Brevetti farmaceutici: libero commercio o diritto alla salute?

di Claudio Magliulo per altraQualità

17 Marzo 2011

Lo chiamano libero commercio. In realtà anche il Free trade agreement tra Ue ed India, come molti altri trattati di libero commercio tra Paesi a sviluppo avanzato e Paesi in via di sviluppo, finirà per favorire le multinazionali europee a scapito della salute e del benessere dei più poveri, in India come altrove.

In questi giorni a Bruxelles hanno luogo gli ultimi decisivi incontri per la stipula delTrattato di libero commercio (FTA) tra India ed Unione Europea. Dopo quattro anni di negoziati, il primo ministro indiano Manmohan Singh sembra deciso a cedere su molte delle richieste dei funzionari Ue. La rabbia e le proteste non si sono fatte attendere, e pochi giorni fa un corteo di oltre 2mila persone ha chiesto al governo di tornare sui suoi passi.

Nel trattato ci sono infatti clausole estremamente stringenti per la tutela dei brevetti che, se approvate, darebbero il colpo di grazia alla produzione indiana di farmaci salva-vita a basso costo (tra cui i fondamentali farmaci anti-retrovirali per sieropositivi e i farmaci contro malaria ed epatite C). Lo denuncia anche la campagna di Medici senza frontiere “Giù le mani dalle nostre medicine”: «Oltre l’80% dei farmaci anti-retrovirali che i nostri medici somministrano a più di 160mila persone nei Pvs sono farmaci generici a basso costo prodotti in India» spiega Paul Cawthorne, portavoce diMsf.

Negli ultimi anni la produzione indiana di farmaci generici ha avuto l’effetto di un terremoto nel mercato, dominato dalle grandi case farmaceutiche: dal 2000 al 2010 il prezzo dei farmaci anti-retrovirali è sceso del 99%, da 10.000 $ a 70 $ a paziente per un trattamento completo. «Tutti facciamo affidamento sulle medicine low-cost indiane per sopravvivere» conferma Rajiv Kafle dell’Asia pacific network of positive people, un’organizzazione che riunisce cittadini sieropositivi da tutto il sub-continente indiano.

Con il Trattato di libero commercio in discussione tutto ciò è destinato a scomparire. Tre sono gli aspetti più controversi.

Il primo è il sistema dell’esclusività dei dati (“data exclusivity”): non sarà più possibile accedere ai risultati dei test e degli studi realizzati da chi detiene il brevetto, per un periodo non inferiore ai 10 anni. In questo modo viene di fatto congelata la produzione a basso costo di farmaci generici. Secondo i lobbysti di queste multinazionali non introdurre il “data exclusivity” darebbe un “ingiustificabile vantaggio” ai produttori di generici. “Ingiustificabile vantaggio” che in realtà si traduce nella condivisione sociale della ricerca e nel miglioramento della qualità della vita delle persone più povere.

In secondo luogo, è ancora più preoccupante il fatto che l’esclusività dei dati si applicherebbe anche a prodotti che per la legge indiana non richiedono un brevetto. «Agendo sottobanco come protezione per tutelare i monopoli, l’esclusività dei dati bloccherebbe lo sviluppo di nuove combinazioni farmaceutiche a dose fissa, che permettono di condensare più medicine in un’unica pillola, nonostante queste non possano essere messe sotto brevetto in India» spiega Medici senza frontiere.

Infine, l’Ue ha proposto un particolare meccanismo per la risoluzione delle controversie: l’impresa potrà impugnare di fronte a un arbitro internazionale qualunque provvedimento del governo che possa nuocere ai propri investimenti nei campi della salute, dell’energia, dell’ambiente, con la possibilità di richiedere esosi risarcimenti. «Dall’altro lato se il governo vuole perseguire l’impresa, dovrà passare attraverso l’iter giudiziario nazionale, senza potersi appellare direttamente al diritto internazionale» spiega Kavaljit Singh, direttore del Public interest research centre di New Delhi. In parole povere, se il governo indiano approvasse leggi ambientali più severe l’impresa potrebbe chiedere i danni appellandosi ad un arbitro internazionale; se invece quella stessa impresa si rendesse colpevole di un disastro ambientale, per ottenere giustizia servirebbero molti anni. Ad esempio si veda la controversia tra Uruguay e Philip Morris sulla prevenzione contro il fumo (quiqui).

Un primo assaggio di quali saranno gli effetti, se il Trattato fosse firmato, lo si è avuto con l’ingresso dell’India nel Wto, avvenuto nel 2005. Da allora il governo ha avutol’obbligo di rilasciare brevetti ventennali per i nuovo farmaci, con immediate ricadute negative sulla produzione di fondamentali farmaci generici.

