Una speranza di cambiamento per la sinistra. Analisi del voto

Di una cosa possiamo essere certi: non ha vinto Berlusconi.

Probabilmente è piuttosto vero l’opposto. Gli elettori cosiddetti “moderati” hanno lanciato un piccolo segnale a questa destra: “basta con le battute grevi e la mono-mania anti-pm, governate!”. (Il guaio è che, naturalmente, non possono).

A perdere sono quindi prima di tutto le Santanché, i Sallusti, i Lassini (quel genio milanese che ha tappezzato le strade di Milano con i manifesti “Via le Br dalle procure”). A perdere è la Moratti, prima in quanto scialba amministratrice, poi nel ruolo per lei inedito di chi mette la cacca nel ventilatore e poi si aspetta un applauso. L’applauso non c’è stato, semmai un sonoro ceffone. L’evidente mostruosità del suo attacco a Pisapia, sferrato a freddo negli ultimi secondi utili del confronto televisivo, con il quale lo accusava di un reato infamante (furto di camioncino negli anni ’70 per andare a picchiare un ragazzo troppo poco rivoluzionario) dal quale invece Pisapia era già stato prosciolto senza macchie, ha restituito la misura della disperazione di una donna. Una donna potente e molto ricca (le stime minime parlano di 12 milioni di euro spesi per la sua campagna), che ha visto sfumare una certezza granitica dell’Italia politica, dal ’94 in qua: Milano resta a destra.

E se Berlusconi e la sua destra urlata piangono, o almeno dovrebbero, non ride il Terzo Polo, determinante solo a Napoli, grazie ai buoni uffici di De Mita e al consenso super-partes di cui gode il candidato, l’ex rettore Pasquino. La Lega, terrorizzata, vede la sua base inferocita e inizia a muovere qualche piccolo passo per smarcarsi.

Il Partito democratico, invece, che per bocca del suo funereo segretario ha cantato (dovremmo dire sospirato) vittoria, ha poco da gioire e molto da riflettere, invece. Se un dato chiaro è emerso da questa tornata di amministrative è che il centro-sinistra vince là dove si affida ai suoi elettori. La saggezza delle primarie, già dimostrata in Puglia due volte, a Firenze e altrove, ha condotto Giuliano Pisapia il “terrorista” (copyright Santanché) a umiliare donna Letizia, staccandola di 7 punti percentuali e ipotecando la vittoria finale. Non è un candidato del Pd, ma un indipendente di Sinistra e libertà, avvocato di buona famiglia prestato alla sinistra radicale in nome dei diritti civili e della solidarietà. I milanesi hanno scelto bene, e bene ha fatto lo sconfitto delle primarie, l’archistar Stefano Boeri (targato Pd), a dare un sostegno solido a Giuliano Pisapia. Questo ha contato.

A Napoli, dove invece il Pd ha imposto un “commissario” dopo il pasticcio delle primarie-truffa, l’ex magistrato De Magistris ha surclassato il democratico ex-prefetto Morcone e lanciato un’opa sul Comune di Napoli (Lettieri permettendo). Impensabile fino a ieri: l’outsider dell’Idv ha collezionato 12 punti percentuali in più rispetto alla somma dei partiti che lo sostenevano. Un segnale chiarissimo di dove siano andate le preferenze reali dell’elettorato di sinistra (ma non solo).

Ma c’è un dato che è sfuggito alla maggior parte dei commentatori, tutti concentrati sul duello all’ultimo pacemaker tra Berlusconi e Bersani: il ruolo dei cosiddetti “grillini”, vera cartina al tornasole di queste amministrative. Il Movimento 5 stelle, accusato sempre di anti-politica, di fare il gioco delle destre, in realtà ci ha svelato l’arcano: gli elettori di sinistra non sono impazziti, semplicemente non ne possono più dei soliti vecchi discorsi e delle solite vecchie facce. Nei luoghi dove il centrosinistra ha saputo proporre un candidato nuovo (Milano) o almeno costruire un progetto partecipato attorno a un nome già collaudato (Torino), il Movimento a 5 stelle non ha avuto il boom che ci si aspettava. A Bologna, invece, dove le primarie sono state blindate dal Pd col voto organizzato di pensionati e sindacati, il grillino Bugani vola oltre il 10% e mette in dubbio per tutta la serata la vittoria di Virginio Merola al primo turno. L’equazione è semplice, ma (quasi) nessuno sembra averla compresa: maggiore è l’autoreferenzialità dei partiti di sinistra (soprattutto dei dirigenti, naturalmente), maggiore sarà il consenso del Movimento a 5 stelle, un voto vero di protesta. Non generica, bensì mirata, che vuole alcune semplici cose: svolta ecologista, garanzie legalitarie, trasparenza, partecipazione. Se questi elementi ci sono (o si può sperare che ci siano), le 5 stelle si sgonfiano, resta una mezza cometa a piantare la bandierina.

