Brevetti farmaceutici: libero commercio o diritto alla salute?

di Claudio Magliulo per altraQualità

17 Marzo 2011

Lo chiamano libero commercio. In realtà anche il Free trade agreement tra Ue ed India, come molti altri trattati di libero commercio tra Paesi a sviluppo avanzato e Paesi in via di sviluppo, finirà per favorire le multinazionali europee a scapito della salute e del benessere dei più poveri, in India come altrove.

In questi giorni a Bruxelles hanno luogo gli ultimi decisivi incontri per la stipula delTrattato di libero commercio (FTA) tra India ed Unione Europea. Dopo quattro anni di negoziati, il primo ministro indiano Manmohan Singh sembra deciso a cedere su molte delle richieste dei funzionari Ue. La rabbia e le proteste non si sono fatte attendere, e pochi giorni fa un corteo di oltre 2mila persone ha chiesto al governo di tornare sui suoi passi.

Nel trattato ci sono infatti clausole estremamente stringenti per la tutela dei brevetti che, se approvate, darebbero il colpo di grazia alla produzione indiana di farmaci salva-vita a basso costo (tra cui i fondamentali farmaci anti-retrovirali per sieropositivi e i farmaci contro malaria ed epatite C). Lo denuncia anche la campagna di Medici senza frontiere “Giù le mani dalle nostre medicine”: «Oltre l’80% dei farmaci anti-retrovirali che i nostri medici somministrano a più di 160mila persone nei Pvs sono farmaci generici a basso costo prodotti in India» spiega Paul Cawthorne, portavoce diMsf.

Negli ultimi anni la produzione indiana di farmaci generici ha avuto l’effetto di un terremoto nel mercato, dominato dalle grandi case farmaceutiche: dal 2000 al 2010 il prezzo dei farmaci anti-retrovirali è sceso del 99%, da 10.000 $ a 70 $ a paziente per un trattamento completo. «Tutti facciamo affidamento sulle medicine low-cost indiane per sopravvivere» conferma Rajiv Kafle dell’Asia pacific network of positive people, un’organizzazione che riunisce cittadini sieropositivi da tutto il sub-continente indiano.

Con il Trattato di libero commercio in discussione tutto ciò è destinato a scomparire. Tre sono gli aspetti più controversi.

Il primo è il sistema dell’esclusività dei dati (“data exclusivity”): non sarà più possibile accedere ai risultati dei test e degli studi realizzati da chi detiene il brevetto, per un periodo non inferiore ai 10 anni. In questo modo viene di fatto congelata la produzione a basso costo di farmaci generici. Secondo i lobbysti di queste multinazionali non introdurre il “data exclusivity” darebbe un “ingiustificabile vantaggio” ai produttori di generici. “Ingiustificabile vantaggio” che in realtà si traduce nella condivisione sociale della ricerca e nel miglioramento della qualità della vita delle persone più povere.

In secondo luogo, è ancora più preoccupante il fatto che l’esclusività dei dati si applicherebbe anche a prodotti che per la legge indiana non richiedono un brevetto. «Agendo sottobanco come protezione per tutelare i monopoli, l’esclusività dei dati bloccherebbe lo sviluppo di nuove combinazioni farmaceutiche a dose fissa, che permettono di condensare più medicine in un’unica pillola, nonostante queste non possano essere messe sotto brevetto in India» spiega Medici senza frontiere.

Infine, l’Ue ha proposto un particolare meccanismo per la risoluzione delle controversie: l’impresa potrà impugnare di fronte a un arbitro internazionale qualunque provvedimento del governo che possa nuocere ai propri investimenti nei campi della salute, dell’energia, dell’ambiente, con la possibilità di richiedere esosi risarcimenti. «Dall’altro lato se il governo vuole perseguire l’impresa, dovrà passare attraverso l’iter giudiziario nazionale, senza potersi appellare direttamente al diritto internazionale» spiega Kavaljit Singh, direttore del Public interest research centre di New Delhi. In parole povere, se il governo indiano approvasse leggi ambientali più severe l’impresa potrebbe chiedere i danni appellandosi ad un arbitro internazionale; se invece quella stessa impresa si rendesse colpevole di un disastro ambientale, per ottenere giustizia servirebbero molti anni. Ad esempio si veda la controversia tra Uruguay e Philip Morris sulla prevenzione contro il fumo (quiqui).

