto Mastrosimone.

Quando Alberghini gli chiede se hanno mai pensato di occupare e autogestire la fabbrica, il sindacalista risponde: «Se prendi 200 operai Fiat e gli dici che da domani loro diventano gli imprenditori, si sentiranno
come Berlusconi. Anche perché lo votano…». Le due realtà che Alberghini, un po’ per curiosità un po’ per amore di verità, ha voluto accostare sono distanti. «Sono partito pensando che tutta la colpa fosse della politica aziendale di Marchionne – spiega l’attivista bolognese – E invece lui ha tutte le sue colpe,ma ha trovato un terreno fertile:
la politica assente, il sindacato disunito». Eppure l’Argentina del 2001 ha molti tratti in comune con l’Italia del 2011. Ma dal cacerolazo argentino sono nate spinte e movimenti di trasformazione, e anche il sindacato si è riscoperto agente di lotta. La Cta (Central de los trabajadores argentinos) è nata infatti dall’aggregazione di sindacati di base e associazioni di disoccupati, studenti, in alternativa al sindacato “giallo” peronista, complice del disastro. A padroni, governo, sindacati, i lavoratori “recuperanti” hanno risposto con le parole orgogliose di Celia Martinez, lavoratrice della Bruckman, storica impresa recuperata argentina: «Tienen miedo de nosotros porque
hemos monstrado que si podemos llevar una fàbrica, podemos también llevar un paìs (hanno paura di noi perché abbiamo dimostrato che, se possiamo mandare avanti una fabbrica, possiamo anche mandare avanti un Paese)».

La protesta dei ricercatori Unibo

Ricercatori o falegnami? Storia di un’assemblea

di Claudio Magliulo

Il primo dettaglio a colpire l’occhio sono le tante teste imbiancate e quelle orfane di capelli. I ricercatori strutturati (cioè a tempo indeterminato) dell’Università di Bologna sono raccolti nell’aula magna di Psicologia, composti e attenti. Circa 80 persone, età media pericolosamente vicina ai 50, stretti nei cappotti per il freddo che pervade l’aula non ancora riscaldata.

E’ il 12 di Ottobre. Per il giorno 14 è prevista l’approvazione del ddl Gelmini in una seduta-fiume alla Camera, e i ricercatori si incontrano per discutere e coordinarsi. La riforma sarà poi rimandata a dicembre, per contrasti, sembra, tra il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il moderatore, anche lui ricercatore Unibo, apre l’assemblea annunciando che un foglio girerà per registrare le firme di chi intende andare il 16 a Roma, alla manifestazione della Fiom, cui aderisce anche la Rete 29 Aprile e il coordinamento dei ricercatori precari. Servono almeno 50 nomi per formare un pullman. «Manifestazione, tra virgolette», la chiama, perché l’idea di scendere in piazza e protestare forse non si addice a chi ha creduto per anni di svolgere un ruolo di alto profilo professionale. Un ruolo che, con la riforma, dovrà scomparire. Per lasciare il posto a cosa? E’ questa la domanda a cui tentano di rispondere i ricercatori, scandagliando ogni piccolo emendamento discusso in commissione alla Camera. L’approccio è cauto, lontano anni luce dall’agitazione dei ricercatori precari e dalla forte politicizzazione delle assemblee degli studenti. Anche se tra quegli 80 sono in tanti ad aver negato la propria disponibilità a tenere lezioni (mettendo in questo modo in ginocchio la macchina delle Università), ora non si parla più di mobilitazione. Alcuni di loro sono già stati sostituiti da altri docenti, molti si sono tirati indietro. E gli ultimi 80 mohicani girano attorno ad uno specifico emendamento, in realtà cruciale: la modifica dell’articolo 5bis del ddl, nel quale si prevedono 1500 posti da professore associato banditi ogni anno dal 2011 al 2017. Totale: 9mila. E’ l’emendamento che, come denuncia Francesca, ricercatrice precaria, «serve solo a dare un contentino a chi finora si è reso indisponibile, mettendo in difficoltà il sistema universitario. Ma non c’è nessun discorso lungimirante, è solo un modo di mettere una pezza al problema». E la Ragioneria dello Stato, intanto, ha già informato il Parlamento che quella norma non ha copertura finanziaria. Uno specchietto per le allodole?