Contro il Free trade agreement il 3 marzo sono scese in piazza oltre 2mila persone, sieropositive e non, sfilando sotto i palazzi del governo indiano per difendere un diritto di base, sancito da dichiarazioni su dichiarazioni universali: quello alla salute. Un diritto che, naturalmente, vale molto meno di zero se sull’altro piatto della bilancia c’è la tutela del “libero” commercio.

E’ un accordo scellerato, quello che i funzionari del “nostro” governo europeo stanno imponendo ad un Paese spaccato tra un’elite educata nelle prestigiose università inglesi e bramosa di sviluppo e capitali e la stragrande maggioranza dei cittadini, le cui vite sono solo profitti mancati per alcune grandi multinazionali di casa nostra. Farsi sentirecontro questo accordo, come stanno facendo in India e come invita a fare Msf, è importante. Altrettanto importante è saper scegliere quale aggettivo preferiamo accostare alla parola “commercio”. “Libero” o piuttosto “giusto”?

 

Marchionne, in fonderia!

di Claudio Magliulo

13 febbraio 2011

Ve lo sapreste immaginare voi Marchionne in fonderia? Il mitico maglioncino ben chiuso in un armadietto cigolante, la tuta blu sporca di grasso e di cenere, la fronte sudata e cotta dalle vampate di calore dell’altoforno. Impossibile?
Non esattamente. Fatte le dovute proporzioni è più o meno quello che accade da 10 anni in qualche centinaio di fabbriche argentine. Fabbriche recuperate, dopo la fuga del proprietario, dopo il fallimento (spesso ingiustificato). Fabbriche occupate e rimesse in produzione dagli stessi lavoratori, nelle quali chi prende le decisioni e stabilisce le strategie, il manager, è un operaio come gli altri che alla fine del turno torna in catena come tutti.

Il movimento delle empresas recuperadas esplode nell’Argentina della catastrofica crisi, nel 2001. Le immagini sono
quelle di una crisi ormai vecchia e quasi dimenticata, a tratti profetica: a Buenos Aires i cittadini in piazza a battere le pentole vuote, l’elicottero del presidente che fugge dal tetto della Casa Rosada (ricorda nulla?), gli operai che prendono il controllo delle fabbriche. A decenni di ultraliberismo dove lo Stato assistenzialista non poteva più esistere per i diseredati, ma ancora aiutava gli imprenditori ammanicati, i lavoratori rispondono riprendendo il controllo sul proprio lavoro. “Marchionne in fonderia” è un documentario, domani sera in proiezione gratuita al Cinema Lumiére di Bologna (ore 20.30), che ci riporta in quelle atmosfere per avanzare un paragone ardito: da una parte la FaSinPat, fabbrica nata dall’occupazione della ex Ceramiche Zanon, nella Patagonia argentina; dall’altra lo stabilimento Fiat di Termini Imerese, rassegnato ad un lento e ineluttabile declino. Lorenzo Alberghini, dentista di professione, attivista per vocazione, è il regista e cameraman di questo piccolo documentario essenziale.

Due anni fa, quando la chiusura di Termini Imerese veniva data per scontata, Alberghini decide di vederci chiaro: «Non c’era speranza, nessuna alternativa alla disoccupazione. Mi sono chiesto perché questi operai non si potevano auto-organizzare e gestire l’azienda. L’unica cosa che mi è venuta inmente è di andare a vedere di persona». Davanti ai cancelli Fiat sfilano le facce disilluse degli operai siciliani: «Fuori non c’è niente, ci aspetta solo la disoccupazione». Se la prendono un po’ con tutti: Marchionne, i sindacati, naturalmente il governo. Quello stesso governo a cui molti, ammettono, hanno dato il loro voto.Ma poi a capo chino si varca l’ingresso nella luce incerta delle 4 del mattino. Speranza: non pervenuta. Già nel 2002 la Fiat aveva deciso di chiudere Termini Imerese, comunicandolo solo 2 mesi prima agli operai. La risposta dei lavoratori, allora, fu decisa e massiva, ed ebbe successo.

Ma i tempi sono cambiati. Vincenzo Comella, segretario provinciale Uilm, spiega: «Questa volta ci ha presentato il conto due anni prima. Ma l’economia familiare di un lavoratore non può reggere una lotta lunga due anni. Alla fine ci siamo abituati all’idea dell’ammortizzatore sociale che comunque ci può accompagnare da qualche parte. Tutto questo crea una situazione di scoraggiamento».

