La ricerca di Ferrara che non vale un soldo bucato per Stato e Regione

INCHIESTA

1 aprile 2010

di Claudio Magliulo

Un laboratorio di ricerca sull’energia solare che tira avanti grazie ai dottorandi. Un brevetto di livello internazionale che fatica a passare in produzione per incapacità (o avversione) del Governo. Perchè in Italia, si sa, la ricerca conta meno del due a briscola.

Sarà quasi certamente (manca ancora l’ufficialità) Domenico Sartore, referente italiano della multinazionale berlinese Solon, specializzata in energie rinnovabili, a rilevare la CPower di Ferrara e con essa brevetti di altissimo livello. Una grande occasione persa per il pubblico, che avrebbe potuto svolgere in questa partita un ruolo da protagonista, ma tra tagli alla ricerca e burocrazia, non ha avuto scelta.

All’inizio coordinati dal professor Martinelli (dipartimento di Fisica di Ferrara) e in seguito all’interno di CPower, un gruppo di ricercatori aveva intrapreso un percorso di ricerca sulla tecnologia “a concentrazione”. Successivamente, in CPower, la ricerca si è concretizzata in un rivoluzionario pannello fotovoltaico, il Rondine. Funziona così: ognuna delle cellette che compongono il pannello è composta da un sistema di specchi che riflettono e concentrano la luce solare su una superficie molto ridotta, consentendo di utilizzare un quantitativo di silicio (componente fondamentale che trasforma la luce in elettricità) 25 volte inferiore e abbassare sensibilmente i costi mantenendo intatta la produttività.

Un’innovazione che fa gola a tanti e che ci consentirebbe di diventare un Paese produttore di pannelli come Germania e Giapponeinvece che esclusivamente acquirente. Il grosso del margine nel business solare, infatti, non viene certo dall’elettricista che installa il pannello da 6 kilowatt sul tetto di casa. Viene dalla produzione industriale di pannelli fotovoltaici, su brevetto esclusivo.

In altri Paesi europei esiste una programmazione in materia. Nel nostro, manco a dirlo, non si prende per fame solo la ricerca di base (ad esempio depotenziando l’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), ma anche quella applicata, che pure ha dimostrato di poter dare risultati straordinari per il sistema-Paese. Il team di ricercatori ha calcolato che per ogni pannello costruito secondo il loro brevetto, il risparmio nei costi sarebbe del 50%. Anche a Ferrara, comunque, hanno capito da tempo che pietire fondi dalle istituzioni non paga, e hanno scelto la strada dello spin-off. Tre anni fa, quando la tecnologia non era ancora definitivamente pronta, si è costituita la CPower (tra i soci Carife, Università di Ferrara, e alcuni imprenditori tra cui Domenico Sartore, principale finanziatore) per completare la fase di ricerca e progettazione ed iniziare la produzione industriale. Fino a quel momento tutto fatto in casa dell’Università, grazie ad una specifica forma di contratto che consente alle società costituite per lo spi-off da ricerche universitarie di usufruire, a pagamento, dei locali dell’Università. Le attrezzature, ovviamente, a carico della CPower.


Ma qui sorgono i problemi. Perché per montare i pannelli solari lo Stato concede un incentivo, il Conto Energia, che consente di ammortizzare sensibilmente i costi dell’installazione
: chi possiede l’impianto ha la possibilità di vendere l’energia prodotta alla rete elettrica. In media l’impianto si ripaga in pochi anni, mentre l’incentivo ne dura 20. Ma il decreto ministeriale specifica quali tecnologie di pannelli sono ammesse e quali no. Alla CPower i tecnici di Scajola hanno fatto sapere che la loro tecnologia non sarebbe stata inclusa nel  Conto Energia. Almeno fino al 2011, quando entrerà in vigore il nuovo Conto, di cui già circola una bozza. «Un veto incomprensibile – ha commentato ad Energia24 Marco Stefancich di CPower – e che a volte ci fa pensare a manovre di lobby contro di noi».

Per coincidenza, giusto un anno dopo l’approvazione del primo Conto Energia la Arendi, produttrice di pannelli a fotovoltaici a film sottile (altra tecnologia innovativa), ottenne, forse anche grazie ai buoni uffici della socia (nonchè presidente di Confindustria) Marcegaglia, che il suo prodotto fosse incluso nel decreto. Ma la CPower non aveva santi in Paradiso: di certo non Assosolare, l’associazione dei produttori di pannelli solari, per la quale «il Conto Energia  va benissimo così com’è». Senza pannelli a concentrazione che, se fossero stati immediatamente commercializzabili, avrebbero fatto perdere una grossa fetta di mercato ai produttori di pannelli “classici” rappresentati da Assosolare.