Un primo assaggio di quali saranno gli effetti, se il Trattato fosse firmato, lo si è avuto con l’ingresso dell’India nel Wto, avvenuto nel 2005. Da allora il governo ha avutol’obbligo di rilasciare brevetti ventennali per i nuovo farmaci, con immediate ricadute negative sulla produzione di fondamentali farmaci generici.

Contro il Free trade agreement il 3 marzo sono scese in piazza oltre 2mila persone, sieropositive e non, sfilando sotto i palazzi del governo indiano per difendere un diritto di base, sancito da dichiarazioni su dichiarazioni universali: quello alla salute. Un diritto che, naturalmente, vale molto meno di zero se sull’altro piatto della bilancia c’è la tutela del “libero” commercio.

E’ un accordo scellerato, quello che i funzionari del “nostro” governo europeo stanno imponendo ad un Paese spaccato tra un’elite educata nelle prestigiose università inglesi e bramosa di sviluppo e capitali e la stragrande maggioranza dei cittadini, le cui vite sono solo profitti mancati per alcune grandi multinazionali di casa nostra. Farsi sentirecontro questo accordo, come stanno facendo in India e come invita a fare Msf, è importante. Altrettanto importante è saper scegliere quale aggettivo preferiamo accostare alla parola “commercio”. “Libero” o piuttosto “giusto”?

 

Non c’è pace per Bhopal

di Claudio Magliulo

8 giugno 2010

25mila morti e 26 anni dopo il disastro chimico nella città indiana, il primo verdetto: pene lievi per otto dirigenti della «Union carbide»

Il tribunale di Bhopal si è pronunciato soltanto ieri  a 26 anni dal disastro industriale che causò la morte di migliaia di persone. E il verdetto è chiaro quanto controverso: otto i condannati, ma per semplice «negligenza». Tutti dirigenti di «Union Carbide India» al momento del disastro, rischiano al massimo due anni di reclusione e una pena pecuniaria di circa 100mila rupie, meno di 2000 euro. Altri 8mila euro di multa alla società.«Troppo poco e troppo tardi» denunciano gli attivisti in lotta da anni. Satinath Sarangi, del Bhopal group for information and action, ha sottolineato l’inadeguatezza della sentenza: «Due anni di reclusione è la stessa pena in cui incorre chi causa un incidente stradale. Il governo ha tradito il popolo indiano». Lapidaria Rachna Dingra: «Se questa non è un’enorme presa in giro, non so proprio come possa essere definita».
Il disastro di Bhopal rappresenta una pagina tra le più nere della storia indiana, per alcuni l’Hiroshima dell’industria chimica. Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984, gli abitanti degli slum di Bhopal, capitale del Madhya Pradesh, furono svegliati da una nube di gas tossico, sprigionatasi dal vicino stabilimento dismesso della «Union Carbide», multinazionale specializzata nella produzione di pesticidi. 40 tonnellate di isocianato di metile si trasformarono, a contatto con l’acqua, in un gas letale.
La manutenzione alla struttura era azzerata da anni, e il gas, indisturbato, si disperse nella parte settentrionale di Bhopal. Ci furono tra le 6mila e le 8mila vittime solo in quella prima notte, altre 20mila morirono nelle settimane successive. Centinaia di migliaia furono i superstiti, afflitti da quel momento in poi da malattie e disturbi debilitanti. Resta una popolazione piegata, la cui economia è stata devastata dal disastro: la maggior parte degli abitanti di quegli slum, infatti, non è più in grado di svolgere i lavori pesanti che gli consentivano di sopravvivere. E il governo indiano è stato accusato di aver fatto solo della carità, senza impegnarsi a risollevare lo stato di prostrazione dei reduci di Bhopal.Per gli attivisti indiani Nuova Delhi ha consapevolmente ostacolato l’iter giudiziario, per non correre il rischio di vedere messe in discussione le prerogative degli investitori stranieri nel Paese. E di atti equivoci il governo indiano ne ha compiuti diversi. A cominciare dall’approvazione nel marzo 1985 di una legge speciale, la «Legge sulla fuga di gas a Bhopal»: l’esecutivo si attribuiva il ruolo di unico rappresentante delle vittime in tutte le cause di risarcimento danni, e su questa base fu stipulato un accordo extragiudiziale con la multinazionale americana il cui esito fu una transazione di circa 470 milioni di dollari in favore di circa 500mila persone. Ma dopo alcuni passaggi (e complice l’elevato tasso di corruzione della burocrazia indiana) il risarcimento medio è stato di appena 400 dollari a persona, sufficienti a coprire appena una piccola parte delle spese mediche già sostenute.  Nel 1996, infine, la Corte suprema indiana ridusse le accuse a carico dei dirigenti di «Union Carbide India» da «omicidio colposo» a «negligenza criminale», motivando la decisione con il fatto che la responsabilità ultima dell’accaduto era della multinazionale americana e non della sua controllata indiana. Ma il governo non ha mai inoltrato le numerose richieste di estradizione degli imputati stranieri, primo fra tutti Warren Anderson, amministratore delegato di «Union Carbide» fino al 1986, che resta latitante per la legge indiana.
I parenti delle vittime e i reduci di Bhopal non si rassegnano e sperano di ottenere una sentenza esemplare in appello. Soprattutto chiedono che tutti i responsabili siano processati e giustizia sia fatta. Non finisce qui la terribile storia di Bhopal.

