Il “miracolo” Uniland. Dalla cazzuola a Piazza Affari in sei mesi

di Claudio Magliulo

17 Febbraio 2011

Per ottenere la santificazione ci vogliono almeno due miracoli nel curriculum, dice la procedura della Chiesa. Possiamo allora dire che l’ingegner Alberto Mezzini da Monghidoro è a metà strada, perché un miracolo l’ha già fatto: moltiplicare il valore dei terreni nel portafoglio della sua società, la Uniland.

Ancora nel 2004, infatti, la sua piccola ditta di costruzioni aveva un capitale sociale di circa 100mila euro. Due anni dopo dall’anatroccolo Cem srl nasce un cigno: Uniland spa, prima società quotata in borsa specializzata nel land-banking (in pratica una “banca della terra”), capitale sociale 170 milioni di euro. Motto: “The wealth of the land”, la ricchezza della terra. Ed è certamente sulla terra che Mezzini ha costruito il suo impero. Secondo i magistrati che ne hanno disposto gli arresti domiciliari, si trattava però di un «impero di carta». A spiegare il sistema è lo stesso Mezzini in un forum con i piccoli azionisti: «Tutte le società pianificano nel tempo ricavi tali da produrre utili. L’attività di sviluppo, che dura mediamente 7-8 anni, non produce reddito ma patrimonio immobiliare, nel senso che il miglioramento dello stato “urbanistico” dei terreni si riflette inizialmente in un maggiore valore degli stessi a bilancio». Si trattava in sostanza di acquisire terreni non edificabili sulla “scommessa” (o la consapevolezza) che sarebbero stati inseriti in un piano urbanistico come edificabili di lì a poco. Secondo la procura di Bologna, infatti, le operazioni di “valorizzazione” dei terreni puzzerebbero un po’ di bruciato, così come i passi intrapresi da Mezzini per ottenere l’agognata quotazione in Borsa.

L’inchiesta

Abuso di informazioni privilegiate, manipolazione del mercato, gestione infedele di portafogli, false comunicazioni sociali, formazione fittizia del capitale, aggiotaggio e falso in perizia: questi sono i reati contestati nell’ambito dell’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Antonella Scandellari, ai 22 indagati. Sono finiti agli arresti domiciliari, oltre allo stesso Mezzini, direttore generale di Uniland, anche Claudio Morsenchio (investor relator di Uniland) e Maurizio Zuffa (amministratore delegato della controllata House Building). Sequestrate azioni di entrambe le società per un valore di quasi 110 milioni di euro. Tra gli indagati ci sono periti, consiglieri di amministrazione delle società afferenti al gruppo Uniland e anche alcuni nomi eccellenti della cooperazione bolognese.

Per la Guardia di Finanza di Bologna, che ha effettuato la maxi-operazione, le cose stanno così: «Il Mezzini […] in esecuzione di un disegno criminoso [..] aveva iniziato ad utilizzare le poche società a sé riconducibili, dotate di un capitale sociale minimo, di scarsi mezzi propri e con modeste “performance economiche”, come “veicoli” per il compimento di operazioni di finanza straordinaria (conferimenti, cessioni di pacchetti azionari, scissioni, acquisizioni, ecc….) finalizzate, tra l’altro, alla “costruzione artificiosa” di un gruppo societario con a capo la holding lussemburghese Cemlux S.a. e la sub holding Uniland S.p.A. Detto gruppo societario, man mano che le operazioni straordinarie trovavano esecuzione secondo il progetto criminale, esponeva un crescente e rilevante patrimonio, per effetto di cospicue e sovrastimate rivalutazioni degli “asset immobiliari” attestate da “compiacenti periti”. Ne conseguivano rilevanti falsificazioni dei bilanci delle società coinvolte nelle operazioni, le cui azioni divenivano la fonte di finanziamento per espandere i propri obiettivi economico-finanziari, culminati con l’acquisizione del controllo della Uni land Spa che si è quotata nella borsa telematica azionaria italiana. Successivamente, a partire dal mese di gennaio 2006, il Mezzini poneva in essere una serie di condotte delittuose idonee a richiamare l’attenzione del mercato sul titolo e, per tale via, a sostenerne le quotazioni».

Il “metodo Mezzini”

Se quindi l’ingegner Mezzini sia il nostro “furbetto dell’Appennino” o solo un uomo con il bernoccolo per gli affari lo stabilirà la magistratura. Il sistema, che sia criminale o no, è comunque piuttosto chiaro. Lo raccontiamo con un esempio: il caso di un terreno sito nel comune di Castelfranco Emilia (Mo). In uncomunicato stampa del 20 giugno 2006 la società scrive: «Annunciamo di aver sottoscritto una lettera d’intenti con 6 privati per l’acquisto di un terreno agricolo di complessivi 75 mila mq. sito nel comune di Castelfranco, in provincia di Modena. La lettera d’intenti è condizionata a che il terreno sia inserito con destinazione residenziale nel nuovo PSC (Piano Strutturale Comunale) del Comune di Castelfranco e che la superficie utile edificabile non sia inferiore ai 13.000 m.q. (0,6 mq/mq circa), sui quali la società stima di poter realizzare circa 160 appartamenti di diversa metratura. […] La transazione sarà regolata mediante la cessione di azioni Uni Land S.p.a. agli attuali proprietari dell’immobile». Niente contanti, quindi, e molte garanzie richieste. La transazione, peraltro, è seguita da Globalcasa, società di intermediazione immobiliare della quale Uniland ha appena acquisito il 51%(ovviamente finanziandone la metà con azioni Uniland) e che poi si chiamerà UniRe. Non proprio un intermediario imparziale.

Dopo aver ottenuto l’inserimento nel Psc, la variante urbanistica, l’aumento dell’indice di edificabilità (e tante volte anche prima, basandosi solo su dichiarazioni di intenti e promesse), il valore del patrimonio in genere lievitava. Un tempismo perfetto, quello di Mezzini, che i benpensanti attribuiscono al suo eccezionale fiuto per gli affari e ad una buona conoscenza della legislazione locale in materia. Si tratta, però, di coincidenze suggestive, che proiettano sullo sfondo le ombre cinesi di un sistema. Non necessariamente criminale, né truffaldino; bensì un sistema di relazioni (vedi l’articolo) che consentiva a Mezzini di muoversi su un terreno per nulla ostile, anzi amichevole. Seduti all’altro capo del tavolo da riunioni ci sono gli amministratori locali, strozzati dai tagli ai bilanci e allettati dagli oneri di urbanizzazione e dal ritorno elettorale che un progetto urbanistico (e meglio ancora industriale, con i suoi posti di lavoro in più e le ricadute sull’indotto) può garantire.

Sono due i casi più eclatanti, che analizzati nel dettaglio (vai all’articolo) possono spiegare il “metodo Mezzini”: San Lazzaro di Savena e Ferrara.

A San Lazzaro, sulla strada che dalla tangenziale porta al centro del paese, si estendono i terreni della Caselle srl, controllata Uniland. Una piccola società con 10mila euro di capitale sociale, che però ha consentito a Mezzini di quotare in borsa la sua Cem spa, poi rinominata Uniland. A tutto il 2005 il terreno di proprietà di Caselle valeva circa 6 milioni di euro, ma grazie a due perizie, quella del perito Mauro Cassanelli (indagato) e quello di Chiara Zerbini, agenzia Remax, il valore della società e del terreno lievitano, rispettivamente a 34 milioni di euro la prima e ben 52 il secondo.

Forte di questa perizia la holding lussemburghese di Mezzini, Cemlux s.a., entra in Cem spa attraverso un aumento di capitale del valore di esattamente 34 milioni di euro. La Cem a quel punto ha un capitale di 35 milioni di euro, e tutti i numeri per candidarsi a scalare la Perlier spa, quotarsi in Borsa, e cominciare la scalata verso la vetta (il segmento STAR di Piazza Affari).

A Ferrara sud, invece, c’è un terreno vicino al casello della A13 che da anni langue in attesa di una “valorizzazione”. Mezzini lo acquista per 2 milioni di euro a giugno 2005 e poi presenta un progetto magnificente che porterà occupazione, soldi e prestigio alla città estense. Il Comune dimostra interesse, attraverso una lettera dell’allora assessore all’urbanistica Raffaele Atti. Questo basta al perito Chiara Zerbini per valutare a gennaio 2006 quello stesso terreno non più 2 milioni di euro, ma 160 milioni. Dopo poco un articolo del Sole 24 ore solleva perplessità sull’operazione: il Comune perde fiducia e raffredda gli animi. Ma intanto il patrimonio immobiliare di Uniland è lievitato a 260 milioni di euro. A fine 2010 siamo a 600 milioni, valore ora messo in discussione. Ed è proprio nell’attesa di una nuova perizia, che dovrebbe ridefinire il valore reale del patrimonio, che le azioni Uniland (e della controllata House Building) sono congelate. I più informati, facendo due calcoli, pronosticano una riduzione di almeno il 60% del valore. Staremo a vedere.