E nel frattempo, manco a dirlo, la CPower è finita in liquidazione volontaria: vallo a spiegare alle banche che, forse, nel 2011 sarai messo alle stesse condizioni dei tuoi concorrenti. In un mercato “drogato” dagli incentivi, non potervi accedere significa restare fuori dalla partita. E tre anni di start-up sono insostenibili per qualunque azienda. Ma al ministero questo lo sanno bene.

Per sostenere i costi di una tecnologia così avanzata ci vogliono ingenti risorse. I privati, Sartore in testa, ci hanno già messo un milione di euro. L’ateneo di Ferrara, invece, piange miseria come tutte le università e i centri di ricerca italiani. E i ricercatori sopravvivono come possono. Quelli che hanno deciso di fondare CPower e lasciare l’Università, seguono le vicende della loro azienda e non mollano. Nel laboratorio del dipartimento di Fisica, invece, si lavora a ranghi ridotti. Il quotidiano lo gestiscono quattro dottorandi. Unico stipendiato dall’Università il responsabile scientifico Martinelli, mentre al ricercatore Vincenzi lo stipendio di 1.500 euro al mese lo paga il Cnism, uno dei tanti istituti che ogni tanto fa un bando per finanziare la ricerca. «Formalmente è una borsa di studio», sorride amaro. E se gli si chiede cosa si aspettava quando è tornato dall’estero risponde con una battuta: «Non mi aspettavo certo i ponti d’oro, ma qua non ci fanno manco i ponti tibetani!». Nel frattempo Martinelli e Vincenzi si stanno concentrando tra le altre cose anche su un’altra linea di ricerca, quella sui “substrati”, la materia prima di un possibile pannello fotovoltaico. Una ricerca importante che necessita di fondi e investimenti.

Appurata la mancanza di interesse per la ricerca da parte del governo, i problemi finanziari restano intatti: con i fondi di Ateneo, infatti, ci si paga a stento il telefono. E la Regione? Tra le risorse del Fondo europeo di sviluppo regionale c’è un asse di finanziamento dedicato tutto alla ricerca, ma quei fondi viale Aldo Moro preferisce vincolarli al mastodontico progetto dei tecnopoli. Saranno forse 10 in tutta la regione (con oltre 50 tra strutture di ricerca e centri per l’innovazione), e coinvolgeranno le Università e gli istituti, come il Rizzoli, che già hanno entrature presso il governo regionale. Solo per l’esercizio finanziario del 2010, l’assessorato alle Attività produttive ha in cassa circa 35 milioni di euro per finanziare questo progetto. Ma le prime attività di laboratorio si vedranno non prima del 2016. Nel tecnopolo sull’energia, manco a dirlo, il laboratorio di Ferrara non è stato incluso.

Per sostenere una ricerca come quella di Martinelli e Vincenzi, invece, basterebbero 15 milioni di euro, su base pluriennale. E’ difficile fare delle stime, ma è certo che il settore delle energie rinnovabili può costituire un asse portante della competitività regionale e nazionale. Prendendo come semplice esempio la CPower, se la produzione di pannelli a concentrazione andasse avanti, sarebbero elevatissime le ricadute per il sistema regionale. Basti pensare solo all’ulteriore attività di ricerca possibile con gli utili della CPower, per non parlare dei tetti solari in più installabili grazie al costo ridotto di questa tecnologia.

Ma anche la Regione tace. O meglio, preferisce investire in “centri di eccellenza” che allo stato attuale non assicurano alcuna eccellenza in più di quella già a disposizione dei singoli laboratori ed istituti meritori che andranno ad abitarli.

Alcune dirette concorrenti di CPower, invece, come la tedesca Concentrix e l’americana Solfocus, hanno avuto oltre 100 milioni di finanziamenti statali o da gruppi industriali, come raccontano dal team di CPower. «Basterebbe solo che i nostri imprenditori diversificassero di più, dando spazio anche alle tecnologie per l’energia rinnovabile tra le proprie attività» spiega l’ing. Zurru.

Si può essere ottimisti, a Ferrara? Certo. Qualcuno potrebbe credere nel progetto di CPower e investirci, sempre che il governo decida di sbloccare l’accesso agli incentivi del Conto Energia. Ma le speranze sono riposte sempre e solo in un gruppo di dinamici ricercatori fuoriusciti dalle secche della burocrazia universitaria e nella lungimiranza di chi vorrà sostenerne il lavoro.

Il pubblico, come d’uso, non è pervenuto.