Lo stato maggiore del Partito democratico quasi gongola. L’unico ad aver fatto un ragionamento più articolato è il pugliese La Torre, dalemiano di ferro folgorato sulla via di Terlizzi. Non si accorgono invece (e pericolosamente) che da questo voto emergono due sentieri possibili: da una parte arroccamento e dirigismo; dall’altra partecipazione e apertura alle novità.

Percorrendo il primo la sconfitta sarà sicura e costante (nonostante le gaffes e l’inconsistenza di Berlusconi e della sua Corte dei miracoli): una nuvola fantozziana di consensi in calo sotto la quale bagnarsi e lamentarsi perché la pioggia è bagnata e “gli elettori non ci hanno capito”. Mettendo un passo dopo l’altro sul secondo sentiero, invece, la strada non è tracciata. Niente è scontato, meno che mai la verità dell’adagio che divide moderati e radicali, invece di concentrarsi sulla più stimolante (e vera) dicotomia tra vecchi e nuovi. Come saggiamente sanciva il presidente Mao, “c’è grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”. Una prateria di nuovi progetti, nuovi approcci alla politica e alla comunicazione politica, attende solo di essere esplorata. Finora chi ha rischiato è stato quasi sempre ripagato non solo con il consenso, ma finanche con l’entusiasmo dagli elettori: Nichi Vendola è ormai una rockstar, e persino il timido e goffo Pisapia ha strappato più di un urletto al mega-concerto in suo sostegno della settimana scorsa.

Non possiamo forse aspettarci molto da un D’Alema che solo poco fa si vantava di “essere fondamentalmente un uomo dell’Ottocento”, o dal Bersani “disco rotto” che ad ogni sputo percentuale in più per il suo partito chiede le dimissioni del governo. Una cosa è certa, però: ormai non ci sono più scuse. La strada è tracciata. Si può scegliere di seguire la corrente o mettersi di traverso. La storia insegna che, però, gli ostacoli prima o poi cedono o vengono abbattuti. Nessuno sente uno scricchiolio?

Ho un grillo per la testa

di Claudio Magliulo e Giovanni Stinco

11 febbraio 2010

Astro nascente del Movimento a 5 Stelle di Beppe Grillo e già consigliere comunale a Bologna, Giovanni Favia tenta l’avventura in regione. I sondaggi a livello nazionale danno il movimento stabilmente sotto l’uno per cento ma alle scorse amministrative gli amici di Grillo hanno sorpreso tutti ottenendo ovunque presenti buoni risultati. Favia promette di diventare il “consigliere collettivo” del movimento e annuncia trasparenza e battaglie contro la casta . Basteranno Grillo e l’intensa attività sul web per portarlo in via Aldo Moro?

LE PRIMARIE CHE NON C’ERANO
di Claudio Magliulo

Affacciarsi alla galassia del movimento grillino è un po’ come entrare nella Casa degli Specchi di un luna-park. Niente è ciò che sembra, e nessuno può arrogarsi il diritto di dare una “versione ufficiale”. Tutto passa dalla Rete: chiunque può dire qualunque cosa, e perciò i conflitti, che nei partiti vecchi e nuovi si consumano nelle segrete stanze di una direzione politica, nel Movimento a 5 stelle sono evidenti, plateali, sovrabbondanti. Con un vantaggio e un rischio: la trasparenza e l’anarchia.

«Abbiamo costruito una casa di vetro», rivendica Giovanni Favia, consigliere comunale a Bologna e candidato presidente alle prossime elezioni regionali. Ma ogni casa ha bisogno di fondamenta per assicurare tenuta strutturale, ed ogni partito, gruppo d’interesse o movimento necessita di regole per organizzarsi.