Ber Banca e quelli che ci perdono

Quella di Mezzini è la storia di un’ascesa apparentemente inarrestabile, ma che alla fine si interrompe bruscamente. La magistratura deciderà se definitivamente o meno. In quest’ascesa, Mezzini ha cercato appoggi e contatti “importanti” (vai all’articolo), ma secondo la procura il suo successo si basa prevalentemente su una serie di falsi e sull’inganno ai danni di piccoli azionisti (vai all’articolo). Tra questi i correntisti di Ber Banca, a rischio fallimento e in amministrazione controllata da mesi. Già il 6 dicembre 2010 era stato disposto il congelamento dei conti correnti; poi l’altra tegola del caso Uniland. Secondo l’accusa Claudio Morsenchio, all’epoca consulente finanziario in Ber Banca, avrebbe convinto le persone delle quali curava le partecipazioni azionarie ad inserire nel proprio portafoglio azioni di Uniland, con l’obiettivo di farne lievitare il valore. Morsenchio diventerà poi manager Uniland con il ruolo di “investor relator”, ma non è l’unico a stare a cavallo tra la land-bank e l’istituto di credito. Lo stesso presidente del cda Uniland, Alfonso Marino, era stato prima dirigente del Credito Romagnolo e poi nel cda di Ber Banca (addirittura nel comitato promotore per la sua costituzione). I suoi emolumenti arrivavano alla cifra non indifferente di 72mila euro. Anche lui, come Bedeschi, Turrini e Stefanini, era “amministratore indipendente”.

Di pochi giorni fa è la notizia che il gruppo Intesa San Paolo ha ottenuto dalla Banca d’Italia il via libera per entrare in Ber Banca con un aumento di capitale, rilevandone il 52%. Circostanza, questa, che lascia ben sperare i correntisti. Per gli azionisti Uniland e House Building, invece, la strada per il momento è in salita. La suspense durerà finché le azioni in possesso di Mezzini, sequestrate dalla Guardia di Finanza, non torneranno sul mercato. Allora si capirà se, per gli investitori, in questa storia ci sarà da sorridere o, più probabilmente, da piangere.

 

Le relazioni pericolose

Mezzini il raider, il furbetto dell’Appennino che agisce in completo isolamento, gabbando tutti. Tutti ne prendono le distanze, e in particolare i nomi eccellenti della cooperazione bolognese coinvolti a vario titolo: Pierluigi Stefanini, presidente di Unipol; Paolo Bedeschi, presidente di Coop Reno; Adriano Turrini, presidente di Coop Costruzioni. I tre, con modi e tempi diversi, negano ogni addebito. Ma una disamina più attenta dei legami reali tra l’impero di Mezzini e il mondo della cooperazione bolognese, lascia aperti alcuni dubbi. Perché i tre erano nei cda delle due capofila del gruppo fino all’altroieri? Quali interessi tutelavano come “amministratori indipendenti”? “Onorabilità, professionalità, indipendenza” sono i requisiti dell’amministratore indipendente, figura prevista dal diritto societario a tutela dell’azienda nel suo complesso e degli azionisti di minoranza. Una figura super partes, molto più simile a quella di “sindaco” (cioè componente del collegio di controllo della società) che a quella di un amministratore tradizionale. «Ero solo un amministratore indipendente» dicono, con vari accenti i tre alti papaveri coop. Ma per quel ruolo venivano pagati 12mila euro l’anno: oltre a presenziare alle poche riunioni del cda, avrebbero forse potuto spendere un po’ di quel tempo, pagato dall’azienda, per controllare meglio le carte. Vediamo nel dettaglio.

Pierluigi Stefanini

Nell’assemblea straordinaria di febbraio 2006 (quella a rischio tormenta) si nomina Pierluigi Stefanini (non indagato), all’epoca presidente di Coop Adriatica, consigliere d’amministrazione “indipendente”. Lo resterà fino a Novembre 2006. «Il Presidente – si legge nel verbale – specifica che il signor Stefanini Pierluigi è idoneo ad essere definito come “indipendente” secondo la definizione di cui al Codice di Autodisciplina sulla corporate governante, in quanto non intrattiene significative relazioni economiche o rapporti di lavoro con la società o con sue parti correlate, né è titolare di partecipazioni azionarie della società».

Stefanini entra però nel cda dopo aver siglato due mesi prima un accordo per l’acquisizione di un terreno di proprietà Coop Adriatica (144mila mq vicino Ravenna) in cambio di azioni Uniland per 6,3 milioni di euro e 2 milioni cash, come conferma anche Paolo Bedeschi. In un post di Spaitalia.it un piccolo azionista di Uniland (l’unico presente a quell’assemblea), si domanda se Stefanini sia sufficientemente “indipendente” come consigliere: è noto a tutti che, in quella veste, Stefanini dovrebbe tutelare l’investimento di Coop Adriatica. Gli altri azionisti si domandano se gli resti del tempo anche per tutelare loro. Per una coincidenza (ma in questa storia le coincidenze sono tratti di matita che lasciano intuire un quadro più generale) Stefanini è stato consigliere di amministrazione anche del Monte dei Paschi di Siena dal 2006 al 2009. Ed è Banca Antonveneta (gruppo Mps) a dare ad Uniland un finanziamento per la costruzione di 500 appartamenti di fronte alla sede del Carlino, affianco all’Ipercoop di Villanova di Castenaso (20 milioni in contanti per il terreno, e poi altri 35 a “Stato avanzamento lavori”). Sono 120mila mq, acquisiti il 29 giugno 2007 da una controllata di House Building e inseriti nel Psc del Comune di Bologna approvato il 15 Luglio 2008. Uniland annuncia trionfale lo stesso giorno che ben 120mila mq di loro proprietà in zona San Vitale-Murri sono diventati edificabili grazie alla variazione nel Psc.

Paolo Bedeschi

Quando Stefanini lascia il cda di Uniland, è Paolo Bedeschi, presidente di Coop Reno, a sostituirlo. Resterà in cda dal 27 ottobre 2006 al 31 dicembre 2010, addirittura nel ruolo di vicepresidente dal 27 settembre 2010 all’11 novembre. Un ruolo certamente non «marginale». E nemmeno ad esclusivo titolo personale, se lo stesso Bedeschi dichiara al Carlino il 4 febbraio 2011 che i legami tra Coop Reno ed Uniland in effetti ci sono. Il riferimento, in particolare, è ad una certa operazione commerciale a Monghidoro: «qualcosa guardavamo -ammette con imbarazzo- c’era un vecchio negozio…», riferendosi probabilmente ad un piccolo immobile commerciale, 157 mq, su via del Mercato, all’epoca del valore di 140mila euro, ma «non mi scandalizzo se una cooperativa si guarda attorno nel mondo degli affari». A maggior tutela della capatina di Coop Reno nel “mondo degli affari”, nel cda di Uniland c’è da sempre anche Riccardo Ascari, consulente tributarista della cooperativa. Ascari, addirittura, era consigliere d’amministrazione già nella Cem spa. Per i suoi ruoli in Uniland e controllate, Ascari viene pagato 40mila euro, stando all’ultimo bilancio.

Adriano Turrini

Ad aprile 2010 Mezzini stringe un patto con Coop Costruzioni tramite la controllata UniRe, rete di franchising immobiliare che riunisce precedenti società radicate sul territorio. L’accordo prevede che la cooperativa «affidi il proprio portafoglio immobili destinato alla vendita» ad UniRe. Inoltre CoopCostruzioni costruirà immobili per UniRe o sue controllate, e insieme «valuteranno operazioni immobiliari su tutto il territorio nazionale ove presente la rete del Gruppo Uni RE; progetteranno unità immobiliari in linea con il portafoglio richieste nella Banca Dati del Gruppo Uni RE».

Adriano Turrini, presidente di Coop Costruzioni e consigliere di House Building dal 27 luglio 2007 all’Ottobre 2010, sostiene che il suo ruolo nella vicenda sarebbe «del tutto marginale», e soprattutto a titolo personale. Al telefono ci spiega: «Abbiamo siglato accordi molto simili con almeno 20 società di franchising immobiliare, perché quello che ci premeva era trovare una collocazione sul mercato per il nostro invenduto». Turrini che è «sereno e a posto con la coscienza» aspetta il giudizio della magistratura, ma ci tiene a precisare che il reato per cui è indagato, “false comunicazioni sociali”, è ben diverso dai più gravi (aggiotaggio, insider trading, falso in perizia) che sono emersi dall’inchiesta a carico di altri. «Semmai si potrà dire che non ho controllato a sufficienza, se il tribunale deciderà in tal senso».

Ma Turrini ci spiega anche un retroscena significativo: «Non sono stato certo io a cercare Mezzini, lui mi propose a inizio 2007 di entrare nel cda di House Building come indipendente e in vista della quotazione in Borsa. Io mi presi sei mesi per pensarci su e alla fine accettai. Non avevo alcun elemento che mi inducesse sospetti».

Tra gli altri nomi rilevanti nei cda delle due principali società, c’è anche l’ex sindaco di Imola Raffaele De Brasi. Il politico del Pd è stato nel cda di House Building dal 10 gennaio 2011 al 12 febbraio. House Building, sede sociale ad Imola, ha molti interessi (e attività in corso) in zona, tra cui otto dei 63 appartamenti che la società si è aggiudicata nel bando della Regione “Una casa alle giovani coppie” dell’ottobre 2009. In totale House Building si è aggiudicata 63 dei 123 appartamenti selezionati in provincia di Bologna, tramite la stessa House Building e le controllate Futa srl e Villa del Cedro srl.

Ma De Brasi è forse solo l’ultimo dei “gioielli” collezionati nel tempo da Mezzini, che in più occasioni usava queste presenze nei cda delle sue società come garanzia di indipendenza e serietà. O forse, più sottilmente, per accreditarsi definitivamente come parte integrante del famoso “sistema emiliano”. Un sistema fatto di relazioni, conoscenze, visioni comuni. Un club nel quale l’ingegnere di Monghidoro senza storia politica né economica voleva forse assolutamente entrare e che adesso lo lascia bruscamente sulla porta d’ingresso.