Sul suo sito la grande multinazionale tedesca delle rinnovabili, Solon, scrive: «Siamo combattenti che si battono con passione per una svolta ecologica sul mercato dell’energia. Con le nostre innovazioni rivoluzioniamo lo sfruttamento dell’energia solare». Ed ha anche un motto, alquanto significativo: «Don’t leave the planet to the stupid». Chissà, alla fine della storia, chi avrà fatto la figura dello stupido, e chi no.

 

INCHIESTA

Piano energetico regionale: tanti progetti e impegni di spesa,

ma dopo 3 anni non si muove ancora nulla

di Claudio Magliulo

 

La Regione ha i suoi tempi tecnici, si sa. Purchè non diventino biblici.
E’ quello che accade con il Piano energetico regionale: sarebbe da tre anni lettera morta, se non fosse per gli incentivi statali e il dinamismo dei privati. Che investono in energie rinnovabili, nell’attesa che i tanti progetti di viale Aldo Moro diventino operativi. E soprattutto che inizino ad erogare i sospirati fondi per l’ambiente e l’energia. Il Piano, approvato nel 2007, fissava l’asticella: entro il 2010 riduzione nei consumi di energia da fonti non rinnovabili per l’equivalente di 2.000 tonnellate di petrolio; aumento sensibile delle energie rinnovabili; investimenti complessivi (privati) per oltre 5 miliardi di euro. La Regione aveva inizialmente previsto di mettere sul piatto circa 85 milioni di euro nel triennio 2007-2010, che strada facendo sono diventati 137. Queste risorse erano solo una piccola parte di quei 5 miliardi attesi, ma non hanno mai raggiunto i destinatari. Il programma di investimenti, infatti, è partito con notevole ritardo, e solo negli ultimi mesi sono iniziate le prime erogazioni di fondi. La carne al fuoco era tanta. Nel Piano si prevedevano: programmi di riqualificazione energetica degli enti locali; sostegno alle aziende per la riqualificazione energetica; riconversione (e ampliamento) di alcune aree industriali in senso “ecologico”; messa in opera di un sistema per la certificazione energetica degli edifici; creazione di “tecnopoli” per la ricerca. A che punto sono tutti questi progetti?

Gli Enti locali e le aziende

Con il bando “500 tep”, obiettivo la riduzione dei consumi energetici da fonti non rinnovabili di almeno 500 tonnellate equivalenti di petrolio, la Regione finanzia con 3,2 milioni di euro (circa il 40% della spesa totale) l’installazione di pannelli fotovoltaici, impianti geotermici, etc. 268 i progetti presentati, di cui 39 da enti pubblici (prevalentemente amministrazioni comunali). Il bando scadeva a Novembre 2009, ma fino ad ora nessuno ha visto ancora un centesimo di questi fondi. Sono 130, invece, le aziende finanziate per la costruzione di impianti di energie rinnovabili: 15 milioni di euro in totale. Ma anche qui le erogazioni sono ferme. Allora come si spiega il raddoppio del solare fotovoltaico registrato nell’ultimo anno? Per Costantino Lato, dell’ufficio studi di Gse (il gestore del servizio elettrico che agisce come intermediario per la vendita e l’acquisto di energia da fonti rinnovabili), il merito è tutto del Conto Energia: «La crescita è dovuta mediamente ad impianti piccoli o piccolissimi realizzati da privati, che godono del finanziamento statale. Neanche uno di quei kilowatt di potenza è stato generato da investimenti della Regione».

Le Apea

Si chiamano Aree produttive ecologicamente attrezzate: nella pratica un piano per la riconversione delle vecchie zone artigianali al consumo di energia da fonti rinnovabili, insieme ad un’espansione del tessuto industriale. Che negli accordi tra Provincia e Unioni di Comuni è però diventato l’elemento fondamentale. Per questo asse di intervento il bilancio regionale prevede oltre 50 milioni di euro, 98 i progetti approvati. In provincia di Bologna non è partito ancora nulla, però. Come spiega l’architetto Vignali, dell’Unione Reno Galliera: «Per ora i sindaci stanno esaurendo le aree già previste nel piano regolatore. Le Apea sono un di più. Quando le aziende smetteranno di chiudere forse partiremo…». In totale dovrebbero essere 14 le Apea tra Porretta e San Pietro in Casale. Il “di più” saranno centinaia ettari di terreno agricolo cementificato per fare spazio alle esigenze dello sviluppo industriale. Che quando il piano è partito tre anni fa sembravano inesauribile, e che adesso, nell’ombra lunga della crisi, appaiono un miraggio.