Regole condivise per decidere come, chi, quando e su cosa si vota. Samantha Comizzoli, del meet-up di Ravenna, è tra i grillini “dissidenti”: «La totale mancanza di regole non è democrazia, è anarchia dove vince il più forte». Il più forte, in questo caso, è certamente Giovanni Favia, che la spiega così: «Nella selezione naturale della Rete mi sono imposto perché ero il candidato con più credibilità e più chance di farcela. Punto». Uomo di punta della lista beppegrillo.it a Bologna e in Emilia-Romagna, due volte ospite ad Annozero, Favia è certamente il più conosciuto dei grilli emiliani. E forse è per questo che Beppe Grillo lo ha direttamente investito, cinque mesi prima delle elezioni, con un post sul suo blog: «Il MoVimento è in fase di formazione e i tempi elettorali stringono. Per questo mi prendo la responsabilità di presentare i due candidati per Campania ed Emilia Romagna: Roberto Fico e Giovanni Favia. Ho ascoltato molte voci nelle due Regioni e mi sembrano i candidati ideali. In futuro, dopo le Regionali, con le iscrizioni on line al MoVimento, ogni scelta, ogni candidato, ogni punto del programma sarà votato dagli iscritti on line. Ognuno conta uno nel MoVimento». Ma non ci sono ancora gli strumenti tecnici per garantire una reale partecipazione a tutti. «C’è un problema di rappresentanza – ammette Favia – Ma ci stiamo lavorando. Il nostro è un lavoro continuo di messa a punto. La prossima volta andrà meglio».

Questa volta le primarie per scegliere il candidato in Regione non erano aperte a tutti, ma ristrette a 40 “grandi elettori”, delegati ad esprimere le preferenze dei propri territori di appartenenza. Da quelle primarie Favia è uscito vincitore, con oltre l’80% delle preferenze. Ma degli altri due candidati che gli si opponevano, una, Cinzia Pasi, si è ritirata immediatamente. Il secondo, Giorgio Gustavo Rosso, piccolo editore di Forlì, aveva messo a verbale: «Questa campagna elettorale è mortificante rispetto alla mia idea di come fare politica. Quello che ho sentito è che non avevamo il candidato ma che quello di Bologna diventava regionale… E’ possibile che in tutta la regione non siamo in grado di trovare un candidato diverso da quello di Bologna?». Di opinione opposta Vito Cerullo, consigliere di circoscrizione a Reggio Emilia: «Noi abbiamo scelto Favia perchè abbiamo conosciuto il suo pensiero prima e durante la campagna elettorale. Le polemiche emergono, e sono strumentalizzate dai nostri avversari, perchè noi facciamo tutto alla luce del sole».

Il percorso che ha portato alla candidatura di Favia in Regione rileva alcuni handicap strutturali di un movimento anomalo, senza burocrazie, democratico forse all’eccesso. «C’è un clima da pensiero unico, i dissenzienti vengono isolati e indotti ad uscire”, denuncia Lorenzo Alberghini, ex coordinatore del meet-up. Alberghini, detto Lollo, è uscito tempo fa dal movimento perché non condivideva un clima che non esita a definire di “democrazia dogmatica”. «Quelli che ne fanno le spese, purtroppo, sono prima di tutto gli stessi attivisti».

La trasparenza non basta, ed anzi può contribuire ad alimentare una logica amico-nemico, anche quando non serve o non è adeguata a spiegare le diverse visioni e posizioni in un giovane movimento. Non aiuta di certo una sindrome da accerchiamento, che il movimento grillino agita anzi come una bandiera. Ma alla fine della fiera, che l’aderenza a una linea sia amministrata da un grigio burocrate o da un’assemblea fatta di cittadini appassionati, pronti a difendere il progetto contro tutto e tutti, il risultato è lo stesso. Qualcuno si allontana, qualche pezzo di movimento non ci sta. Favia è convinto che sia un fenomeno fisiologico: «I meet-up sono spazi aperti, strumentalizzabili. C’è qualcuno che parla per la propria città, come fosse un ducato, solo perché c’è un meet-up con quattro iscritti. La verità è che anche nelle realtà critiche stiamo raccogliendo firme e la gente ci segue. Chi era in buona fede tornerà».

Un po’ come i giovani tolstojani ne “L’idiota” di Dostoevskij, i grillini hanno bucato il muro di gomma tra la politica e i cittadini, sono entrati nel Palazzo d’Inverno e adesso hanno un unico obiettivo: far passare i propri temi, ma soprattutto un modo differente di fare politica. La rotta si traccia ogni giorno, senza bussole né portolani, e il rischio di derive c’è. Ma se grande è la confusione sotto il cielo della politica italiana, la situazione può essere eccellente per chi spera in un “nuovo Rinascimento”. E invece di sperare e basta, cerca di costruirlo ogni giorno.