 

Società Per Azioni?

Per quotarsi in Borsa, è la legge, bisogna lasciare almeno il 20% delle azioni libere sul mercato. Questo significa inserire nella propria azienda una platea di piccoli e grandi azionisti, che se non possono mettere becco sulle decisioni aziendali, possono però informarsi, fare domande, sollevare perplessità. Significa anche che il mercato, ricettivo ai segnali esterni ed interni, è volubile e premia chi si muove bene, in fretta e soprattutto lo comunica efficacemente.

Come curare l’immagine: le comunicazioni di Uniland e le assemblee degli azionisti deserte

Le comunicazioni di Uniland, messe in fila, sono meticolose. Il loro obiettivo è trasmettere la solidità e dinamicità della società, per far lievitare il valore delle azioni. In un’occasione Mezzini si spinge anche ad intervenire su un forum specializzato nel quale alcuni piccoli azionisti si lamentavano del crollo di valore delle azioni (una perdita dell’80% tra 2007 e 2010, il 50% solo tra 2009 e 2010). Mezzini difende come un leone l’operato dell’azienda e rintuzza critiche e perplessità, spingendosi addirittura a giocare con un azionista scoraggiato, assicurandogli che, a richiesta, avrebbe rilevato anche le sue azioni. La fiducia, in Borsa, è la merce più pregiata.

Il rapporto del gruppo Uniland con Piazza Affari e i piccoli azionisti comincia però col piede sbagliato già dalla prima assemblea, straordinaria. E’ la prima dopo l’acquisizione di Perlier spa da parte di Cem, e deve ratificare il cambio di nome in “Uniland”, l’aumento di capitale parte dell’accordo di acquisizione e la nomina di un consigliere d’amministrazione eccellente: il presidente di Coop Adriatica Pierluigi Stefanini. L’assemblea viene convocata a Monghidoro minacciata da una tormenta di neve. «Per evitare che arrivassero gli azionisti Perlier» denuncia un piccolo azionista, che testardamente si arrampica con un giorno di anticipo sull’Appennino, per vederci chiaro. Di quell’assemblea fa un dettagliato resoconto sul sito Spaitalia.it, sollevando dubbi sul tempo, il luogo e le procedure. Ma non si tratta di un caso isolato. Anche la prima assemblea della controllata House Building subito dopo la sua quotazione  in Borsa è convocata per il 30 aprile 2010 alle ore 20, sempre a Monghidoro, e in seconda convocazione la mattina del 1° Maggio, festa dei lavoratori. Quest’ultima circostanza ha poi portato ad una denuncia al collegio sindacale di House Building da parte di alcuni piccoli azionisti. Denuncia alla quale il presidente del collegio, Sergio Massa, già sindaco di Perlier spa, curiosamente rispondeva così: «Il Collegio sindacale, anche in considerazione dei rilievi di cui sopra, si trova costretto a rilevare che l’organizzazione amministrativa interna della società non corrisponde ancora completamente alle esigenze richieste per una corretta gestione di una società quotata». Non proprio la gioiosa holding di livello internazionale che Mezzini cercava di accreditare.

La reazione dei piccoli azionisti e le grandi manovre del cda

Intanto il valore delle azioni Uniland e House Building è crollato, dalla loro quotazione in Borsa ad oggi, e i piccoli azionisti (circa il 20% in entrambe le società) rischiano di perdere tutti gli investimenti fatti. In molti si stanno già organizzando per reagire. Parla Renato Santi, coordinatore di un gruppo di investitori: «Ci stiamo organizzando per fronteggiare gli sfortunati eventi che si sono succeduti già da inizio anno. All’inizio le finalità erano quelle di verificare se uniti si poteva raggiungere una forza tale (almeno l’1% delle azioni) al fine di presentare una propria lista (veramente indipendente) per l’elezione dei membri del nuovo Consiglio di Amministrazione: volevamo far sentire la nostra voce in seno all’azienda. Ora invece, dopo gli ultimi eclatanti accadimenti, l’interesse primario è volto a salvaguardare i nostri interessi e nella speranza di una continuità aziendale». Per il momento si tratta di circa 100 persone, e il tetto dell’1% è stato «ampiamente superato». In attesa di notizie dalla procura, il gruppo sta «vagliando ogni minima possibilità, dall’associazione allo studio legale specializzato. Alcuni incontri sono già stati fatti, altri saranno fatti durante questa settimana».

Per parte sua, denuncia Spaitalia.it, Mezzini ha gestito bene i suoi tempi, vendendo al prezzo giusto al momento giusto. Secondo il sito di informazione economica, la quotazione di House Building presenta alcune anomalie: «Il 30 dicembre, il giorno dopo l’inizio delle quotazioni ed il +67% in Borsa, la Uniland di Mezzini vendeva già le prime 22.000 azioni. Dopo le feste la musica non cambiava: il mercato era euforico, tutti cercavano di metter mano sulle azioni della piccola società imolese, e Mezzini continuava a vendere. Oltre 60.000 azioni a 6,21€, altre 40.000 a 6,33€, ed ancora quasi 6.000 a 6,45€. Considerato che gli azionisti di Uniland avevano potuto acquistare le azioni House Building ad un prezzo di prelazione di 1,85€, per la spa di land banking bolognese (ed il suo proprietario), il gain (guadagno, ndr) era notevole: in una sola settimana il valore di 131.590 azioni di House Building era passato da 243mila ad oltre 777 migliaia di euro. Una plusvalenza di oltre mezzo milione di euro!»

I piccoli azionisti, comunque, non sono gli unici a muoversi: anche il cda di Uniland, accettate le dimissioni degli arrestati, corre ai ripari e cerca di salvare il salvabile prima dell’affondamento, deliberando lo scorso 12 febbraio «di dare mandato disgiunto al Presidente del CdA ed al Consigliere Ing. Gianni Cesari di raccogliere manifestazioni di interesse per l’alienazione di alcuni assets comunque non strategici ma che per la loro particolare natura potrebbero essere maggiormente soggetti a perdite di valore ove perdurasse l’attuale stato di apparente incertezza e sfiducia in merito alla capacità della Società e del Gruppo di perseguire con continuità ed efficacia i rispettivi scopi sociali». Non un bel segnale al mercato, che aspetta con scetticismo il nuovo piazzamento delle azioni, ora in buona parte sequestrate dalle Fiamme Gialle.

 

“La ricchezza della terra”

Come si trasforma una piccola azienda edile in un impero finanziario con rapporti eccellenti e grande visibilità? Un’analisi accurata dei bilanci e delle comunicazioni della land bank di Monghidoro può aiutare a trovare una risposta. Sono due, in particolare, i “casi” centrali nella vicenda Uniland. Li analizziamo nel dettaglio.

San Lazzaro: quel pezzo di terra di nessuno

L’ascesa dell’ingegner Mezzini comincia a San Lazzaro di Savena. Dall’uscita 13 della tangenziale si imbocca la via Caselle, che porta al centro di San Lazzaro, passando per un paesaggio fatto di terreni incolti, capannoni industriali e case in ordine sparso. Buona parte di quei terreni, ora inghiottiti dalle erbacce o asciugati dal sole, sono terre di Mezzini. La proprietà formale era di Caselle srl, che l’aveva acquistata per 6 milioni di euro nel giugno 2002, a debito. Su una parte dei 147mila mq era prevista la costruzione di un complesso commerciale (circa 10mila mq su una porzione di terreno di 20mila mq) e la vendita del tutto alla Futura Immobiliare per circa 6 milioni entro il novembre 2004, chiavi in mano, permessi di costruzione inclusi. I permessi si fanno attendere e la Caselle diventa inadempiente con Futura Immobiliare (poi Eurofuturo spa): quindi si iscrivono a bilancio di Caselle 9 milioni di debiti (circa 6 per il terreno e 2 come penale). Si tratta di una piccola società, con ingenti perdite, quindi. Ma arriva la cavalleria: nel 2004 il terreno viene inserito come “polo funzionale” nel Piano territoriale di coordinamento provinciale della provincia di Bologna. Che significa? Ce lo spiega Uniland in un comunicato: «Tale qualifica, oltre a valorizzare il terreno, consente l’attuazione dei comparti non più mediante la procedura urbanistica usuale (Poc–Rue, ovvero Piano Particolareggiato Progetto Esecutivo) bensì semplicemente sottoscrivendo un Accordo Territoriale, ai sensi degli artt. 15 o 18 della L.R. 20/2000,riducendo così notevolmente i tempi necessari all’ottenimento dei permessi a costruire». Si costruisce prima e meglio, anche perché il comune di San Lazzaro, stando ai bilanci Uniland, in più occasioni aveva promesso una variazione nel Piano urbanistico (ora Piano strutturale comunale) per aumentare l’indice di edificabilità della zona fino ad un massimo di 0,55 mq/mq, vale a dire quasi decuplicare la superficie edificabile del terreno (fino ad 80mila mq). Per tutte queste ragioni, a gennaio 2006 la perizia di Remax (a firma Chiara Zerbini, indagata e, incidentalmente, vice presidente giovani imprenditori di Ascom) stabilisce che quel terreno vale ben 52 milioni di euro, quasi 9 volte tanto rispetto al valore precedente. Ora, un pezzetto alla volta, Uniland sta vendendo dei pezzetti di quella proprietà, al doppio del prezzo di costo: l’ultima tranche è di 4300 mq per 2,6 milioni con accordo dell’11/12/09.