Qualificazione energetica e certificazioni

Dallo scorso anno è obbligatorio, per vendere un immobile, produrre un certificato energetico dell’edificio che lo collochi in una classe di consumo, come per gli elettrodomestici, dalla A (meno di 1,5 litri di gasolio per mq/anno) alla G (più di 16 litri di gasolio per mq/anno). Per una casa standard di 70 mq la spesa per energia (riscaldamento, elettricità, raffreddamento, elettrodomestici) potrebbe variare dai 120 euro all’anno per gli edifici in classe A agli oltre 1300 euro di una classe G. A Luglio 2010 scatterà l’estensione ai contratti d’affitto, ed è evidente quali possano essere le conseguenze sul mercato. Quasi sempre, infatti, i proprietari degli immobili chiedono l’intervento di un certificatore energetico nel momento in cui vendono o affittano. E le sorprese spiacevoli non mancano. Ma chi sono gli oltre 2mila certificatori energetici già registrati in ognuna delle varie province emiliane? La legge regionale prevede che siano tecnici con esperienza pluriennale nel settore della certificazione energetica o nella costruzione di edilizia sostenibile. Ma è evidente che per il numero imponente di edifici che andranno progressivamente valutati e certificati (oltre 2 milioni solo gli appartamenti) l’esiguo numero di chi aveva già esperienze non basta: e spuntano i corsi di aggiornamento, un centinaio finora quelli accreditati. Come il corso realizzato da Futura, società pubblica per la formazione professionale: dura 60 ore, per un costo di circa 900 euro, e vi possono accedere ingegneri, architetti, ma anche geometri e periti industriali. E c’è una certa differenza tra uno studio di architettura con 30 anni di esperienza sulle spalle e un neo-perito o geometra con poche ore di aggiornamento alle spalle. L’Emilia-Romagna è una delle pochissime regioni ad aver previsto un albo dei certificatori, ma viale Aldo Moro dovrà faticare non poco per assicurare un controllo rigoroso del sistema. Un business su cui si stanno buttando tutti, come racconta l’architetto Viola, cerificatore esperto: «L’Albo è una cosa meritoria, perchè in altre regioni è il Far-west. Solo che gli iscritti aumentano come le cavallette. E in tempi di magra tutto fa brodo, a scapito della serietà professionale».

Ma chi controlla?

E gli obiettivi di riduzione delle emissioni e del consumo di energia da fonti fossili, sono stati raggiunti?
Non è dato saperlo. Nel Piano energetico si stabiliva a pagina 43 che l’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) avrebbe controllato gli impatti ambientali e lo stato di avanzamento del Piano. Ma «nulla è stato formalizzato in questi tre anni tra la Regione e l’Arpa – spiega Michele Sansoni, della direzione tecnica- nè per realizzare studi e aggiornamenti, nè tantomeno per gestire il database su emissioni, consumi di energia, etc. Non so a chi si siano rivolti…».

La direzione generale alle Attività produttive, commercio e turismo rivendica il lavoro svolto e le risorse messe in campo. «I fondi sono stati già assegnati» scrivono in una nota, precisando che «l’erogazione del contributo non è molto significativa, perchè dipende dalla data di avvio e conclusione dei lavori di realizzazione dell’intervento oggetto del contributo». E in un comunicato stampa, l’assessore regionale Campagnoli dichiara che «complessivamente sono stati messi a disposizione del sistema produttivo regionale 93,4 milioni di euro». Ma una cosa è prevedere delle risorse, altra cosa è erogarle in modo celere, efficace. In questi tre anni il Piano energetico non ha ancora sortito risultato. Si spera che nei prossimi tre tutti questi impegni di spesa diventino risorse reali. Oppure il treno per l’economia verde potremmo rischiare di perderlo.

 

Ho un grillo per la testa

di Claudio Magliulo e Giovanni Stinco

11 febbraio 2010

Astro nascente del Movimento a 5 Stelle di Beppe Grillo e già consigliere comunale a Bologna, Giovanni Favia tenta l’avventura in regione. I sondaggi a livello nazionale danno il movimento stabilmente sotto l’uno per cento ma alle scorse amministrative gli amici di Grillo hanno sorpreso tutti ottenendo ovunque presenti buoni risultati. Favia promette di diventare il “consigliere collettivo” del movimento e annuncia trasparenza e battaglie contro la casta . Basteranno Grillo e l’intensa attività sul web per portarlo in via Aldo Moro?

LE PRIMARIE CHE NON C’ERANO
di Claudio Magliulo

Affacciarsi alla galassia del movimento grillino è un po’ come entrare nella Casa degli Specchi di un luna-park. Niente è ciò che sembra, e nessuno può arrogarsi il diritto di dare una “versione ufficiale”. Tutto passa dalla Rete: chiunque può dire qualunque cosa, e perciò i conflitti, che nei partiti vecchi e nuovi si consumano nelle segrete stanze di una direzione politica, nel Movimento a 5 stelle sono evidenti, plateali, sovrabbondanti. Con un vantaggio e un rischio: la trasparenza e l’anarchia.