Ben diversa la storia della FaSinPat (Fabrica sìn patròn), fino al 2001 proprietà di un imprenditore di origini venete, Luigi Zanon, di cui portava il nome. Da buon italiano Zanon aveva capito che per fare impresa la cosa più importante non sono le idee e nemmeno il denaro, ma le relazioni. Così, nell’Argentina ultra-liberista dell’oriundo
siriano Carlos SaulMeném (bisognerebbe scrivere un’epopea sullo spirito del capitalismo di quei mercanti medio-orientali approdati sulle coste latinoamericane), Zanon teneva in piedi l’attività grazie a generose e ripetute iniezioni di denaro pubblico (ricorda nulla?).

A buon diritto, dunque, gli operai della Ceramiche Zanon hanno rifiutato la chiusura: «La fabbrica è nostra, dentro ci sono le nostre tasse, il nostro lavoro, il sangue dei compagni morti in catena, uno all’anno». E se la sono ripresa. Il bello è che funziona: la storia di FaSinPat è una storia di successo. Partita con 62 operai appena dopo
l’occupazione, al momento ne impiega 450. Tutti allo stesso salario (più alto del precedente), ognuno a rotazione lavora alla catena di montaggio, come rappresentante sindacale, come creativo, come manager. Massimo due anni sulla sedia di Marchionne, e poi di nuovo alla catena. Il primo passo di questa lotta, ora propagatasi ad altre tre fabbriche della zona, è stato di esautorare il sindacato. «Il nostro sindacato era comprato direttamente dalla proprietà – racconta Raùl Godoy, tra i pionieri di FaSinPat – una burocrazia che vendeva tutti i nostri diritti e noi stessi con il nostro lavoro. Ci siamo ripresi il sindacato e lo abbiamo reso uno strumento di lotta. Con il metodo della democrazia diretta e col messaggio che la crisi non la devono pagare gli operai ma i padroni, che generano la crisi in forma permanente». Un sindacato di movimento, «classista». Al confronto con il quale stride l’aria estenuata del segretario provinciale Fiom Roberto Mastrosimone.

Quando Alberghini gli chiede se hanno mai pensato di occupare e autogestire la fabbrica, il sindacalista risponde: «Se prendi 200 operai Fiat e gli dici che da domani loro diventano gli imprenditori, si sentiranno
come Berlusconi. Anche perché lo votano…». Le due realtà che Alberghini, un po’ per curiosità un po’ per amore di verità, ha voluto accostare sono distanti. «Sono partito pensando che tutta la colpa fosse della politica aziendale di Marchionne – spiega l’attivista bolognese – E invece lui ha tutte le sue colpe,ma ha trovato un terreno fertile:
la politica assente, il sindacato disunito». Eppure l’Argentina del 2001 ha molti tratti in comune con l’Italia del 2011. Ma dal cacerolazo argentino sono nate spinte e movimenti di trasformazione, e anche il sindacato si è riscoperto agente di lotta. La Cta (Central de los trabajadores argentinos) è nata infatti dall’aggregazione di sindacati di base e associazioni di disoccupati, studenti, in alternativa al sindacato “giallo” peronista, complice del disastro. A padroni, governo, sindacati, i lavoratori “recuperanti” hanno risposto con le parole orgogliose di Celia Martinez, lavoratrice della Bruckman, storica impresa recuperata argentina: «Tienen miedo de nosotros porque
hemos monstrado que si podemos llevar una fàbrica, podemos también llevar un paìs (hanno paura di noi perché abbiamo dimostrato che, se possiamo mandare avanti una fabbrica, possiamo anche mandare avanti un Paese)».

Sistemi di garanzia partecipata, per potersi fidare

di Claudio Magliulo

8 gennaio 2011

Un’alternativa c’è, decine di migliaia di produttori la stannoportando avanti nel mondo. Si chiamano Pgs («Sistemi di garanzia partecipata») e rispondono al modello di coltivazione biologica certificata e  orientata all’esportazione, concentrandosi su mercati e comunità locali, filiera corta, fiducia reciproca.

Il problema principale è in effetti la distanza tra produttore e consumatore: se non sai chi ha prodotto quello che stai mangiando, hai bisogno di un organismo terzo che garantisca la qualità del prodotto. Nei Pgs la certificazione classica da enti terzi è sostituita da un controllo mutuo tra pari. L’agricoltore riceve l’ispezione di un comitato composto da altri agricoltori, consumatori, agronomi, che decide se accogliere la richiesta di entrare nel Pgs. Incaso di ok, l’agricoltore partecipa ai mercati locali organizzati dal Pgs.