Quello che importa, però, è che grazie alla rivalutazione una piccola società con 9 milioni di perdite e 10mila euro di capitale sociale acquista un valore di ben 34 milioni di euro, consentendo a Mezzini di quotarsi in Borsa e farci una gran bella figura. Come? La Cem spa, in quel momento capofila delle società facenti capo all’ingegnere, diventa spa e aumenta il suo capitale da 100mila a 35 milioni di euro. Qualche centinaia di migliaia di euro ce li mettono Mezzini e famiglia. Il resto, 34 milioni,sono crediti compensati derivanti da Cemlux S.a.(proprietà Mezzini, ma sede in Lussemburgo) per l’acquisto di Caselle. In pratica Cemlux rileva la Caselle per 70mila euro per poi rivenderla alla Cem spa per 34 milioni di euro. Non ci sono soldi veri, in questa operazione, fatta eccezione per poche centinaia di migliaia di euro. Tutto il resto è controvalore espresso in azioni, pezzi di carta. E perché proprio 34 milioni di euro? A stabilire quella cifra è una perizia di Mauro Cassanelli (indagato), citata a sua volta nella perizia giurata del dott. Graziosi (anche lui indagato). A Cassanelli viene chiesto di stabilire il valore reale della società ai fini della cessione da parte di Cemlux a favore di Cem spa. In questo modo Cem spa raggiunge un patrimonio del valore di 35 milioni, un buon biglietto da visita sui mercati finanziari. Pochi mesi dopo, infatti, la società di Mezzini, con i suoi 35 milioni di euro di portafoglio, lancia un’opa sulla Perlier spa, quotata in Borsa, e la scala. Attraverso la Cemlux S.a., Mezzini concorda un aumento di capitale riservato in Perlier pari al valore della stessa Cemlux (circa 163 milioni, a conti fatti), su 48 milioni di azioni (il 100%) per un valore totale di 17 milioni di euro. In realtà ce ne metterà circa 10. Chi gli dà i soldi? Carisbo, con un finanziamento di 21 milioni di euro a copertura sia dell’acquisto di azioni Perlier che di due terreni di Ferrara e Ravenna (altri 4,5 milioni in totale).Nel passaggio dal terreno privo di autorizzazione a costruire a Piazza Affari, Mezzini ci ha messo poco e niente di tasca sua, quindi.

Mauro Cassanelli, intanto, è entrato nel collegio dei sindaci Uniland (organo di garanzia che dovrebbe controllare i documenti societari a tutela dei piccoli azionisti) e ci resterà come Presidente fino ad oggi, cumulando anche l’incarico di sindaco in House Building. Da queste due società Cassanelli percepirà 50mila euro l’anno in emolumenti. Coincidenze?

Ferrara: il grande progetto industriale

Sulla strada che da Ferrara porta a Poggio Renatico, vicino al casello di Ferrara Sud, c’é un’area che da almeno 10 anni é considerata una “potenzialità”, e come tale viene inserita nella bozza di documento preliminare del Psc di Ferrara nel 2003. Fino a tutto il 1999, almeno, sul terreno c’era un progetto di outlet, mai approvato dall’amministrazione: dopo qualche tempo, infatti, la holding inglese interessata alla trasformazione si era sfilata dall’affare. Il 31/07/05 Cemlux acquisisce il terreno (oltre 170mila mq) tramite la controllata Este real estate per 2 milioni di euro (prestati da Carisbo, come abbiamo visto). Mezzini presenta un progetto magnifico, che affrancherebbe Ferrara dalle sonnacchiose nebbie padane per proiettarla nell’empireo dei grandi centri produttivi e commerciali. Stando alle dichiarazioni dello stesso Mezzini al Resto del Carlino, si trattava di «oltre 100mila mq coperti con 250-300 dipendenti; profumi ed essenze naturali provenienti dall’Oriente saranno lavorati e smistati in Europa e America. Ferrara diventerà la Città della cosmetica».

L’allora assessore all’urbanistica, Raffaele Atti (ora nella segreteria regionale del Flai-Cgil) si pronuncia favorevolmente sul progetto presentato da Mezzinicon una lettera indirizzata alla società, in cui si spiega che se le intenzioni sono serie il Comune è pronto a fare tutti i passi necessari per garantire una variante urbanistica con un Accordo di programma tra Comune, Provincia e Uniland, senza aspettare l’approvazione del Piano strutturale comunale. Siamo a fine 2005. Poche settimane dopo il perito Chiara Zerbini di Remax valuta che il terreno, dato il parere positivo dell’assessore Atti, vale 160 milioni di euro. Un aumento di valore di 80 volte, nel giro di 6 mesi. Praticamente un miracolo.

L’assessore Atti, intervistato, spiega: «Ho saputo di questo uso della mia lettera solo dopo un articolo del Sole 24 ore in cui si parlava proprio di quel terreno, e si sollevavano dubbi sulla trasparenza di quelle operazioni». Dopo questo episodio l’entusiasmo si raffredda e il progetto si arena. Anche perché, spiega Atti, «Mezzini aveva presentato come garanzia di serietà la presenza di Pierluigi Stefanini (all’epoca presidente di Coop Adriatica, poi presidente di Unipol, ndr) nel consiglio di amministrazione. Io mi informai e cominciai ad usare prudenza, perché la risposta che ottenni fu: “Noi con quelli non c’entriamo nulla, siamo lì solo perché abbiamo ceduto un terreno a Ravenna in cambio di azioni Uniland”».

L’entusiasmo di Uniland per quel terreno e le sue potenzialità, però, non si raffreddano. In un comunicato dell’ottobre 2009, Uniland sostiene che il Psc approvato il 20/04/09 dal comune di Ferrara attribuisce un indice di edificabilità di 0,6 mq/mq. Ma Atti spiega che quella cifra era solo il massimo valore attribuibile a quel tipo di terreno, l’indice di edificabilità deve ancora stabilirlo il Piano operativo comunale, non ancora approvato. Come vendere la pelle dell’orso prima di averlo ammazzato, insomma. Solo che per la Borsa queste potrebbero essere considerate “false comunicazioni sociali”.

Su questo terreno, con accordo del 23/09/10, Uniland ha poi ceduto una parte (oltre 3mila mq) alla Finmco spa, per 3 milioni di euro (1000 euro al mq; lo avevano acquistato a poco più di 10 euro al mq, nel 2005). Come contropartita Uniland ha acquistato quote per 2 milioni di euro della Gualtieri (il 55%), finora controllata Finmco, la quale sta costruendo un centro commerciale vicino Reggio Emilia di 11mila mq, 36 negozi, cinema multisala. Un bell’affare, si direbbe.

Questi due terreni, più un terzo vicino Ravenna, anch’esso ultra rivalutato (da 183mila a 49 milioni), costituivano il 90% del valore del patrimonio immobiliare Uniland (262 milioni di euro su 290 circa) all’atto della quotazione in Borsa. Secondo la procura le perizie erano gonfiate, e questa circostanza ha consentito all’ingegner Mezzini di ottenere la fiducia del mercato, per poi crescere e crescere. Una fiducia chiaramente malriposta, se le accuse fossero confermate. Una cosa è certa: questi episodi risalgono al 2005-2006. Sono passati esattamente cinque anni, prima che qualcuno si interessasse del caso Uniland. E un’occhiata alle carte sarebbe bastata quantomeno a farsi venire un dubbio. Il processo ci dirà se si tratta di dubbi fondati o no.

 

Marchionne, in fonderia!

di Claudio Magliulo

13 febbraio 2011

Ve lo sapreste immaginare voi Marchionne in fonderia? Il mitico maglioncino ben chiuso in un armadietto cigolante, la tuta blu sporca di grasso e di cenere, la fronte sudata e cotta dalle vampate di calore dell’altoforno. Impossibile?
Non esattamente. Fatte le dovute proporzioni è più o meno quello che accade da 10 anni in qualche centinaio di fabbriche argentine. Fabbriche recuperate, dopo la fuga del proprietario, dopo il fallimento (spesso ingiustificato). Fabbriche occupate e rimesse in produzione dagli stessi lavoratori, nelle quali chi prende le decisioni e stabilisce le strategie, il manager, è un operaio come gli altri che alla fine del turno torna in catena come tutti.

Il movimento delle empresas recuperadas esplode nell’Argentina della catastrofica crisi, nel 2001. Le immagini sono
quelle di una crisi ormai vecchia e quasi dimenticata, a tratti profetica: a Buenos Aires i cittadini in piazza a battere le pentole vuote, l’elicottero del presidente che fugge dal tetto della Casa Rosada (ricorda nulla?), gli operai che prendono il controllo delle fabbriche. A decenni di ultraliberismo dove lo Stato assistenzialista non poteva più esistere per i diseredati, ma ancora aiutava gli imprenditori ammanicati, i lavoratori rispondono riprendendo il controllo sul proprio lavoro. “Marchionne in fonderia” è un documentario, domani sera in proiezione gratuita al Cinema Lumiére di Bologna (ore 20.30), che ci riporta in quelle atmosfere per avanzare un paragone ardito: da una parte la FaSinPat, fabbrica nata dall’occupazione della ex Ceramiche Zanon, nella Patagonia argentina; dall’altra lo stabilimento Fiat di Termini Imerese, rassegnato ad un lento e ineluttabile declino. Lorenzo Alberghini, dentista di professione, attivista per vocazione, è il regista e cameraman di questo piccolo documentario essenziale.