«Abbiamo costruito una casa di vetro», rivendica Giovanni Favia, consigliere comunale a Bologna e candidato presidente alle prossime elezioni regionali. Ma ogni casa ha bisogno di fondamenta per assicurare tenuta strutturale, ed ogni partito, gruppo d’interesse o movimento necessita di regole per organizzarsi.

Regole condivise per decidere come, chi, quando e su cosa si vota. Samantha Comizzoli, del meet-up di Ravenna, è tra i grillini “dissidenti”: «La totale mancanza di regole non è democrazia, è anarchia dove vince il più forte». Il più forte, in questo caso, è certamente Giovanni Favia, che la spiega così: «Nella selezione naturale della Rete mi sono imposto perché ero il candidato con più credibilità e più chance di farcela. Punto». Uomo di punta della lista beppegrillo.it a Bologna e in Emilia-Romagna, due volte ospite ad Annozero, Favia è certamente il più conosciuto dei grilli emiliani. E forse è per questo che Beppe Grillo lo ha direttamente investito, cinque mesi prima delle elezioni, con un post sul suo blog: «Il MoVimento è in fase di formazione e i tempi elettorali stringono. Per questo mi prendo la responsabilità di presentare i due candidati per Campania ed Emilia Romagna: Roberto Fico e Giovanni Favia. Ho ascoltato molte voci nelle due Regioni e mi sembrano i candidati ideali. In futuro, dopo le Regionali, con le iscrizioni on line al MoVimento, ogni scelta, ogni candidato, ogni punto del programma sarà votato dagli iscritti on line. Ognuno conta uno nel MoVimento». Ma non ci sono ancora gli strumenti tecnici per garantire una reale partecipazione a tutti. «C’è un problema di rappresentanza – ammette Favia – Ma ci stiamo lavorando. Il nostro è un lavoro continuo di messa a punto. La prossima volta andrà meglio».

Questa volta le primarie per scegliere il candidato in Regione non erano aperte a tutti, ma ristrette a 40 “grandi elettori”, delegati ad esprimere le preferenze dei propri territori di appartenenza. Da quelle primarie Favia è uscito vincitore, con oltre l’80% delle preferenze. Ma degli altri due candidati che gli si opponevano, una, Cinzia Pasi, si è ritirata immediatamente. Il secondo, Giorgio Gustavo Rosso, piccolo editore di Forlì, aveva messo a verbale: «Questa campagna elettorale è mortificante rispetto alla mia idea di come fare politica. Quello che ho sentito è che non avevamo il candidato ma che quello di Bologna diventava regionale… E’ possibile che in tutta la regione non siamo in grado di trovare un candidato diverso da quello di Bologna?». Di opinione opposta Vito Cerullo, consigliere di circoscrizione a Reggio Emilia: «Noi abbiamo scelto Favia perchè abbiamo conosciuto il suo pensiero prima e durante la campagna elettorale. Le polemiche emergono, e sono strumentalizzate dai nostri avversari, perchè noi facciamo tutto alla luce del sole».

Il percorso che ha portato alla candidatura di Favia in Regione rileva alcuni handicap strutturali di un movimento anomalo, senza burocrazie, democratico forse all’eccesso. «C’è un clima da pensiero unico, i dissenzienti vengono isolati e indotti ad uscire”, denuncia Lorenzo Alberghini, ex coordinatore del meet-up. Alberghini, detto Lollo, è uscito tempo fa dal movimento perché non condivideva un clima che non esita a definire di “democrazia dogmatica”. «Quelli che ne fanno le spese, purtroppo, sono prima di tutto gli stessi attivisti».

La trasparenza non basta, ed anzi può contribuire ad alimentare una logica amico-nemico, anche quando non serve o non è adeguata a spiegare le diverse visioni e posizioni in un giovane movimento. Non aiuta di certo una sindrome da accerchiamento, che il movimento grillino agita anzi come una bandiera. Ma alla fine della fiera, che l’aderenza a una linea sia amministrata da un grigio burocrate o da un’assemblea fatta di cittadini appassionati, pronti a difendere il progetto contro tutto e tutti, il risultato è lo stesso. Qualcuno si allontana, qualche pezzo di movimento non ci sta. Favia è convinto che sia un fenomeno fisiologico: «I meet-up sono spazi aperti, strumentalizzabili. C’è qualcuno che parla per la propria città, come fosse un ducato, solo perché c’è un meet-up con quattro iscritti. La verità è che anche nelle realtà critiche stiamo raccogliendo firme e la gente ci segue. Chi era in buona fede tornerà».