A metà assemblea interviene il prof. Sobrero, stretto collaboratore del rettore Ivano Dionigi, che riporta l’impegno di Unibo nell’emendare la riforma (concretamente si tratta di due emendamenti sulla governance dell’ateneo) e lancia un appello alla moderazione: «Confrontiamoci dentro gli spazi dell’università, non facciamo opposizioni». E a chi gli chiede di impegnarsi a nome del rettorato per garantire supporto alle ragioni dei ricercatori, Sobrero risponde lapidario: «Non sono venuto qui per assumere impegni o fare promesse». L’aria si scalda quando un ricercatore tra i più giovani si alza dalla platea per denunciare l’eccessiva arrendevolezza dei colleghi. Ma in tanti gli spiegano che il fronte è diviso e a decine sono ormai pronti a tornare in cattedra. E allora il massimo che si può chiedere ed ottenere è qualche posto per i ricercatori negli organi di gestione dell’Università, e nella potente commissione Statuto che scriverà le regole della nuova Università nell’era Gelmini. «Vogliamo un tavolo!» è il grido. E uno studente venuto per assistere all’assemblea esce dall’aula e sottovoce commenta sconsolato: «Questi non fanno i ricercatori, fanno i falegnami…». Alla fine il foglio delle firme torna quasi intonso: «Hanno firmato in quattro. Quindi niente pullman» decreta il moderatore. Amen.

 

Cronache dalla protesta universitaria

di Giovanni Stinco

Nessuno lo diceva apertamente, ma tutto sembrava già perduto. Anche i presìdi di fronte a Montecitorio e ai rettorati di mezza Italia apparivano, agli occhi dei più, come l’ultima stanca mareggiata di protesta prima dell’approvazione definitiva del ddl Gelmini, la riforma che avrebbe dovuto ridisegnare completamente la faccia del sistema universitario italiano. E in effetti alla vigilia della prevista votazione il clima era cupo, anche a Bologna. E’ invece bastato l’ennesimo dissidio interno di una maggioranza e di un governo sempre più litigiosi per fare saltare il banco e rimandare a data da destinarsi una riforma fino a poche ore prima data per approvata.

La davano già per approvata i ricercatori a tempo indeterminato, che ai giornalisti dichiaravano di “tenere alta la mobilitazione” e nelle loro assemblee interne disperavano di riuscire a mantenere ancora a lungo l’indisponibilità, il rifiuto di fare lezione gratuitamente. La davano già per approvata anche i loro colleghi precari, che appoggiavano le annunciate manifestazioni studentesche, ma poi sottovoce aggiungevano un emblematico “solo perché è giusto farlo”.

Dopo tutto la situazione non era delle migliori. I giornali avevano dato poca attenzione all’assemblea nazionale dei ricercatori precari che da tutta la penisola erano confluiti a Bologna per giocare la carta della delegittimazione della Crui, la Conferenza dei rettori delle università italiane. Un ente non espressamente previsto dalla legge ma che da anni di fatto tratta col governo a nome di tutte le università. “Non ci rappresenta più, i nostri rettori non li abbiamo nemmeno potuti votare”, hanno dichiarato i precari chiedendo il ritiro del ddl gelmini. La Crui invece non ha aperto bocca, se non per esprimere preoccupazione per eventuali ritardi nell’approvazione della riforma. Ma la notizia della delegittimazione non è passata e l’assemblea si è chiusa con un documento che è non è uscito dalle mailing list del movimento.