Due anni fa, quando la chiusura di Termini Imerese veniva data per scontata, Alberghini decide di vederci chiaro: «Non c’era speranza, nessuna alternativa alla disoccupazione. Mi sono chiesto perché questi operai non si potevano auto-organizzare e gestire l’azienda. L’unica cosa che mi è venuta inmente è di andare a vedere di persona». Davanti ai cancelli Fiat sfilano le facce disilluse degli operai siciliani: «Fuori non c’è niente, ci aspetta solo la disoccupazione». Se la prendono un po’ con tutti: Marchionne, i sindacati, naturalmente il governo. Quello stesso governo a cui molti, ammettono, hanno dato il loro voto.Ma poi a capo chino si varca l’ingresso nella luce incerta delle 4 del mattino. Speranza: non pervenuta. Già nel 2002 la Fiat aveva deciso di chiudere Termini Imerese, comunicandolo solo 2 mesi prima agli operai. La risposta dei lavoratori, allora, fu decisa e massiva, ed ebbe successo.

Ma i tempi sono cambiati. Vincenzo Comella, segretario provinciale Uilm, spiega: «Questa volta ci ha presentato il conto due anni prima. Ma l’economia familiare di un lavoratore non può reggere una lotta lunga due anni. Alla fine ci siamo abituati all’idea dell’ammortizzatore sociale che comunque ci può accompagnare da qualche parte. Tutto questo crea una situazione di scoraggiamento».

Ben diversa la storia della FaSinPat (Fabrica sìn patròn), fino al 2001 proprietà di un imprenditore di origini venete, Luigi Zanon, di cui portava il nome. Da buon italiano Zanon aveva capito che per fare impresa la cosa più importante non sono le idee e nemmeno il denaro, ma le relazioni. Così, nell’Argentina ultra-liberista dell’oriundo
siriano Carlos SaulMeném (bisognerebbe scrivere un’epopea sullo spirito del capitalismo di quei mercanti medio-orientali approdati sulle coste latinoamericane), Zanon teneva in piedi l’attività grazie a generose e ripetute iniezioni di denaro pubblico (ricorda nulla?).

A buon diritto, dunque, gli operai della Ceramiche Zanon hanno rifiutato la chiusura: «La fabbrica è nostra, dentro ci sono le nostre tasse, il nostro lavoro, il sangue dei compagni morti in catena, uno all’anno». E se la sono ripresa. Il bello è che funziona: la storia di FaSinPat è una storia di successo. Partita con 62 operai appena dopo
l’occupazione, al momento ne impiega 450. Tutti allo stesso salario (più alto del precedente), ognuno a rotazione lavora alla catena di montaggio, come rappresentante sindacale, come creativo, come manager. Massimo due anni sulla sedia di Marchionne, e poi di nuovo alla catena. Il primo passo di questa lotta, ora propagatasi ad altre tre fabbriche della zona, è stato di esautorare il sindacato. «Il nostro sindacato era comprato direttamente dalla proprietà – racconta Raùl Godoy, tra i pionieri di FaSinPat – una burocrazia che vendeva tutti i nostri diritti e noi stessi con il nostro lavoro. Ci siamo ripresi il sindacato e lo abbiamo reso uno strumento di lotta. Con il metodo della democrazia diretta e col messaggio che la crisi non la devono pagare gli operai ma i padroni, che generano la crisi in forma permanente». Un sindacato di movimento, «classista». Al confronto con il quale stride l’aria estenuata del segretario provinciale Fiom Roberto Mastrosimone.

Quando Alberghini gli chiede se hanno mai pensato di occupare e autogestire la fabbrica, il sindacalista risponde: «Se prendi 200 operai Fiat e gli dici che da domani loro diventano gli imprenditori, si sentiranno
come Berlusconi. Anche perché lo votano…». Le due realtà che Alberghini, un po’ per curiosità un po’ per amore di verità, ha voluto accostare sono distanti. «Sono partito pensando che tutta la colpa fosse della politica aziendale di Marchionne – spiega l’attivista bolognese – E invece lui ha tutte le sue colpe,ma ha trovato un terreno fertile:
la politica assente, il sindacato disunito». Eppure l’Argentina del 2001 ha molti tratti in comune con l’Italia del 2011. Ma dal cacerolazo argentino sono nate spinte e movimenti di trasformazione, e anche il sindacato si è riscoperto agente di lotta. La Cta (Central de los trabajadores argentinos) è nata infatti dall’aggregazione di sindacati di base e associazioni di disoccupati, studenti, in alternativa al sindacato “giallo” peronista, complice del disastro. A padroni, governo, sindacati, i lavoratori “recuperanti” hanno risposto con le parole orgogliose di Celia Martinez, lavoratrice della Bruckman, storica impresa recuperata argentina: «Tienen miedo de nosotros porque
hemos monstrado que si podemos llevar una fàbrica, podemos también llevar un paìs (hanno paura di noi perché abbiamo dimostrato che, se possiamo mandare avanti una fabbrica, possiamo anche mandare avanti un Paese)».

Sistemi di garanzia partecipata, per potersi fidare

di Claudio Magliulo

8 gennaio 2011

Un’alternativa c’è, decine di migliaia di produttori la stannoportando avanti nel mondo. Si chiamano Pgs («Sistemi di garanzia partecipata») e rispondono al modello di coltivazione biologica certificata e  orientata all’esportazione, concentrandosi su mercati e comunità locali, filiera corta, fiducia reciproca.

Il problema principale è in effetti la distanza tra produttore e consumatore: se non sai chi ha prodotto quello che stai mangiando, hai bisogno di un organismo terzo che garantisca la qualità del prodotto. Nei Pgs la certificazione classica da enti terzi è sostituita da un controllo mutuo tra pari. L’agricoltore riceve l’ispezione di un comitato composto da altri agricoltori, consumatori, agronomi, che decide se accogliere la richiesta di entrare nel Pgs. Incaso di ok, l’agricoltore partecipa ai mercati locali organizzati dal Pgs.

Cosa garantisce la qualità del cibo ela buona fede del produttore? Un proprio marchio di riconoscimento e la fiducia reciproca: un sistema di controllo sociale garantisce che i «furbi» siano presto esclusi. «La certificazione organica partecipativa – spiega la Red mexicana de tianguìs y mercados organicos– è in effetti un ritorno ai principi filosofici dell’agricoltura organica, quando si pensava a produrre per l’autoconsumo e la comunità, eliminando i costi ambientali del trasporto di prodotti in aree lontane». Non c’è nessun valutatore esterno, che stabilisca l’aderenza del produttore a un corpus di regole fissate altrove e sulle quali il produttore stesso non ha alcun controllo. Le regole, nei Pgs, sono stabilite collettivamente e con la partecipazione di tutti i soggetti della filiera, dal campo alla tavola. Così anche i piccoli e piccolissimi produttori, che non accedono al sistema delle certificazioni perché troppo complicato e costoso, trovano un mercato che valorizzi i loro prodotti.

Gli araldi del nuovo modello sono ai quattro angoli del mondo: Rete Ecovidain Brasile coinvolge 180 comuni,2400 famiglie organizzate in 270 gruppi; l’Organic India Council in soli quattro anni ha riunito 2500 produttori; la francese Nature et progrès, fondata nel 1972, con migliaia di associati. Tutte esperienze il cui obiettivo è liberare l’agricoltura biologica dalle catene di un sistema troppo esteso e farraginoso di regole, garanzie e distanze che, come abbiamo raccontato, comporta spesso l’esclusione dei piccoli e piccolissimi produttori. «È piuttosto paradossale– sottolinea Ifoam – che in moltipaesi si registri una crescita assai veloce del numero di ettari certificati da Organismi terzi, mentre il numero dei produttori certificati cresce pochissimo. Basandosi su questi numeri potrebbe sembrare che i piccoli produttori siano meno interessati a partecipare al movimento del biologico rispetto alle grandi aziende. Naturalmente non è così: è solo l’attuale meccanismo di certificazione che li interessa poco».Il passo successivo vorrebbe esserela parificazione tra Pgs e certificazione,già sancita per legge in alcuni paesi, dal Brasile alla Polinesia Francese. A patto che nessun gruppo di interessesi metta di traverso, naturalmente.