“Diritti calpestati, hanno vinto le multinazionali”

INTERVISTA. Satinath Sarangi arrivò a Bhopal due giorni dopo il disastro e da allora è sempre stato in prima fila per il riconoscimento dei diritti delle vittime. Attivista di grande esperienza, saggista, ha fondato il «Bhopal group for information and action» e la clinica Sambhavna, l’unica ad aver realizzato studi sull’impatto della nube tossica e specializzata nella cura delle malattie con erbe e rimedi naturali. Lo abbiamo raggiunto al telefono.

Giustizia è fatta? Questo è un giorno triste per l’India e per il mondo. Siamo profondamente delusi per la sentenza pronunciata quest’oggi (ieri). Prima di tutto i dirigenti americani della Union Carbide si stanno nascondendo dalla giustizia. In secondo luogo le condanne commi¬nate a responsabili indiani sono state molto lievi, e le pene pecuniarie ridicole. Noi riteniamo che questa sentenza non farà altro che incoraggiare altre aziende multinazionali (e non solo) ad essere irresponsabili, se questi sono i rischi che corrono. Due anni di reclusione sono la pena che gli sarebbe stata comminata se fossero stati coinvolti in un incidente stradale.

E adesso cosa farete? Continueremo la nostra battaglia, certamente. In primo luogo faremo appello contro questo verdetto. Il nostro obiettivo primario è quello di ottenere un aumento delle pene per i condannati indiani. Voi in Italia ricordate il disastro chimico di Seveso. In quel processo ci furono condanne lievissime. Noi non vogliamo un’altra Seveso. Inoltre abbiamo chiesto con forza e continueremo a lavorare perché venga costituito un Nucleo speciale d’accusa per l’immediata ed effettiva estradizione degli accusati stranieri.

Qual è la ragione di questi ritardi, secondo lei? La ragione è semplice. Il nostro governo è più attento alle esigenze delle multinazionali che ai diritti del suo stesso popolo. Il nostro primo ministro mette in cima alle sue priorità gli investimenti delle aziende straniere in India, e teme che un verdetto esemplare scoraggerebbe gli investitori.

Quante possibilità avete di ottenere quanto chiedete? È una battaglia lunga e difficile. Ma siamo confortati dalla consapevolezza di avere il supporto non solo del popolo indiano, ma anche del resto del mondo. Perché la storia di Bhopal è di interesse globale, e moltissimi occhi sono puntati sul nostro Paese. Speriamo di riuscire, grazie anche alle pressioni di questa comunità civile globale, a forzare il governo indiano e riuscire ad ottenere finalmente giustizia.