L’ASSEMBLEA. ISTANTANEE DA BEPPEGRILLO.IT
di Giovanni Stinco

«Qualcuno vuole emendare l’ordine del giorno? Altrimenti lo votiamo e iniziamo subito l’assemblea». Si apre così, con una formula che sotto le due torri anche le assemblee universitarie hanno scordato, una tipica riunione del movimento grillino bolognese. Riunione che però non si tiene nel cuore della zona universitaria ma nella sala polivalente del quartiere Savena. Per arrivarci bisogna camminare qualche minuto nella periferia di casermoni rosso mattone, storico serbatoio di voti di un PD che solo sei mesi fa si è fatto rubare proprio dai grillini 2.167 preferenze, il 6% dei votanti nel quartiere. Ottanta i presenti questa sera e una dozzina i simpatizzanti che per la prima volta si mettono in gioco presentandosi di persona e abbandonando lo schermo protettivo del proprio pc. Perché se è dalla rete che tutto parte è in rete che di solito tutto finisce. Seimila contatti tra facebook, newsletter e meetup ma solo 300 “attivi”, persone che escono dall’anonimato del web per partecipare con costanza a volantinaggi, manifestazioni e discussioni che non siano solo virtuali.

«Ci servono almeno 150 cittadini con l’elmetto» era lo slogan che su facebook preannunciava l’appuntamento di questa sera. Non saranno 150 ma come prima uscita pre-elettorale del movimento Grillo il numero dei presenti è incoraggiante. Di appuntamenti come questo ce ne sono due al mese. Più frequenti invece la assemblee degli “attivi” in cui ci si confronta, si propongono iniziative e si decide votando e, a volte, scontrandosi. Questa sera si discuterà delle liste che il movimento presenterà nei quartieri ed in comune alla prossime elezioni cittadine. Modera Marco Piazza, veterano grillino che ci tiene a spiegare da subito come funziona il progetto politico nato per volontà del comico genovese. «Una volta – spiega al microfono – usavamo esclusivamente Meetup, la piattaforma internet dove si può discutere e dove vengono inseriti documenti e appuntamenti. Ora Meetup è solo l’ultimo tra i vari strumenti che abbiamo a disposizione. Come punto di riferimento c’è il sito http://www.listabeppegrillo.it e poi quello per le elezioni regionali http://www.emiliaromagnainmovimento.it/».

Terminata l’introduzione partono le presentazioni dei nuovi arrivati. Inizia Christian, lavoratore dell’ATC che vuole coinvolgere i suoi colleghi autisti e promette di convincere 1800 persone. C’è poi Bruno, bolognese doc che lavora sopratutto di sera e non ha molto tempo ma che adesso ha deciso di impegnarsi: «sperando che voi non siate come gli altri». «Siamo nati apposta per essere diversi» è la risposta di Maria che poi passa la parola a Barbara, tutta rossa per l’emozione e un po’ intimidita dalla platea: «perché nel meetup di Rovigo siamo solo in 5 o 6. Vedere tutta questa gente mi commuove». Ogni intervento è accompagnato da sorrisi e applausi di incoraggiamento..

Poi prendono la parola quelli di Controllo Cittadino, l’associazione che a dicembre ha premiato il consigliere grillino Giovanni Favia con un bel 10 per la quantità di iniziative proposte in aula.  «Bisogna proseguire nella marcatura ad uomo della casta – spiega Giuseppe che si dichiara pensionato – ma il pensionato non voglio proprio farlo». E ricorda a tutti che sul suo blog è possibile leggere i resoconti delle convocazioni della giunta comunale bolognese.

Prende il microfono Maria, seduta accanto al moderatore e incaricata di redigere il verbale della serata: «E’ giusto continuare così, voi lo fate dall’esterno, noi lo facciamo dall’interno col nostro consigliere Favia. Giovanni è solo il nostro portavoce, dietro di lui c’è una rete di cittadini con cui collabora ogni giorno, con cui crea amministrazione condivisa».