Cosa garantisce la qualità del cibo ela buona fede del produttore? Un proprio marchio di riconoscimento e la fiducia reciproca: un sistema di controllo sociale garantisce che i «furbi» siano presto esclusi. «La certificazione organica partecipativa – spiega la Red mexicana de tianguìs y mercados organicos– è in effetti un ritorno ai principi filosofici dell’agricoltura organica, quando si pensava a produrre per l’autoconsumo e la comunità, eliminando i costi ambientali del trasporto di prodotti in aree lontane». Non c’è nessun valutatore esterno, che stabilisca l’aderenza del produttore a un corpus di regole fissate altrove e sulle quali il produttore stesso non ha alcun controllo. Le regole, nei Pgs, sono stabilite collettivamente e con la partecipazione di tutti i soggetti della filiera, dal campo alla tavola. Così anche i piccoli e piccolissimi produttori, che non accedono al sistema delle certificazioni perché troppo complicato e costoso, trovano un mercato che valorizzi i loro prodotti.

Gli araldi del nuovo modello sono ai quattro angoli del mondo: Rete Ecovidain Brasile coinvolge 180 comuni,2400 famiglie organizzate in 270 gruppi; l’Organic India Council in soli quattro anni ha riunito 2500 produttori; la francese Nature et progrès, fondata nel 1972, con migliaia di associati. Tutte esperienze il cui obiettivo è liberare l’agricoltura biologica dalle catene di un sistema troppo esteso e farraginoso di regole, garanzie e distanze che, come abbiamo raccontato, comporta spesso l’esclusione dei piccoli e piccolissimi produttori. «È piuttosto paradossale– sottolinea Ifoam – che in moltipaesi si registri una crescita assai veloce del numero di ettari certificati da Organismi terzi, mentre il numero dei produttori certificati cresce pochissimo. Basandosi su questi numeri potrebbe sembrare che i piccoli produttori siano meno interessati a partecipare al movimento del biologico rispetto alle grandi aziende. Naturalmente non è così: è solo l’attuale meccanismo di certificazione che li interessa poco».Il passo successivo vorrebbe esserela parificazione tra Pgs e certificazione,già sancita per legge in alcuni paesi, dal Brasile alla Polinesia Francese. A patto che nessun gruppo di interessesi metta di traverso, naturalmente.

Articolo di spalla a  “Biologico insostenibile”