Poi è stato il turno dei ricercatori a tempo inderminato, fortunati perché non più precari ma colpiti dall’annunciata riforma perché il loro ruolo sarebbe sparito con il nuovo assetto dell’università italiana voluto dalla coppia Tremonti-Gelmini. Dopo aver dichiarato l’indisponibilità  a luglio e aver retto per mesi la pressione di Governo, Crui e Rettorato,  si sono ritrovati stanchi e sfiduciati alla vigilia del voto alla Camera del 14 ottobre. “Che ognuno scelga da solo se continuare a non insegnare o se tornare in aula”, ha chiesto una ricercatrice di Lettere, fino al giorno prima annoverata tra i duri e puri della protesta. Era solo stanchezza, e la presa di coscienza di essere sempre di meno. “Almeno due giorni, cosa vi costa aspettare fino alla votazione?”, si è ritrovato a supplicare in assemblea uno dei cordinatori della protesta. Alla fine, e con molte incertezze, è stato ascoltato.

Poi, a meno di 24 ore dal fatidico voto, la notizia bomba: “La ragioneria dello stato stoppa la legge, non c’è copertura finanziaria”. Frase che in una manciata di minuti è rimbalzata decine di volte sulla mailing list nazionale dei ricercatori. E l’effetto è stato dirompente. I dubbiosi hanno riguadagnato la determinazione di luglio, i rassegnati sono diventati euforici per la temporanea vittoria. Sicuramente una boccata di respiro per una mobilitazione partita troppo presto per i ricercatori e troppo tardi per gli studenti che, almeno a Bologna, dovevano ancora carburare.

Il resto è noto, con la manifestazione studentesca del 14 ottobre che ha fatto “gioiosamente irruzione” prima a Lettere e poi al rettorato. “Occupiamo la mensa”, ha urlato qualcuno, forse reduce dalle vecchie imprese del novembre 2005, quando al posto della Gelmini c’era la Moratti e la riforma dell’università, l’ennesima di una lunga serie, doveva ancora essere approvata. Nessuno lo ha ascoltato, soddisfatti com’erano tutti della giornata e di avere davanti a sé ancora tempo per provare a fermare la riforma dell’università.

L’Onda non c’è stata, ma per questa volta è andata bene lo stesso.

Piccole libraie crescono: intervista a Nicoletta Maldini

di Claudio Magliulo

11 febbraio 2010

Per riuscire a vendere libri alcuni autori fanno la fila in televisione, su divani e poltrone più o meno scomode. Negli ipermercati i libri, in saldo permanente, si offrono in batterie da cinquecento.

Ma c’è ancora un piccolo sottobosco di librerie di vicinato, sempre in bilico sul filo della sopravvivenza. La Libreria Trame ha festeggiato il suo quarto compleanno, in questi giorni, con il suo primo attivo di bilancio, e rilancia con un programma fitto di mostre, incontri, letture ad alta voce e corsi di scrittura. Tutto concentrato nel suo piccolo spazio in via Goito n°3. Abbiamo incontrato Nicoletta Maldini, colonna portante di Trame, libraia a tempo pieno e guerrigliera della cultura alla bisogna.

Sinceramente, non ti senti un po’ una specie in via di estinzione?

«Tutt’altro! Mi sento una guerriera sulle barricate. Io non mi estinguo! Noi piccoli librai possiamo e dobbiamo esporre quello che ci piace e non quello che è conveniente, perché quello lo trovi anche all’Iper. Meglio proporre un editore minore, o un autore minore di un editore importante. Così coltiviamo la nostra diversità».

Non sei contro la vendita di libri in supermercati e grande distribuzione?

«No. Il libro è un prodotto, e più arriva alla gente, meglio è.

A me piace vendere libri perché sono portatori di pensieri. Se c’è una lotta da fare è contro il tornare la sera a casa e starsene seduti davanti al televisore».

Internet, e-books, Wikipedia. Con questa concorrenza, il libro sparirà?

«Certo, ci sono dei cambiamenti in atto, sul formato e la tecnologia. Ma il libro illustrato, quello per bambini, il pocket che costa poco e ti porti in treno, non spariranno. Il libro è un oggetto quasi perfetto, è comodo, costa il giusto, è portatile, ci si può scrivere sopra, può passare di mano in mano, è virtualmente indistruttibile…

E comunque nulla vieta che gli e-books si possano scaricare in libreria, per esempio, come ad una pompa di benzina».

L’Associazione Librai Italiani reclama da tempo una legge speciale sul libro, e i piccoli librai come te sono in prima fila in questa battaglia. Davvero c’è bisogno di una legge speciale?