Articolo di spalla a  “Biologico insostenibile”

Biologico insostenibile

di Claudio Magliulo

8 gennaio 2011

Questa storia finisce sugli scaffali di un supermercato, tra il nostro caffè preferito, le banane ricche di potassio e il succo di pompelmo senza il quale non facciamo colazione. Tutto rigorosamente bio. Ma cosa significano per noi quel bollino e la dicitura prodotto da agricoltura biologica? Certamente l’assenza di pesticidi, concimi sintetici, ormoni della crescita, semi ogm. Ma anche qualcosa in più: ci immaginiamo che all’inizio di quella catena di cui siamo l’anello finale, ci sia un contadino orgoglioso, con il viso cotto dal sole, che produce cose buone e di qualità. Ma se davvero la certificazione biologica significa tutto questo, perché sono sempre di più i (piccoli) produttori che se ne allontanano e tentano strade nuove?
Parte della risposta si trova in Messico, paese che negli ultimi anni ha vissuto un boom di conversioni dall’agricoltura tradizionale a quella biologica. Stando alla Sagarpa, il ministero messicano dell’Agricoltura, dal 97 al 2007 la superficie coltivata a biologico nel paese di Pancho Villa è passata da 25mila a 300mila ettari, con un investimento da parte del governo di 350 milioni di pesos (circa 22 milioni di euro) per il solo 2007. L’85% della produzione organica è destinata allesportazione. Susanna Debenedetti, responsabile messicana dell’ong Deafal, racconta invece una storia ignorata dalle statistiche: «Molti contadini decidono di non farsi più certificare. Usano concimi auto-prodotti, non riconosciuti dal disciplinare biologico, vendono il prodotto come convenzionale e alla fine ci guadagnano comunque, anche se producono sostanzialmente biologico. L’unica differenza è che non rientrano in quei canoni stabiliti in Ue, ma per rientrarci dovrebbero sostenere costi di certificazione troppo elevati».
Le difficoltà per chi produce e intende ottenere una certificazione biologica, insomma, sono tante e scoraggianti, soprattutto per le piccole aziende. Prima di tutto il costo della certificazione in sé. In Messico l’unico ente che ha pubblicato il suo tariffario è Metrocert, controllata di Icea (tra i più grandi enti di certificazione italiani): per un’azienda di piccole dimensioni (4 ettari) il costo annuale tra tariffa fissa e variabile può toccare i 4500 pesos (circa 300 euro) ai quali si aggiungono il costo dell’ispezione annuale obbligatoria (altri 100 euro) e i costi amministrativi accessori (archivio, contabilità, etc.). A questa cifra è necessario sommare una quota compresa tra lo 0,5% e il 3% sul fatturato da trasferire all’ente di certificazione per i costi operativi. Sul bilancio di un piccolo produttore sono cifre che hanno un peso non indifferente, e qualcuno inizia a chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato. Un esperto di certificazioni bio che preferisce restare anonimo, denuncia: «In generale, il sistema di controllo e certificazione è diventato ormai un sistema mercantilista, sclerotizzato: non va a beneficio dei piccoli produttori, che vendono comunque male, ma a favore di una schiera di tecnici, controtecnici, consulenti, amministratori: una sarabanda che parassita il lavoro dei produttori».
Gli agricoltori bio sono sostanzialmente costretti ad esportare, perché il mercato del biologico locale è ancora ridotto. Esportare, però, significa anche rispettare i criteri produttivi stabiliti dai paesi di destinazione. E’ qui che entra in gioco una seconda distorsione, vagamente perversa, del sistema di certificazione: ognuno dei mercati finali di riferimento (Usa, Unione europea, Giappone, Canada) ha i suoi criteri per il biologico. Vale a dire una lista di sostanze, distinte tra ammesse, proibite e ristrette. Per ristrette si intende sostanze che necessitano di una valutazione specifica (per esempio un fertilizzante organico auto-prodotto, che deve contenere non oltre un certo livello di batteri). La valutazione è affidata al singolo certificatore. Il guaio, denunciano i contadini e chi lavora con loro, è che i certificatori sul campo spesso non hanno la preparazione necessaria a decidere se dare il via libera a quel particolare fertilizzante o anticrittogamico naturale auto-prodotto. E quindi negano l’autorizzazione. Jairo Restrepo Rivera, agronomo e consulente di svariate agenzie Onu, lavora da anni con i piccoli produttori per valorizzare i sistemi di coltivazione tradizionali e naturali, inclusa l’auto-produzione dei mezzi tecnici (fertilizzanti, concimi, anti-crittogamici, etc.). In materia ha le idee molto chiare: «La certificazione non è legittima perché i certificatori non hanno conoscenza di ciò che certificano». Rivera denuncia che un importante effetto di questa scarsa preparazione è che gli agricoltori si vedono costretti ad adottare i mezzi tecnici più commerciali e conosciuti, sui quali il valutatore non avrà dubbi. Si tratta di anti-crittogamici e fertilizzanti prodotti dalle solite grandi case (Bayer, Dow Chemicals): «La grande industria è pronta a promuovere su vasta scala prodotti economici, per occupare spazi di mercato nell’agricoltura organica. Ma i prodotti dell’industria sono sotto brevetto; quello che è prodotto direttamente dal contadino, invece, appartiene alla natura e non è brevettabile. Ciò che è naturale è di dominio sociale e non dà lucro, il brevetto invece si».
A conti fatti, quindi, se un produttore volesse avere la possibilità di esportare in tutti e quattro i principali mercati, le sostanze ammesse da tutti sarebbero meno di trenta. Per fare un paragone, la legge messicana del 1995 in materia di coltivazione biologica autorizzava oltre 140 sostanze. Cos’è cambiato? Innanzitutto la normativa europea, come spiega Alessandro Pulga, direttore di Icea: «Fino al 2007 si lasciava ai singoli paesi esportatori l’onere di stabilire cosa consentire e cosa no, ma era molto difficile esportare da un paese sprovvisto di una legge sul biologico. Da un paio d’anni, invece, l’Ue ha stabilito che siano i singoli enti di certificazione a garantire il rispetto dei criteri». Tutto ciò, in teoria, servirebbe ad assicurare un commercio più agevole, a prescindere dalla volontà dei singoli governi. Nella pratica il trasferimento di responsabilità ha implicato anche il rischio di un aumento degli spazi per chi intende approfittarsene. Rischio che negli stati messicani del centro-sud (dove si concentra la gran parte del bio messicano e dei relativi sussidi ministeriali) è diventato una solida realtà. Mauricio Soberanes, responsabile di Metrocert, non usa mezzi termini: «Molti funzionari a tutti i livelli di governo (municipale, statale e federale) sfruttano la gestione delle sovvenzioni per la conversione al biologico e si fanno corrompere. Per esempio favoriscono il fornitore di input (o mezzi tecnici) per la produzione agricola, accordandosi con lui per consentirgli di vincere le aste; oppure gonfiano i prezzi di acquisto di quegli stessi input per intascare la differenza. In generale promuovono programmi di sviluppo il cui unico scopo è quello di facilitare gli acquisti di materie prime, per poterci lucrare». Che si tratti o meno di un sistema, è chiaro che qualcuno ne approfitta. Ed è un ulteriore ostacolo da superare per chi produce. Alla fine la scelta, per molti, è di allontanarsi dal sistema del biologico, lasciando campo libero alle grandi aziende e a chi ha più entrature presso ministeri e amministrazioni. A guadagnarci sono: funzionari corrotti, enti di certificazione, grande distribuzione e (in parte) i consumatori del Nord.Un sistema che in tanti, tra i produttori, vedono come oggettivamente escludente. Qualcuno, come Jairo Restrepo Rivera, parla di bio-colonialismo: «La certificazione bio è un nuovo strumento di estensione del bio-colonialismo e distrugge i meccanismi di organizzazione contadina, nel momento in cui genera una distanza tra consumatori e produttori. Quello che mettiamo in discussione è chi stabilisce le regole per la commercializzazione. Le regole le dovrebbe stabilire chi conosce il prodotto». Giunti al principio della storia, la domanda quindi è: cosa stiamo certificando nei nostri supermercati? E, soprattutto, di chi sono i benefici?

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Uscire dalla crisi,modello Marchionne o Terra Madre?

di Claudio Magliulo

24 ottobre 2010

TORINO – Per capire cos’è Terra Madre, bisogna partire dal luogo, simbolico, che la accoglie: il complesso fieristico del Lingotto di Torino. La fabbrica delle fabbriche Fiat, che ora svuotato e riempito di nuovo senso, diventa teatro di una piccola, silenziosa rivoluzione. Anzi, di una «trasformazione», come ha precisato Carlo Petrini alla cerimonia di apertura, «perché il concetto di trasformazione è più ricco, ha i caratteri radicali della rivoluzione, ma la lega alla conservazione della vita e dell’eredità delle culture». E’ il senso profondo di Terra Madre: la trasformazione verso una nuova (e insieme antica) visione del mondo, un modello di «avviluppo» che contro i fallimenti del mito sviluppista e del mercato propone un vivere slow. Non un ritorno al passato, ma una strada per il futuro.Nelle aule improvvisate dentro il grande contenitore dell’Oval non c’è quasi traccia della parola «crisi». Perché ad essere in crisi è un paradigma sociale ed economico, al quale i delegati di Terra Madre hanno già voltato le spalle da tempo. E i loro progetti prosperano, mentre le grandi fabbriche chiudono. Petrini vola alto: «Come un tempo le pievi benedettine furono i luoghi dai quali l’agricoltura (e con essa la cultura) ripartirono dopo la crisi e il crollo dell’impero romano, così le comunità del cibo di Slow Food saranno i luoghi dai quali ripartirà una nuova civiltà». Lo sanno i ragazzi dello Youth Food Movement, la rete dei giovani di Terra Madre, venuti a Torino da ogni parte del mondo, ognuno con in tasca una storia unica di resistenza nel presente e sguardo al futuro. Come quella di Bastien, che ha vissuto per anni con gli indios Guaranì dell’Amazzonia e ora lavora con loro contro l’espropriazione del guaranà. O quella di Pavlos, PhD in bioetnologia, che vive tra la Cina e la Thailandia, studiando le possibili applicazioni delle piante autoctone per offrire ai contadini un’alternativa economica al taglio delle foreste. Così nell’arena Lingua Madre, uno spazio di confronto aperto, decine di piccoli produttori dalla Francia alla Guinea-Bissau al Midwest alla Patagonia si raccontano come hanno fatto a sopravvivere escludendo intermediari e respingendo semi e chimica delle multinazionali, per ritrovare un contatto diretto con i consumatori. Ma questo nuovo paradigma del vivere slow, che trova consonanze istintive in ogni angolo del pianeta, non è solo un bel progetto, un’utopia. Il ritorno alla terra e a un’economia fatta di cose concrete, come il grano e la frutta, sta diventando, nei paesi duramente colpiti dalla crisi, un’alternativa credibile e appagante per molti giovani. Lo racconta Roberto Moncalvo, piccolo produttore e presidente dei giovani della Coldiretti piemontese: le aziende gestite dagli under-30 sono in media più grandi e più produttive delle altre. L’80% di esse sta investendo. Molti tornano alla terra saltando una generazione. Uno di questi è Andrea Giaccardi, che 15 anni fa, contro il parere di tutti, decise di tornare al lavoro di suo nonno, ristrutturando la cascina di famiglia e producendo cibo biologico. Ora il suo «Orto del pian bosco» è più che un’azienda agricola, è un progetto a 360° di riscoperta della terra. Ci lavorano a tempo pieno 12 persone, tra queste anche la sorella di Andrea, Cristina, che ha abbandonato il suo lavoro di architetto per cambiare vita.Un’alternativa che può essere la speranza di un’uscita dalla crisi. E che ha molto da insegnare alla politica, se la politica saprà ascoltare, curare e rilanciare il messaggio. Bisogna solo saper scegliere tra il modello Marchionne e il modello Terra Madre. Si accettano candidature.