Biologico insostenibile

di Claudio Magliulo

8 gennaio 2011

Questa storia finisce sugli scaffali di un supermercato, tra il nostro caffè preferito, le banane ricche di potassio e il succo di pompelmo senza il quale non facciamo colazione. Tutto rigorosamente bio. Ma cosa significano per noi quel bollino e la dicitura prodotto da agricoltura biologica? Certamente l’assenza di pesticidi, concimi sintetici, ormoni della crescita, semi ogm. Ma anche qualcosa in più: ci immaginiamo che all’inizio di quella catena di cui siamo l’anello finale, ci sia un contadino orgoglioso, con il viso cotto dal sole, che produce cose buone e di qualità. Ma se davvero la certificazione biologica significa tutto questo, perché sono sempre di più i (piccoli) produttori che se ne allontanano e tentano strade nuove?
Parte della risposta si trova in Messico, paese che negli ultimi anni ha vissuto un boom di conversioni dall’agricoltura tradizionale a quella biologica. Stando alla Sagarpa, il ministero messicano dell’Agricoltura, dal 97 al 2007 la superficie coltivata a biologico nel paese di Pancho Villa è passata da 25mila a 300mila ettari, con un investimento da parte del governo di 350 milioni di pesos (circa 22 milioni di euro) per il solo 2007. L’85% della produzione organica è destinata allesportazione. Susanna Debenedetti, responsabile messicana dell’ong Deafal, racconta invece una storia ignorata dalle statistiche: «Molti contadini decidono di non farsi più certificare. Usano concimi auto-prodotti, non riconosciuti dal disciplinare biologico, vendono il prodotto come convenzionale e alla fine ci guadagnano comunque, anche se producono sostanzialmente biologico. L’unica differenza è che non rientrano in quei canoni stabiliti in Ue, ma per rientrarci dovrebbero sostenere costi di certificazione troppo elevati».
Le difficoltà per chi produce e intende ottenere una certificazione biologica, insomma, sono tante e scoraggianti, soprattutto per le piccole aziende. Prima di tutto il costo della certificazione in sé. In Messico l’unico ente che ha pubblicato il suo tariffario è Metrocert, controllata di Icea (tra i più grandi enti di certificazione italiani): per un’azienda di piccole dimensioni (4 ettari) il costo annuale tra tariffa fissa e variabile può toccare i 4500 pesos (circa 300 euro) ai quali si aggiungono il costo dell’ispezione annuale obbligatoria (altri 100 euro) e i costi amministrativi accessori (archivio, contabilità, etc.). A questa cifra è necessario sommare una quota compresa tra lo 0,5% e il 3% sul fatturato da trasferire all’ente di certificazione per i costi operativi. Sul bilancio di un piccolo produttore sono cifre che hanno un peso non indifferente, e qualcuno inizia a chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato. Un esperto di certificazioni bio che preferisce restare anonimo, denuncia: «In generale, il sistema di controllo e certificazione è diventato ormai un sistema mercantilista, sclerotizzato: non va a beneficio dei piccoli produttori, che vendono comunque male, ma a favore di una schiera di tecnici, controtecnici, consulenti, amministratori: una sarabanda che parassita il lavoro dei produttori».
Gli agricoltori bio sono sostanzialmente costretti ad esportare, perché il mercato del biologico locale è ancora ridotto. Esportare, però, significa anche rispettare i criteri produttivi stabiliti dai paesi di destinazione. E’ qui che entra in gioco una seconda distorsione, vagamente perversa, del sistema di certificazione: ognuno dei mercati finali di riferimento (Usa, Unione europea, Giappone, Canada) ha i suoi criteri per il biologico. Vale a dire una lista di sostanze, distinte tra ammesse, proibite e ristrette. Per ristrette si intende sostanze che necessitano di una valutazione specifica (per esempio un fertilizzante organico auto-prodotto, che deve contenere non oltre un certo livello di batteri). La valutazione è affidata al singolo certificatore. Il guaio, denunciano i contadini e chi lavora con loro, è che i certificatori sul campo spesso non hanno la preparazione necessaria a decidere se dare il via libera a quel particolare fertilizzante o anticrittogamico naturale auto-prodotto. E quindi negano l’autorizzazione. Jairo Restrepo Rivera, agronomo e consulente di svariate agenzie Onu, lavora da anni con i piccoli produttori per valorizzare i sistemi di coltivazione tradizionali e naturali, inclusa l’auto-produzione dei mezzi tecnici (fertilizzanti, concimi, anti-crittogamici, etc.). In materia ha le idee molto chiare: «La certificazione non è legittima perché i certificatori non hanno conoscenza di ciò che certificano». Rivera denuncia che un importante effetto di questa scarsa preparazione è che gli agricoltori si vedono costretti ad adottare i mezzi tecnici più commerciali e conosciuti, sui quali il valutatore non avrà dubbi. Si tratta di anti-crittogamici e fertilizzanti prodotti dalle solite grandi case (Bayer, Dow Chemicals): «La grande industria è pronta a promuovere su vasta scala prodotti economici, per occupare spazi di mercato nell’agricoltura organica. Ma i prodotti dell’industria sono sotto brevetto; quello che è prodotto direttamente dal contadino, invece, appartiene alla natura e non è brevettabile. Ciò che è naturale è di dominio sociale e non dà lucro, il brevetto invece si».
A conti fatti, quindi, se un produttore volesse avere la possibilità di esportare in tutti e quattro i principali mercati, le sostanze ammesse da tutti sarebbero meno di trenta. Per fare un paragone, la legge messicana del 1995 in materia di coltivazione biologica autorizzava oltre 140 sostanze. Cos’è cambiato? Innanzitutto la normativa europea, come spiega Alessandro Pulga, direttore di Icea: «Fino al 2007 si lasciava ai singoli paesi esportatori l’onere di stabilire cosa consentire e cosa no, ma era molto difficile esportare da un paese sprovvisto di una legge sul biologico. Da un paio d’anni, invece, l’Ue ha stabilito che siano i singoli enti di certificazione a garantire il rispetto dei criteri». Tutto ciò, in teoria, servirebbe ad assicurare un commercio più agevole, a prescindere dalla volontà dei singoli governi. Nella pratica il trasferimento di responsabilità ha implicato anche il rischio di un aumento degli spazi per chi intende approfittarsene. Rischio che negli stati messicani del centro-sud (dove si concentra la gran parte del bio messicano e dei relativi sussidi ministeriali) è diventato una solida realtà. Mauricio Soberanes, responsabile di Metrocert, non usa mezzi termini: «Molti funzionari a tutti i livelli di governo (municipale, statale e federale) sfruttano la gestione delle sovvenzioni per la conversione al biologico e si fanno corrompere. Per esempio favoriscono il fornitore di input (o mezzi tecnici) per la produzione agricola, accordandosi con lui per consentirgli di vincere le aste; oppure gonfiano i prezzi di acquisto di quegli stessi input per intascare la differenza. In generale promuovono programmi di sviluppo il cui unico scopo è quello di facilitare gli acquisti di materie prime, per poterci lucrare». Che si tratti o meno di un sistema, è chiaro che qualcuno ne approfitta. Ed è un ulteriore ostacolo da superare per chi produce. Alla fine la scelta, per molti, è di allontanarsi dal sistema del biologico, lasciando campo libero alle grandi aziende e a chi ha più entrature presso ministeri e amministrazioni. A guadagnarci sono: funzionari corrotti, enti di certificazione, grande distribuzione e (in parte) i consumatori del Nord.Un sistema che in tanti, tra i produttori, vedono come oggettivamente escludente. Qualcuno, come Jairo Restrepo Rivera, parla di bio-colonialismo: «La certificazione bio è un nuovo strumento di estensione del bio-colonialismo e distrugge i meccanismi di organizzazione contadina, nel momento in cui genera una distanza tra consumatori e produttori. Quello che mettiamo in discussione è chi stabilisce le regole per la commercializzazione. Le regole le dovrebbe stabilire chi conosce il prodotto». Giunti al principio della storia, la domanda quindi è: cosa stiamo certificando nei nostri supermercati? E, soprattutto, di chi sono i benefici?