Quello che più colpisce di un’assemblea del movimento 5 stelle è la collaborazione tra i suoi vari membri. Chi “ci capisce di numeri” si occuperà di Bilancio, l’architetto si interesserà all’urbanistica, l’avvocato darà una mano alla scrittura dello statuto del circolo locale. L’appassionato ciclista proporrà invece biciclettate settimanali per monitorare lo stato delle piste ciclabili cittadine e passare poi il materiale raccolto al consigliere di quartiere eletto nelle file del movimento. Favia diventa così solo la punta dell’iceberg di un’organizzazione che lavora, produce documenti e idee. Amministrazione collettiva secondo Marco Piazza, consigliere sociale per lo stesso Favia. La sostanza rimane la stessa per persone che sono state incantate dagli spettacoli di un comico che ormai è diventato un leader carismatico ed un ispiratore di masse. «E’ finito il momento del resistere. Ora è il tempo del costruire» ha scritto tempo fa Beppe Grillo sul suo sito letto da centinaia di migliaia di persone ogni giorno. Questa sera gli fa eco Marco Piazza che rilancia: «Vogliamo cambiare questa società e per questo ci chiamano utopisti. Rendiamo l’utopia realtà» E guardando i sei che per primi hanno mandato i loro curriculum proponendosi al movimento per entrare nelle liste elettorali chiede ad alta voce: «Allora chi si candida?»

INTERVISTA A GIOVANNI FAVIA
di Claudio Magliulo e Giovanni Stinco

«Ci basta un eletto. Perché se entra uno entra la webcam, il virus, il consigliere collettivo attraverso cui tutti possono essere informati e decidere». Ci accoglie così Giovanni Favia, consigliere comunale dei grillini bolognesi che ora lo candidano alle prossime regionali e puntano a mettere un piede in via Aldo Moro, anzi una webcam come dicono loro. Ventotto anni, qualche occupazione studentesca ai tempi delle superiori e poi nel 2002 la manifestazione no-global a Praga e la carovana della pace in Palestina organizzata dall’associazione Ya Basta e dai disobbedienti del TPO – ma lui ci tiene a precisare di non essere mai stato una tuta bianca. Poi 5 anni di sonno politico. «Appartenevo al popolo del non voto – dichiara senza mezzi termini – ma poi ho incontrato Grillo». Ed è nato l’amore. Prima come simpatizzante interessato ai temi ecologici, poi sempre più impegnato fino al grande successo del V2-Day che portò in Piazza Maggiore migliaia di persone contro l’ordine dei giornalisti, la legge Gasparri e i contributi per l’editoria. E in effetti il suo rapporto con la stampa cittadina è sempre stato quanto meno tormentato.

Quando Grillo ha lanciato la tua candidatura in regione Repubblica Bologna ha parlato di un matrimonio rovinato e di una sposa in lacrime.

«Non mi sembra che fosse quella la notizia. Comunque cerco di non attaccare i giornalisti perché ho bisogno della loro fiducia per fare passare i messaggi del movimento. Certo però che accadono cose strane. Nessuno scrive della mia candidatura in regione. E quando parlano del movimento ne parlano male. A volte è davvero svilente».

Perché questa diffidenza?

«Noi siamo una forza che fa proposte ma che picchia anche duro. Attacchiamo i grandi gruppi economici, Hera ad esempio che ha rapporti con Casentino [sottosegretario all’economia e alle finanze, nel 2009 ne viene chiesto l’arresto, poi negato dalla Camera, per concorso esterno in associazione camorristica, ndr]. Quando ho denunciato la cosa molti mi hanno detto: “non so se me la pubblicano”».

A marzo quanti voti sposterà Grillo e quanti Favia?

«Non c’è Grillo senza movimento e viceversa. La credibilità di Beppe ci è servita per fare breccia nella gente. Ora però ci voteranno solo per il nostro operato»

Cos’è il movimento a 5 stelle?

«Beppe vuole dare ai cittadini strumenti per giudicare la classe politica. Il senso delle 5 stelle è proprio quello del voto agli amministratori della propria città».

Qual è il vostro programma?

«E’ disponibile sul nostro sito. Tutti potranno commentarlo ed integrarlo attraverso  la rete. I contenuti più votati saranno adottati da tutto il movimento. Via web vogliamo consultare la base per tutte le decisioni politiche. Purtroppo per ora la piattaforma internet per la partecipazione non è ancora pronta, lo staff di Grillo la sta ultimando».

Nel vostro programma non si trova la parola crisi. Non vi sembra di trascurare i temi sociali?

«Ci stiamo ancora lavorando e aspettiamo i contributi di tutti. Per quanto riguarda la crisi preferiamo parlare di cambiamento. Non vogliamo rispondere alla disoccupazione con strumenti di 50 anni fa. Stimolare il Pil col piano casa o con i sussidi alla Fiat è folle in un momento di crescita demografica zero. Bisognerebbe invece puntare sui trasporti collettivi ed ecologici».

Grillo ha tentato di partecipare alle primarie del Pd a livello nazionale. Tu faresti la stessa cosa nel Pd bolognese?