La ricerca di Ferrara che non vale un soldo bucato per Stato e Regione

INCHIESTA

1 aprile 2010

di Claudio Magliulo

Un laboratorio di ricerca sull’energia solare che tira avanti grazie ai dottorandi. Un brevetto di livello internazionale che fatica a passare in produzione per incapacità (o avversione) del Governo. Perchè in Italia, si sa, la ricerca conta meno del due a briscola.

Sarà quasi certamente (manca ancora l’ufficialità) Domenico Sartore, referente italiano della multinazionale berlinese Solon, specializzata in energie rinnovabili, a rilevare la CPower di Ferrara e con essa brevetti di altissimo livello. Una grande occasione persa per il pubblico, che avrebbe potuto svolgere in questa partita un ruolo da protagonista, ma tra tagli alla ricerca e burocrazia, non ha avuto scelta.

All’inizio coordinati dal professor Martinelli (dipartimento di Fisica di Ferrara) e in seguito all’interno di CPower, un gruppo di ricercatori aveva intrapreso un percorso di ricerca sulla tecnologia “a concentrazione”. Successivamente, in CPower, la ricerca si è concretizzata in un rivoluzionario pannello fotovoltaico, il Rondine. Funziona così: ognuna delle cellette che compongono il pannello è composta da un sistema di specchi che riflettono e concentrano la luce solare su una superficie molto ridotta, consentendo di utilizzare un quantitativo di silicio (componente fondamentale che trasforma la luce in elettricità) 25 volte inferiore e abbassare sensibilmente i costi mantenendo intatta la produttività.

Un’innovazione che fa gola a tanti e che ci consentirebbe di diventare un Paese produttore di pannelli come Germania e Giapponeinvece che esclusivamente acquirente. Il grosso del margine nel business solare, infatti, non viene certo dall’elettricista che installa il pannello da 6 kilowatt sul tetto di casa. Viene dalla produzione industriale di pannelli fotovoltaici, su brevetto esclusivo.

In altri Paesi europei esiste una programmazione in materia. Nel nostro, manco a dirlo, non si prende per fame solo la ricerca di base (ad esempio depotenziando l’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), ma anche quella applicata, che pure ha dimostrato di poter dare risultati straordinari per il sistema-Paese. Il team di ricercatori ha calcolato che per ogni pannello costruito secondo il loro brevetto, il risparmio nei costi sarebbe del 50%. Anche a Ferrara, comunque, hanno capito da tempo che pietire fondi dalle istituzioni non paga, e hanno scelto la strada dello spin-off. Tre anni fa, quando la tecnologia non era ancora definitivamente pronta, si è costituita la CPower (tra i soci Carife, Università di Ferrara, e alcuni imprenditori tra cui Domenico Sartore, principale finanziatore) per completare la fase di ricerca e progettazione ed iniziare la produzione industriale. Fino a quel momento tutto fatto in casa dell’Università, grazie ad una specifica forma di contratto che consente alle società costituite per lo spi-off da ricerche universitarie di usufruire, a pagamento, dei locali dell’Università. Le attrezzature, ovviamente, a carico della CPower.


Ma qui sorgono i problemi. Perché per montare i pannelli solari lo Stato concede un incentivo, il Conto Energia, che consente di ammortizzare sensibilmente i costi dell’installazione
: chi possiede l’impianto ha la possibilità di vendere l’energia prodotta alla rete elettrica. In media l’impianto si ripaga in pochi anni, mentre l’incentivo ne dura 20. Ma il decreto ministeriale specifica quali tecnologie di pannelli sono ammesse e quali no. Alla CPower i tecnici di Scajola hanno fatto sapere che la loro tecnologia non sarebbe stata inclusa nel  Conto Energia. Almeno fino al 2011, quando entrerà in vigore il nuovo Conto, di cui già circola una bozza. «Un veto incomprensibile – ha commentato ad Energia24 Marco Stefancich di CPower – e che a volte ci fa pensare a manovre di lobby contro di noi».

Per coincidenza, giusto un anno dopo l’approvazione del primo Conto Energia la Arendi, produttrice di pannelli a fotovoltaici a film sottile (altra tecnologia innovativa), ottenne, forse anche grazie ai buoni uffici della socia (nonchè presidente di Confindustria) Marcegaglia, che il suo prodotto fosse incluso nel decreto. Ma la CPower non aveva santi in Paradiso: di certo non Assosolare, l’associazione dei produttori di pannelli solari, per la quale «il Conto Energia  va benissimo così com’è». Senza pannelli a concentrazione che, se fossero stati immediatamente commercializzabili, avrebbero fatto perdere una grossa fetta di mercato ai produttori di pannelli “classici” rappresentati da Assosolare.

E nel frattempo, manco a dirlo, la CPower è finita in liquidazione volontaria: vallo a spiegare alle banche che, forse, nel 2011 sarai messo alle stesse condizioni dei tuoi concorrenti. In un mercato “drogato” dagli incentivi, non potervi accedere significa restare fuori dalla partita. E tre anni di start-up sono insostenibili per qualunque azienda. Ma al ministero questo lo sanno bene.

Per sostenere i costi di una tecnologia così avanzata ci vogliono ingenti risorse. I privati, Sartore in testa, ci hanno già messo un milione di euro. L’ateneo di Ferrara, invece, piange miseria come tutte le università e i centri di ricerca italiani. E i ricercatori sopravvivono come possono. Quelli che hanno deciso di fondare CPower e lasciare l’Università, seguono le vicende della loro azienda e non mollano. Nel laboratorio del dipartimento di Fisica, invece, si lavora a ranghi ridotti. Il quotidiano lo gestiscono quattro dottorandi. Unico stipendiato dall’Università il responsabile scientifico Martinelli, mentre al ricercatore Vincenzi lo stipendio di 1.500 euro al mese lo paga il Cnism, uno dei tanti istituti che ogni tanto fa un bando per finanziare la ricerca. «Formalmente è una borsa di studio», sorride amaro. E se gli si chiede cosa si aspettava quando è tornato dall’estero risponde con una battuta: «Non mi aspettavo certo i ponti d’oro, ma qua non ci fanno manco i ponti tibetani!». Nel frattempo Martinelli e Vincenzi si stanno concentrando tra le altre cose anche su un’altra linea di ricerca, quella sui “substrati”, la materia prima di un possibile pannello fotovoltaico. Una ricerca importante che necessita di fondi e investimenti.

Appurata la mancanza di interesse per la ricerca da parte del governo, i problemi finanziari restano intatti: con i fondi di Ateneo, infatti, ci si paga a stento il telefono. E la Regione? Tra le risorse del Fondo europeo di sviluppo regionale c’è un asse di finanziamento dedicato tutto alla ricerca, ma quei fondi viale Aldo Moro preferisce vincolarli al mastodontico progetto dei tecnopoli. Saranno forse 10 in tutta la regione (con oltre 50 tra strutture di ricerca e centri per l’innovazione), e coinvolgeranno le Università e gli istituti, come il Rizzoli, che già hanno entrature presso il governo regionale. Solo per l’esercizio finanziario del 2010, l’assessorato alle Attività produttive ha in cassa circa 35 milioni di euro per finanziare questo progetto. Ma le prime attività di laboratorio si vedranno non prima del 2016. Nel tecnopolo sull’energia, manco a dirlo, il laboratorio di Ferrara non è stato incluso.

Per sostenere una ricerca come quella di Martinelli e Vincenzi, invece, basterebbero 15 milioni di euro, su base pluriennale. E’ difficile fare delle stime, ma è certo che il settore delle energie rinnovabili può costituire un asse portante della competitività regionale e nazionale. Prendendo come semplice esempio la CPower, se la produzione di pannelli a concentrazione andasse avanti, sarebbero elevatissime le ricadute per il sistema regionale. Basti pensare solo all’ulteriore attività di ricerca possibile con gli utili della CPower, per non parlare dei tetti solari in più installabili grazie al costo ridotto di questa tecnologia.