Un po’ come i giovani tolstojani ne “L’idiota” di Dostoevskij, i grillini hanno bucato il muro di gomma tra la politica e i cittadini, sono entrati nel Palazzo d’Inverno e adesso hanno un unico obiettivo: far passare i propri temi, ma soprattutto un modo differente di fare politica. La rotta si traccia ogni giorno, senza bussole né portolani, e il rischio di derive c’è. Ma se grande è la confusione sotto il cielo della politica italiana, la situazione può essere eccellente per chi spera in un “nuovo Rinascimento”. E invece di sperare e basta, cerca di costruirlo ogni giorno.

L’ASSEMBLEA. ISTANTANEE DA BEPPEGRILLO.IT
di Giovanni Stinco

«Qualcuno vuole emendare l’ordine del giorno? Altrimenti lo votiamo e iniziamo subito l’assemblea». Si apre così, con una formula che sotto le due torri anche le assemblee universitarie hanno scordato, una tipica riunione del movimento grillino bolognese. Riunione che però non si tiene nel cuore della zona universitaria ma nella sala polivalente del quartiere Savena. Per arrivarci bisogna camminare qualche minuto nella periferia di casermoni rosso mattone, storico serbatoio di voti di un PD che solo sei mesi fa si è fatto rubare proprio dai grillini 2.167 preferenze, il 6% dei votanti nel quartiere. Ottanta i presenti questa sera e una dozzina i simpatizzanti che per la prima volta si mettono in gioco presentandosi di persona e abbandonando lo schermo protettivo del proprio pc. Perché se è dalla rete che tutto parte è in rete che di solito tutto finisce. Seimila contatti tra facebook, newsletter e meetup ma solo 300 “attivi”, persone che escono dall’anonimato del web per partecipare con costanza a volantinaggi, manifestazioni e discussioni che non siano solo virtuali.

«Ci servono almeno 150 cittadini con l’elmetto» era lo slogan che su facebook preannunciava l’appuntamento di questa sera. Non saranno 150 ma come prima uscita pre-elettorale del movimento Grillo il numero dei presenti è incoraggiante. Di appuntamenti come questo ce ne sono due al mese. Più frequenti invece la assemblee degli “attivi” in cui ci si confronta, si propongono iniziative e si decide votando e, a volte, scontrandosi. Questa sera si discuterà delle liste che il movimento presenterà nei quartieri ed in comune alla prossime elezioni cittadine. Modera Marco Piazza, veterano grillino che ci tiene a spiegare da subito come funziona il progetto politico nato per volontà del comico genovese. «Una volta – spiega al microfono – usavamo esclusivamente Meetup, la piattaforma internet dove si può discutere e dove vengono inseriti documenti e appuntamenti. Ora Meetup è solo l’ultimo tra i vari strumenti che abbiamo a disposizione. Come punto di riferimento c’è il sito http://www.listabeppegrillo.it e poi quello per le elezioni regionali http://www.emiliaromagnainmovimento.it/».

Terminata l’introduzione partono le presentazioni dei nuovi arrivati. Inizia Christian, lavoratore dell’ATC che vuole coinvolgere i suoi colleghi autisti e promette di convincere 1800 persone. C’è poi Bruno, bolognese doc che lavora sopratutto di sera e non ha molto tempo ma che adesso ha deciso di impegnarsi: «sperando che voi non siate come gli altri». «Siamo nati apposta per essere diversi» è la risposta di Maria che poi passa la parola a Barbara, tutta rossa per l’emozione e un po’ intimidita dalla platea: «perché nel meetup di Rovigo siamo solo in 5 o 6. Vedere tutta questa gente mi commuove». Ogni intervento è accompagnato da sorrisi e applausi di incoraggiamento..

Poi prendono la parola quelli di Controllo Cittadino, l’associazione che a dicembre ha premiato il consigliere grillino Giovanni Favia con un bel 10 per la quantità di iniziative proposte in aula.  «Bisogna proseguire nella marcatura ad uomo della casta – spiega Giuseppe che si dichiara pensionato – ma il pensionato non voglio proprio farlo». E ricorda a tutti che sul suo blog è possibile leggere i resoconti delle convocazioni della giunta comunale bolognese.

Prende il microfono Maria, seduta accanto al moderatore e incaricata di redigere il verbale della serata: «E’ giusto continuare così, voi lo fate dall’esterno, noi lo facciamo dall’interno col nostro consigliere Favia. Giovanni è solo il nostro portavoce, dietro di lui c’è una rete di cittadini con cui collabora ogni giorno, con cui crea amministrazione condivisa».