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La nave post-apocalittica

di Claudio Magliulo

27 ottobre 2010

Si chiama Waterpod (letteralmente «guscio acquatico») ed è niente di meno che una imbarcazione post-apocalittica ancorata a Brooklyn, sull’estuario del fiume Hudson. A presentarla a Terra Madre 2010 sono stati due ragazzi dello Youth Food Movement, il movimento dei giovani di Slow Food. L’obiettivo del progetto era quello di costruire un sistema-casa autosufficiente, in grado di resistere anche a possibili sconvolgimenti climatici: per esempio l’innalzamento delle acque che potrebbe colpire New York nei prossimi decenni. La struttura di base è una chiatta, in disuso, ristrutturata da un gruppo di giovani artisti, ingegneri, carpentieri, agronomi americani, fino a renderla completamente autosufficiente sotto il profilo energetico e alimentare. Il Waterpod non necessita di alcun tipo di carburante ed è in grado di muoversi grazie all’energia elettrica, stoccata in grandi batterie ricaricabili. Ad alimentarle una serie di pannelli solari disposti sopra-coperta, ai quali presto si aggiungerà un mini-impianto eolico. Un complesso sistema di riciclo delle acque consente poi di riutilizzare l’acqua piovana e riciclare le acque grigie per l’irrigazione di un orto idroponico, grazie ad un apposito sistema di filtraggio. L’orto ospita un po’ tutte le verdure necessarie a una sana alimentazione: mais, zucca, basilico, cetrioli, prezzemolo, ravanelli, melanzane, lattuga, girasoli, etc. A garantire la fertilità del suolo è un compost di rifiuti trattati, in parte scarti di cibo, in parte prodotti dalle quattro galline ospiti della nave. Insomma, i cambiamenti climatici non spaventano gli abitanti del Waterpod, come racconta Carissa Carman, artista poliedrica e tra i principali partecipanti al processo di ristrutturazione: «L’idea è una chiatta utopica post-apocalittica. Nel futuro, se tutto dovesse crollare, chi si troverà su di essa avrà buone possibilità di sopravvivenza. Ma il messaggio è che è già possibile avere una vita sana e feconda, in un circuito chiuso che si auto-sostiene». Mentre Mary Mattingly, una dei leader del progetto e curatrice del sito web, sottolinea: «Il Waterpod traccia un percorso per comunità future, nomadi e basate sull’acqua. Il suo obiettivo è preparare, informare e offrire alternative agli spazi di vita presenti». Giovani dalle storie più disparate hanno immaginato e contribuito, ognuno a suo modo, alla realizzazione del progetto. C’è chi ha trovato il modo per costruire un efficace sistema di filtraggio e chi ha riciclato il tessuto di vecchie tende da campeggio per realizzare una serra naturale a copertura dell’orto. Qualcuno ha trasportato sulla nave il suo «giardino verticale» (realizzato nel cassone del suo pick-up o semplicemente in una fioriera), qualcun altro ha fornito l’acciaio per le strutture principali. La caratteristica forse più interessante del progetto è infatti la sua completa autosufficienza, anche economica. Non ci sono fondi né pubblici né privati, dietro. Tutto ciò che è stato costruito è venuto da residui, scarti, immondizia. Materiali ritenuti inerti e inutili che hanno ora trovato una nuova (e futuristica) vita. Sulla chiatta vivono al momento cinque persone, cinque artisti che mostrano il progetto a scolaresche e semplici curiosi, e nel frattempo producono installazioni e opere d’arte. Ma il progetto non si ferma qui, la chiatta è solo l’inizio. Il prossimo passo sarà costruire una città intera di case galleggianti, collegate tra loro e completamente autosufficienti. Una città a cui chiunque potrà aggregarsi e da cui chiunque potrà ripartire, quando vorrà. Una città nomade, appunto, senza mutui subprime né tassa Ici.