«Mai. Loro hanno le truppe cammellate dai circoli, non servirebbe a nulla».

In Emilia Romagna il Pd ed il Pdl sono davvero uguali?

«Ci sono certamente delle differenze ma entrambi hanno la stessa idea di sviluppo. Che a  livello regionale significa totale condivisione del piano energetico, dei trasporti e di quello paesaggistico. In un sistema bipolare com’è possibile che destra e sinistra concordino su tutto, anche sulle grandi opere? Mi sembra un incantesimo come dice Grillo, una follia o forse la realizzazione del piano P2 di Gelli».

Allora siete vicini all’Idv?

«E’ un partito come tutti gli altri, lottizzato e pieno di opportunisti. Il mio giudizio etico non può che essere duro, anche su di loro. I voti che Di Pietro ha  preso negli ultimi anni sono nostri. Ce li riprenderemo».

La giunta Errani ha lavorato bene in questi ultimi 15 anni?

«No. Siamo una delle regioni più ricche del mondo ed è facile fare bene. Loro citano le statistiche italiane e rivendicano il primo posto, ad esempio nella sanità. Ma corrono contro il sud Italia. Se davvero sono l’eccellenza perché non si misurano col nord Europa? Perché negli ultimi 20 anni c’è stato un più 25% di cemento a livello regionale? In Sicilia c’è la mafia, qui invece cosa c’è?»

Cosa?

«Una cooperativa come Ansaloni che ha dato 25mila euro di finanziamento al Pd, ufficialmente. E solo 10mila ai terremotati dell’Abruzzo. E’ il sistema emiliano ad essere malato ed al collasso. Le società partecipate gestiscono tutto: trasporti, energia, acqua, informazione e ambiente. Ottocento nomine tutte politiche che hanno in mano la cosa pubblica. Come sceglie il centro-sinistra queste persone? Per lottizzazione?  O forse per amicizia? E quanti incarichi danno ad ognuno di loro? Sette o otto a testa per gestire una regione con un pugno di uomini. Errani su questo non apre bocca e quando lo fa non dice niente. Ad esempio sul piano territoriale di sviluppo».

E voi cosa proponete?

«Le opere pubbliche non sono di per sé una cosa cattiva ma devono premiare le piccole imprese del territorio, non le solite due o tre maxi-imprese che spesso vengono da fuori e si portano dietro le maestranze. Noi proponiamo un piano di riconversione energetica da 2 miliardi di euro coibentando tutti gli edifici. Attuando la raccolta differenziata porta a porta si creerebbero poi 5mila posti di lavoro a livello regionale. E soprattutto ci vuole trasparenza e un controllo costante sugli atti della pubblica amministrazione».

Aspirate ad un consigliere. Una webcam da sola non può decidere nulla.

«Innanzitutto vogliamo diventare maggioranza culturale prima che politica. Nei comuni riusciamo già ad incidere, a Bologna li marchiamo stretto. La nostra presenza fa bene perché migliora la trasparenza dell’amministrazione. E’ successo sotto le due torri e succederà anche in regione e, in futuro, in parlamento».

Ti candiderai alle politiche?

«Io non ho un mandato sulla persona. Faccio parte di un network di rete e sono uno strumento. E’ vero che contano le idee ma ci vogliono persone che abbiamo capacità di esprimersi e non si facciano mettere nel sacco dai professionisti della politica. Perché le cose che dico io le pensano tutti i nostri attivisti».

“Uno conta uno” che vuol dire?

«Che il voto è diretto ed è in rete, non ci sono segretari o delegati».

Alle regionali però ti hanno scelto 40 grandi elettori delegati dalla province.

«Un conto è la pratica, un conto la teoria. Purtroppo il portale per la democrazia diretta non è ancora pronto. Siamo ancora in formazione e per noi la sfida delle Regionali è una novità».

Cosa pensi di Delbono e del suo operato?

«Delbono si è comportato malissimo. Se si è dimesso è solo perché è stato costretto dai suoi. Il Pd ha criticato Berlusconi per 10 anni. Poi però il sindaco ha piazzato nel cda di Hera il suo avvocato. Come Berlusconi ha portato in parlamento Ghedini».

Cosa c’è dietro all’inchiesta sul Cup?

«Stanno mentendo a tutto spiano. Come Moruzzi [direttore generale di Cup 2000, ndr] che nega i suoi rapporti personali con Delbono. La stanno facendo grossa e la pagheranno».