Quello che più colpisce di un’assemblea del movimento 5 stelle è la collaborazione tra i suoi vari membri. Chi “ci capisce di numeri” si occuperà di Bilancio, l’architetto si interesserà all’urbanistica, l’avvocato darà una mano alla scrittura dello statuto del circolo locale. L’appassionato ciclista proporrà invece biciclettate settimanali per monitorare lo stato delle piste ciclabili cittadine e passare poi il materiale raccolto al consigliere di quartiere eletto nelle file del movimento. Favia diventa così solo la punta dell’iceberg di un’organizzazione che lavora, produce documenti e idee. Amministrazione collettiva secondo Marco Piazza, consigliere sociale per lo stesso Favia. La sostanza rimane la stessa per persone che sono state incantate dagli spettacoli di un comico che ormai è diventato un leader carismatico ed un ispiratore di masse. «E’ finito il momento del resistere. Ora è il tempo del costruire» ha scritto tempo fa Beppe Grillo sul suo sito letto da centinaia di migliaia di persone ogni giorno. Questa sera gli fa eco Marco Piazza che rilancia: «Vogliamo cambiare questa società e per questo ci chiamano utopisti. Rendiamo l’utopia realtà» E guardando i sei che per primi hanno mandato i loro curriculum proponendosi al movimento per entrare nelle liste elettorali chiede ad alta voce: «Allora chi si candida?»

INTERVISTA A GIOVANNI FAVIA
di Claudio Magliulo e Giovanni Stinco

«Ci basta un eletto. Perché se entra uno entra la webcam, il virus, il consigliere collettivo attraverso cui tutti possono essere informati e decidere». Ci accoglie così Giovanni Favia, consigliere comunale dei grillini bolognesi che ora lo candidano alle prossime regionali e puntano a mettere un piede in via Aldo Moro, anzi una webcam come dicono loro. Ventotto anni, qualche occupazione studentesca ai tempi delle superiori e poi nel 2002 la manifestazione no-global a Praga e la carovana della pace in Palestina organizzata dall’associazione Ya Basta e dai disobbedienti del TPO – ma lui ci tiene a precisare di non essere mai stato una tuta bianca. Poi 5 anni di sonno politico. «Appartenevo al popolo del non voto – dichiara senza mezzi termini – ma poi ho incontrato Grillo». Ed è nato l’amore. Prima come simpatizzante interessato ai temi ecologici, poi sempre più impegnato fino al grande successo del V2-Day che portò in Piazza Maggiore migliaia di persone contro l’ordine dei giornalisti, la legge Gasparri e i contributi per l’editoria. E in effetti il suo rapporto con la stampa cittadina è sempre stato quanto meno tormentato.

Quando Grillo ha lanciato la tua candidatura in regione Repubblica Bologna ha parlato di un matrimonio rovinato e di una sposa in lacrime.

«Non mi sembra che fosse quella la notizia. Comunque cerco di non attaccare i giornalisti perché ho bisogno della loro fiducia per fare passare i messaggi del movimento. Certo però che accadono cose strane. Nessuno scrive della mia candidatura in regione. E quando parlano del movimento ne parlano male. A volte è davvero svilente».

Perché questa diffidenza?

«Noi siamo una forza che fa proposte ma che picchia anche duro. Attacchiamo i grandi gruppi economici, Hera ad esempio che ha rapporti con Casentino [sottosegretario all’economia e alle finanze, nel 2009 ne viene chiesto l’arresto, poi negato dalla Camera, per concorso esterno in associazione camorristica, ndr]. Quando ho denunciato la cosa molti mi hanno detto: “non so se me la pubblicano”».

A marzo quanti voti sposterà Grillo e quanti Favia?

«Non c’è Grillo senza movimento e viceversa. La credibilità di Beppe ci è servita per fare breccia nella gente. Ora però ci voteranno solo per il nostro operato»

Cos’è il movimento a 5 stelle?

«Beppe vuole dare ai cittadini strumenti per giudicare la classe politica. Il senso delle 5 stelle è proprio quello del voto agli amministratori della propria città».

Qual è il vostro programma?

«E’ disponibile sul nostro sito. Tutti potranno commentarlo ed integrarlo attraverso  la rete. I contenuti più votati saranno adottati da tutto il movimento. Via web vogliamo consultare la base per tutte le decisioni politiche. Purtroppo per ora la piattaforma internet per la partecipazione non è ancora pronta, lo staff di Grillo la sta ultimando».

Nel vostro programma non si trova la parola crisi. Non vi sembra di trascurare i temi sociali?

«Ci stiamo ancora lavorando e aspettiamo i contributi di tutti. Per quanto riguarda la crisi preferiamo parlare di cambiamento. Non vogliamo rispondere alla disoccupazione con strumenti di 50 anni fa. Stimolare il Pil col piano casa o con i sussidi alla Fiat è folle in un momento di crescita demografica zero. Bisognerebbe invece puntare sui trasporti collettivi ed ecologici».