Ma anche la Regione tace. O meglio, preferisce investire in “centri di eccellenza” che allo stato attuale non assicurano alcuna eccellenza in più di quella già a disposizione dei singoli laboratori ed istituti meritori che andranno ad abitarli.

Alcune dirette concorrenti di CPower, invece, come la tedesca Concentrix e l’americana Solfocus, hanno avuto oltre 100 milioni di finanziamenti statali o da gruppi industriali, come raccontano dal team di CPower. «Basterebbe solo che i nostri imprenditori diversificassero di più, dando spazio anche alle tecnologie per l’energia rinnovabile tra le proprie attività» spiega l’ing. Zurru.

Si può essere ottimisti, a Ferrara? Certo. Qualcuno potrebbe credere nel progetto di CPower e investirci, sempre che il governo decida di sbloccare l’accesso agli incentivi del Conto Energia. Ma le speranze sono riposte sempre e solo in un gruppo di dinamici ricercatori fuoriusciti dalle secche della burocrazia universitaria e nella lungimiranza di chi vorrà sostenerne il lavoro.

Il pubblico, come d’uso, non è pervenuto.

Sul suo sito la grande multinazionale tedesca delle rinnovabili, Solon, scrive: «Siamo combattenti che si battono con passione per una svolta ecologica sul mercato dell’energia. Con le nostre innovazioni rivoluzioniamo lo sfruttamento dell’energia solare». Ed ha anche un motto, alquanto significativo: «Don’t leave the planet to the stupid». Chissà, alla fine della storia, chi avrà fatto la figura dello stupido, e chi no.

 

INCHIESTA

Piano energetico regionale: tanti progetti e impegni di spesa,

ma dopo 3 anni non si muove ancora nulla

di Claudio Magliulo

 

La Regione ha i suoi tempi tecnici, si sa. Purchè non diventino biblici.
E’ quello che accade con il Piano energetico regionale: sarebbe da tre anni lettera morta, se non fosse per gli incentivi statali e il dinamismo dei privati. Che investono in energie rinnovabili, nell’attesa che i tanti progetti di viale Aldo Moro diventino operativi. E soprattutto che inizino ad erogare i sospirati fondi per l’ambiente e l’energia. Il Piano, approvato nel 2007, fissava l’asticella: entro il 2010 riduzione nei consumi di energia da fonti non rinnovabili per l’equivalente di 2.000 tonnellate di petrolio; aumento sensibile delle energie rinnovabili; investimenti complessivi (privati) per oltre 5 miliardi di euro. La Regione aveva inizialmente previsto di mettere sul piatto circa 85 milioni di euro nel triennio 2007-2010, che strada facendo sono diventati 137. Queste risorse erano solo una piccola parte di quei 5 miliardi attesi, ma non hanno mai raggiunto i destinatari. Il programma di investimenti, infatti, è partito con notevole ritardo, e solo negli ultimi mesi sono iniziate le prime erogazioni di fondi. La carne al fuoco era tanta. Nel Piano si prevedevano: programmi di riqualificazione energetica degli enti locali; sostegno alle aziende per la riqualificazione energetica; riconversione (e ampliamento) di alcune aree industriali in senso “ecologico”; messa in opera di un sistema per la certificazione energetica degli edifici; creazione di “tecnopoli” per la ricerca. A che punto sono tutti questi progetti?

Gli Enti locali e le aziende

Con il bando “500 tep”, obiettivo la riduzione dei consumi energetici da fonti non rinnovabili di almeno 500 tonnellate equivalenti di petrolio, la Regione finanzia con 3,2 milioni di euro (circa il 40% della spesa totale) l’installazione di pannelli fotovoltaici, impianti geotermici, etc. 268 i progetti presentati, di cui 39 da enti pubblici (prevalentemente amministrazioni comunali). Il bando scadeva a Novembre 2009, ma fino ad ora nessuno ha visto ancora un centesimo di questi fondi. Sono 130, invece, le aziende finanziate per la costruzione di impianti di energie rinnovabili: 15 milioni di euro in totale. Ma anche qui le erogazioni sono ferme. Allora come si spiega il raddoppio del solare fotovoltaico registrato nell’ultimo anno? Per Costantino Lato, dell’ufficio studi di Gse (il gestore del servizio elettrico che agisce come intermediario per la vendita e l’acquisto di energia da fonti rinnovabili), il merito è tutto del Conto Energia: «La crescita è dovuta mediamente ad impianti piccoli o piccolissimi realizzati da privati, che godono del finanziamento statale. Neanche uno di quei kilowatt di potenza è stato generato da investimenti della Regione».

Le Apea

Si chiamano Aree produttive ecologicamente attrezzate: nella pratica un piano per la riconversione delle vecchie zone artigianali al consumo di energia da fonti rinnovabili, insieme ad un’espansione del tessuto industriale. Che negli accordi tra Provincia e Unioni di Comuni è però diventato l’elemento fondamentale. Per questo asse di intervento il bilancio regionale prevede oltre 50 milioni di euro, 98 i progetti approvati. In provincia di Bologna non è partito ancora nulla, però. Come spiega l’architetto Vignali, dell’Unione Reno Galliera: «Per ora i sindaci stanno esaurendo le aree già previste nel piano regolatore. Le Apea sono un di più. Quando le aziende smetteranno di chiudere forse partiremo…». In totale dovrebbero essere 14 le Apea tra Porretta e San Pietro in Casale. Il “di più” saranno centinaia ettari di terreno agricolo cementificato per fare spazio alle esigenze dello sviluppo industriale. Che quando il piano è partito tre anni fa sembravano inesauribile, e che adesso, nell’ombra lunga della crisi, appaiono un miraggio.

Qualificazione energetica e certificazioni

Dallo scorso anno è obbligatorio, per vendere un immobile, produrre un certificato energetico dell’edificio che lo collochi in una classe di consumo, come per gli elettrodomestici, dalla A (meno di 1,5 litri di gasolio per mq/anno) alla G (più di 16 litri di gasolio per mq/anno). Per una casa standard di 70 mq la spesa per energia (riscaldamento, elettricità, raffreddamento, elettrodomestici) potrebbe variare dai 120 euro all’anno per gli edifici in classe A agli oltre 1300 euro di una classe G. A Luglio 2010 scatterà l’estensione ai contratti d’affitto, ed è evidente quali possano essere le conseguenze sul mercato. Quasi sempre, infatti, i proprietari degli immobili chiedono l’intervento di un certificatore energetico nel momento in cui vendono o affittano. E le sorprese spiacevoli non mancano. Ma chi sono gli oltre 2mila certificatori energetici già registrati in ognuna delle varie province emiliane? La legge regionale prevede che siano tecnici con esperienza pluriennale nel settore della certificazione energetica o nella costruzione di edilizia sostenibile. Ma è evidente che per il numero imponente di edifici che andranno progressivamente valutati e certificati (oltre 2 milioni solo gli appartamenti) l’esiguo numero di chi aveva già esperienze non basta: e spuntano i corsi di aggiornamento, un centinaio finora quelli accreditati. Come il corso realizzato da Futura, società pubblica per la formazione professionale: dura 60 ore, per un costo di circa 900 euro, e vi possono accedere ingegneri, architetti, ma anche geometri e periti industriali. E c’è una certa differenza tra uno studio di architettura con 30 anni di esperienza sulle spalle e un neo-perito o geometra con poche ore di aggiornamento alle spalle. L’Emilia-Romagna è una delle pochissime regioni ad aver previsto un albo dei certificatori, ma viale Aldo Moro dovrà faticare non poco per assicurare un controllo rigoroso del sistema. Un business su cui si stanno buttando tutti, come racconta l’architetto Viola, cerificatore esperto: «L’Albo è una cosa meritoria, perchè in altre regioni è il Far-west. Solo che gli iscritti aumentano come le cavallette. E in tempi di magra tutto fa brodo, a scapito della serietà professionale».

Ma chi controlla?

E gli obiettivi di riduzione delle emissioni e del consumo di energia da fonti fossili, sono stati raggiunti?
Non è dato saperlo. Nel Piano energetico si stabiliva a pagina 43 che l’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) avrebbe controllato gli impatti ambientali e lo stato di avanzamento del Piano. Ma «nulla è stato formalizzato in questi tre anni tra la Regione e l’Arpa – spiega Michele Sansoni, della direzione tecnica- nè per realizzare studi e aggiornamenti, nè tantomeno per gestire il database su emissioni, consumi di energia, etc. Non so a chi si siano rivolti…».

La direzione generale alle Attività produttive, commercio e turismo rivendica il lavoro svolto e le risorse messe in campo. «I fondi sono stati già assegnati» scrivono in una nota, precisando che «l’erogazione del contributo non è molto significativa, perchè dipende dalla data di avvio e conclusione dei lavori di realizzazione dell’intervento oggetto del contributo». E in un comunicato stampa, l’assessore regionale Campagnoli dichiara che «complessivamente sono stati messi a disposizione del sistema produttivo regionale 93,4 milioni di euro». Ma una cosa è prevedere delle risorse, altra cosa è erogarle in modo celere, efficace. In questi tre anni il Piano energetico non ha ancora sortito risultato. Si spera che nei prossimi tre tutti questi impegni di spesa diventino risorse reali. Oppure il treno per l’economia verde potremmo rischiare di perderlo.