Per l’alluvione aiuti lenti e scarsi. Mentre continua l’esodo di massa

di Claudio Magliulo

18 agosto 2010

Lentamente, gli aiuti iniziano ad arrivare al Pakistan stremato e a mollo da due settimane. Finora però è arrivato circa un terzo dei 460 milioni richiesti dall’Onu per far fronte all’emergenza sul breve periodo, la metà dei quali nella giornata di ieri. Ma è solo una piccola parte di quanto si stima potrà costare rimettere in piedi il paese: le prime stime erano di 1,7 miliardi di dollari; ieri l’ambasciatore del Pakistan presso le Nazioni Unite, Zamir Akram, ha alzato la cifra a «qualcosa nell’ordine dei 2,5 miliardi di dollari». La Banca mondiale ha offerto circa 900 milioni di dollari, principalmente dalla riconversione di progetti già iniziati, ma ne ha finora erogati una percentuale molto ridotta. Anche l’Italia ha fatto la sua parte, con un milione di euro e la cancellazione del debito pakistano, circa 100 milioni di euro. Soldi virtuali, che non potranno fornire cibo, riparo o acqua potabile ai milioni di sfollati. Le prime stime del governo pakistano parlano di oltre 700mila abitazioni distrutte, in decine di migliaia di villaggi spazzati via dall’acqua. Più di un terzo del territorio pakistano è sommerso, un’area pari all’Italia continentale. Tra i 15 e i 20 milioni di persone sono sfollati, oltre il 10% della popolazione. Sott’acqua sono il Punjab e le pianure del Sindh, a sud: il granaio del paese, quasi un milione e mezzo di acri di terra coltivata. L’inondazione minaccia la semina di metà settembre, avvicinando lo spettro di una crisi alimentare. Inoltre manca l’acqua potabile. Un paradosso solo apparente, che è già costato la vita a dieci persone, morte di dissenteria – lo riferivano ieri giornali pakistani. Tra queste alcuni bambini che avevano bevuto acqua non potabile, pur trovandosi dentro campi profughi allestiti per l’emergenza. La debolezza del Pakistan è anche energetica: le principali raffinerie e centrali termoelettriche sono chiuse fino al ritiro delle acque. Vale a dire che i black-out saranno sempre più frequenti, un’ulteriore difficoltà logistica (oltre ai ponti crollati e alle strade ostruite da fango e detriti) per gli aiuti umanitari. «Il denaro non sta arrivando velocemente quanto vorremmo», ha dovuto ammettere Maurizio Giuliano, portavoce Onu a Islamabad. L’opinione pubblica internazionale, nonostante le rassicurazioni del governo pakistano, teme che gli aiuti finiscano nelle mani di Taliban o funzionari corrotti. Così finora si è tenuta ben lontana dalle spassionate professioni di solidarietà fatte dopo il terremoto che sconvolse Haiti – si pensi agli aiuti paracadutati da Obama, Bertolaso accorso a pontificare sull’inefficienza della macchina americana, la portaerei Cavour inviata dal ministro La Russa. Gli operatori internazionali e le autorità pakistane sono stupiti dalla disparità di trattamento. Ma forse è che la tragedia pakistana non è spettacolare – niente onde di tsunami, la terra non trema – né è stata spettacolarizzata dai media – niente volti di bambini in prima pagina. Così rischia di passare inosservata.