Grillo ha tentato di partecipare alle primarie del Pd a livello nazionale. Tu faresti la stessa cosa nel Pd bolognese?

«Mai. Loro hanno le truppe cammellate dai circoli, non servirebbe a nulla».

In Emilia Romagna il Pd ed il Pdl sono davvero uguali?

«Ci sono certamente delle differenze ma entrambi hanno la stessa idea di sviluppo. Che a  livello regionale significa totale condivisione del piano energetico, dei trasporti e di quello paesaggistico. In un sistema bipolare com’è possibile che destra e sinistra concordino su tutto, anche sulle grandi opere? Mi sembra un incantesimo come dice Grillo, una follia o forse la realizzazione del piano P2 di Gelli».

Allora siete vicini all’Idv?

«E’ un partito come tutti gli altri, lottizzato e pieno di opportunisti. Il mio giudizio etico non può che essere duro, anche su di loro. I voti che Di Pietro ha  preso negli ultimi anni sono nostri. Ce li riprenderemo».

La giunta Errani ha lavorato bene in questi ultimi 15 anni?

«No. Siamo una delle regioni più ricche del mondo ed è facile fare bene. Loro citano le statistiche italiane e rivendicano il primo posto, ad esempio nella sanità. Ma corrono contro il sud Italia. Se davvero sono l’eccellenza perché non si misurano col nord Europa? Perché negli ultimi 20 anni c’è stato un più 25% di cemento a livello regionale? In Sicilia c’è la mafia, qui invece cosa c’è?»

Cosa?

«Una cooperativa come Ansaloni che ha dato 25mila euro di finanziamento al Pd, ufficialmente. E solo 10mila ai terremotati dell’Abruzzo. E’ il sistema emiliano ad essere malato ed al collasso. Le società partecipate gestiscono tutto: trasporti, energia, acqua, informazione e ambiente. Ottocento nomine tutte politiche che hanno in mano la cosa pubblica. Come sceglie il centro-sinistra queste persone? Per lottizzazione?  O forse per amicizia? E quanti incarichi danno ad ognuno di loro? Sette o otto a testa per gestire una regione con un pugno di uomini. Errani su questo non apre bocca e quando lo fa non dice niente. Ad esempio sul piano territoriale di sviluppo».

E voi cosa proponete?

«Le opere pubbliche non sono di per sé una cosa cattiva ma devono premiare le piccole imprese del territorio, non le solite due o tre maxi-imprese che spesso vengono da fuori e si portano dietro le maestranze. Noi proponiamo un piano di riconversione energetica da 2 miliardi di euro coibentando tutti gli edifici. Attuando la raccolta differenziata porta a porta si creerebbero poi 5mila posti di lavoro a livello regionale. E soprattutto ci vuole trasparenza e un controllo costante sugli atti della pubblica amministrazione».

Aspirate ad un consigliere. Una webcam da sola non può decidere nulla.

«Innanzitutto vogliamo diventare maggioranza culturale prima che politica. Nei comuni riusciamo già ad incidere, a Bologna li marchiamo stretto. La nostra presenza fa bene perché migliora la trasparenza dell’amministrazione. E’ successo sotto le due torri e succederà anche in regione e, in futuro, in parlamento».

Ti candiderai alle politiche?

«Io non ho un mandato sulla persona. Faccio parte di un network di rete e sono uno strumento. E’ vero che contano le idee ma ci vogliono persone che abbiamo capacità di esprimersi e non si facciano mettere nel sacco dai professionisti della politica. Perché le cose che dico io le pensano tutti i nostri attivisti».

“Uno conta uno” che vuol dire?

«Che il voto è diretto ed è in rete, non ci sono segretari o delegati».

Alle regionali però ti hanno scelto 40 grandi elettori delegati dalla province.

«Un conto è la pratica, un conto la teoria. Purtroppo il portale per la democrazia diretta non è ancora pronto. Siamo ancora in formazione e per noi la sfida delle Regionali è una novità».

Cosa pensi di Delbono e del suo operato?

«Delbono si è comportato malissimo. Se si è dimesso è solo perché è stato costretto dai suoi. Il Pd ha criticato Berlusconi per 10 anni. Poi però il sindaco ha piazzato nel cda di Hera il suo avvocato. Come Berlusconi ha portato in parlamento Ghedini».

Cosa c’è dietro all’inchiesta sul Cup?

«Stanno mentendo a tutto spiano. Come Moruzzi [direttore generale di Cup 2000, ndr] che nega i suoi rapporti personali con Delbono. La stanno facendo grossa e la pagheranno».