«Una legge speciale per un prodotto speciale. Il mercato così com’è ora, è distorto. Il libro è un bene che ha un prezzo imposto, i margini sono molto ridotti, specie per gli operatori specializzati. Negli ultimi anni gli editori fanno alla GDO sconti del 50-60% sul prezzo di copertina, a noi un 33%, in media. Sono 20 punti in meno!»

Cosa proponete, allora?

«Libri calmierati: basta aumenti di prezzo per compensare gli sconti folli fatti alla GDO. Il libro va’ venduto a prezzo pieno, con uno sconto massimo del 5% all’utente finale, come in Francia. Avremmo prezzi più contenuti, libri che escono molto prima in edizione tascabile, una maggiore rotazione dei titoli, un mercato più attento alla piccola editoria. Sarebbe un modo per partire tutti alle stesse condizioni. E probabilmente si leggerebbe anche di più».
E’ vero, in Italia si legge poco. Dov’è il problema, secondo te?

«Secondo me il problema è che in Italia della cultura non gliene importa niente a nessuno da tempo immemore. Là dove c’è stato un pensiero “politico”, le biblioteche sono nate, cresciute e rimaste. E le biblioteche significano lettori, librerie, cultura viva e circolante. Ma in quest’ Italia berlusconiana sono sempre meno i posti dove il libro viene visto come un oggetto portatore di valori».

La buttiamo in politica?

«Ma il libro è politico di per sé, ormai! Oggi chi legge fa una scelta. Anche fare la libraia è fare politica. Gli amici mi prendono in giro perché in questa libreria tengo anche il libro di Bruno Vespa. Non è sul bancone, non mi interessa metterlo in evidenza, ma c’è. Io non esercito censura, però propongo idee».

Qual è l’antidoto al declino culturale che descrivi?

«Investire sui giovani, sulle biblioteche scolastiche e di prossimità. In passato ci sono state iniziative ottime, come il progetto “Nati per leggere”. Si abituavano i bambini in età da asilo al contatto con il materiale-libro, che diventava un oggetto transazionale, qualcosa di conosciuto. Attraverso la carta si trasmetteva la passione per il libro, e ha funzionato. Negli ultimi anni si sta tornando indietro, purtroppo. Devi combattere non più solo la tv, ma console, videogiochi, pc. E a tanti genitori fa comodo che il bambino stia lì buono con il joystick in mano».

Cosa ami di più nel tuo lavoro?

«Aprire i pacchi delle novità e mandare via i libri che non voglio più. Aprire le novità mi emoziona ancora tantissimo, perché ci sono possibilità inesauribili, in quella scatola ci possono essere dei nuovi compagni di viaggio».

E la tua famiglia che ne pensa?

«Mia madre mi ha attaccato il germe della lettura, mi ha immerso nelle parole da subito. Mio padre anche, con i suoi gialli. Mio marito è un gran lettore, e i miei figli in libreria ci sono nati. Mi fanno tenerezza quando consigliano agli altri dei libri. Hanno le loro passioni, ma sono attenti agli altri. Però sono molto arrabbiati con me, dicono che penso solo ai libri».

Come la vedi Bologna dal tuo osservatorio di via Goito?

«La vedo incattivita. Ma è questo Paese ad essere più cattivo. E lo è perché un cancro lo sta rodendo: una cattiva informazione e un potere concentrato nelle mani di un solo individuo. Gli ultimi dieci anni hanno fatto solo somigliare Bologna al resto d’Italia. Ma qui ci sono ancora margini per fare cultura e resistere».

Come si fa?

«Con le persone. Persone interessanti a Bologna sono da sempre gli studenti, in particolare quelli che fanno volontariato, di qualunque natura, e gli studenti lavoratori. Rendono la città vivibile, sono persone giovani che vengono da fuori, si affezionano e ci mettono qualcosa di loro. L’altro motore di Bologna è chi la vive, uscendo di casa, e non facendo solo il suo lavoro. Quelli che la cultura la fanno, non si limitano a celebrarla».