Bombe “Ied” fatte con mine italiane

di Claudio Magliulo e Giovanni Stinco

Sono italiane molte delle mine che esplodono ogni giorno sotto i blindati Nato, così come sotto i passi dei soldati. Italiani compresi. Un gigantesco cortocircuito,che emerge dagli oltre 90mila documenti militari Usa, diffusi dal sito di controinformazione WikiLeaks.Migliaia sono i rapporti che parlano di Italia, e di questi, centinaia sono i resoconti di pattuglie o unità di artificieri, che parlano di una sola cosa: mine. Mine italiane e congegni artigianali ma micidiali, gli Ied («Improvised explosive devices»), fabbricati dai taleban con i nostri stessi ordigni. Abbiamo reso un grande servizio allAfghanistan: prima imbottito di TC-6 («le Ferrari dell’esplosivo anti-carro», stando agli esperti), poi percorso dai nostri blindati. Le strade afghane parlano di Italia a ogni chilometro. Morti e crateri inclusi. Unico neo: quegli «unsufferables» di Emergency(come li definiscono i rapporti Usa), che ricuciono i corpi dilaniati.Il database di WikiLeaks parla chiaro. Il primo report disponibile a riguardo è datato 6 gennaio 2004. In una perquisizione allinterno di edifici governativi che dovevano ospitare medicine e cibo, viene scoperto un deposito di armi, munizioni ed esplosivi. Tra questi alcune mine italiane anti-carro di tipo 2.4 e TC-6. Da quella data si susseguono senza sosta le testimonianze dei micidiali Ied, in gran parte realizzati con parti di ordigni nostrani. A quanto pare sono proprio queste mine anti-carro il prodotto made in Italy più diffuso in Afghanistan.Il 14 settembre 2006, quando un mezzo militare Nato viene colpito da uno Ied, si analizza il cratere, e il responso è: mina pakistana o italiana. Il 5 maggio unaltra pattuglia italiana era stata investita da unesplosione da Ied vicino Kabul. Due morti e quattro feriti. Il tenente Manuel Fiorito, 27 anni, e il maresciallo ordinario Luca Polsinelli, 29 anni, perdono la vita. Ma non compaiono nel documento Usa. Il 28 agosto 2008 un’altra mina distrugge un blindato italiano e ferisce i tre militari al suo interno; questa volta è senza dubbio una mina italiana.Sono tre i tipi di ordigni italiani sepolti in Afghanistan, e in totale rappresentano un quarto delle mine anti-carro. Le TC-6, prodotte dalla barese Tecnovar srl, e le 2.4 e Valmara 59 prodotte dalla Valsella Meccanotecnica di Castenedolo, Brescia. Sono dispositivi molto resistenti (durano oltre 50 anni sotto terra, molto più di qualunque protesi) e sono in grado di generare voragini ampie decine di metri. Come quella del 24 maggio 2006: un camion salta su una mina, vicinoYaqubi. Due civili afghani muoiono, un terzo rimane ferito. Gli artificieri Nato riportano: «Il cratere dell’esplosione era profondo 23 metri e ampio 84. A giudicare dalla dimensione del cratere e dalla mancanza di frammenti, […] era presumibilmente una TC-6 italiana».Ma come ci sono arrivati lì questi ordigni? Il generale Franco Termentini, esperto di bonifiche, non ha dubbi: «Sono lì da prima del marzo 1989». Si tratterebbe, insomma, di forniture di armi fatte dagli americani agli insorgenti afghani in chiave anti-sovietica. Dopo il ritiro dellArmata Rossa dall’Hindukush, le mine sono rimaste là e negli anni hanno costituito una vasta risorsa di esplosivi per i «nuovi nemici» taleban, dopo l’11 Settembre 2001. Lo conferma un ufficiale del Pentagono citato dallAsia Times: le TC-6 di fabbricazione italiana sono «assai comuni» nelle zone sotto il controllo taleban e «continuano a minacciare in modo significativo le forze della Nato». Ma da quale oscura fabbrica sono usciti questi strumenti di morte? Lo racconta Franca Faita, ex operaia della Valsella Meccanotecnica. Un giorno il fondatore di Emergency Gino Strada le presenta una cassetta piena di mine TC-6 e Valmara 59 chiedendole se le conoscesse e a cosa servissero. «A difendere il territorio dal nemico» dice Franca, perché questo le avevano detto. Strada le parla delle vittime civili, dei bambini.E Franca cambia idea. Con i suoi compagni in fabbrica lotta per chiedere la riconversione dellazienda in senso civile. «Perché per lavorare e vivere dobbiamo costruire mine che uccidono?» chiedono. Alla fine, grazie a una legge approvata anche per gli sforzi degli operai, la Valsella smette di produrre esplosivi.Ma le mine restano. Ieri nella chiesa di S. Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma si sono tenute le esequie del caporalmaggiore capo Pierdavide De Cillis e del maresciallo Mauro Gigli, i due militari morti mercoledì in Afghanistan durantela bonifica di un ordigno. I feretri sono stati accolti dal presidente della Repubblica Napolitano e dalle massime autorità.Non sappiamo se la mina che stavano disinnescando fosse italiana, di derivazione italiana o che altro. E forse non importa. Non è infatti lironia del destino ad aver portato in terra afghana prima le mine e poi i blindati Nato, ma la stessa cultura di morte.