Via dal vento

di Claudio Magliulo

31 marzo 2010

Sull’Appennino tosco-emiliano piovono le proposte di parchi eolici. Complice un regime di incentivazione, i certificati Verdi, che è il più alto d’Europa. Ma i cittadini che vivono e che vivranno all’ombra delle pale non ci stanno. Tra le preoccupazioni più diffuse c’è quella che la vibrazione prodotta dagli aerogeneratori possa nuocere al sistema nervoso, come testimonia la storia di Piero Romanelli, agricoltore. Siamo andati sulle montagne per dare voce a chi pensa a un’energia verde meno invasiva.

Gli aspiranti ortolani a lezione di biologico

di Claudio Magliulo

10 Marzo 2011

A Bologna, patria degli orti urbani comunali, i nuovi ortolani sono ex-impiegati che non hanno mai visto una zappa ma preferiscono il biologico. Con un ciclo di corsi, Coop Adriatica e Pro.ber, forniscono i ferri del mestiere. All’insegna della vita all’aria aperta e della sostenibilità.

I CORSI – La cattiva notizia è che, per la prima volta nella storia, la generazione dei sessantenni non è più capace di coltivare la terra, non lo ha mai fatto né visto fare: i nonni sono meno informati dei nipoti. La buona notizia é che, non avendo un bagaglio di conoscenze acquisite, quando si avvicinano alla terra, i neo-pensionati lo fanno con entusiasmo e apertura mentale, sono più sensibili alla sostenibilità ambientale e al valore della coltivazione biologica.  All’una e all’altra cosa risponde un ciclo di corsi per aspiranti ortolani, organizzati da Coop Adriatica e Pro.ber(Associazione degli operatori biologici e biodinamici) nei principali quartieri della città. In questi giorni al via al quartiere Barca, ad Aprile farà tappa al Pilastro. Requisito essenziale, naturalmente, l’essere assegnatario di un “orto urbano”.
GLI ORTI URBANI – Gli “orti urbani”, piccoli appezzamenti di terra per la coltivazione ad uso domestico, sono di proprietà del Comune, che li assegna a chi ne fa richiesta attraverso una graduatoria. A Bologna sono circa 2700, aggregati in una ventina di aree: dalla Barca al Pilastro al quartiere Porto, centinaia di queste piccole porzioni di terreno sono assegnate ad altrettanti pensionati, 40 mq a testa, circa 40 euro il costo annuale pro capite per la manutenzione e le utenze. Un modo per creare aggregazione e contendere alla televisione e alla briscola il tempo dei nostri padri e nonni. A Bologna l’esperimento è partito da più di 30 anni, ed ormai i primi assegnatari di questi orti hanno passato il testimone ad una nuova generazione di aspiranti ortolani.
NON CI SONO PIU’ I CONTADINI DI UNA VOLTA – Daniele Dall’Ara (Pro.ber) racconta: «La prima ondata di ortolani era per lo più composta da gente che aveva già lavorato la terra, sapevano esattamente cosa fare e come farlo. Naturalmente era assai difficile fare breccia con campagne di sensibilizzazione sul biologico. Ne ho conosciuti che davano l’anticrittogamico chiamandolo “acqua”, invece che veleno!». Da qualche anno, però, i nuovi assegnatari degli orti sono in genere ex impiegati, quasi sempre cresciuti in città, con un titolo di studio medio-alto. Persone che riscoprono tardi l’attaccamento alla terra, e hanno molta voglia di imparare e molta più consapevolezza. Come spiega Germano Piani, ortolano e coordinatore del gruppo Ambiente di Coop Adriatica per la zona Bologna 2, «su 35 iscritti al corso nella zona Barca, solo uno aveva avuto precedenti esperienze di coltivazione. Si tratta di persone molto ricettive e più sensibili ai temi del biologico: vogliono conoscere la composizione dei concimi, si preoccupano per la salute propria e dei propri figli e nipoti». La divulgazione del biologico è infatti tra gli obiettivi principali di questi corsi. In quattro lezioni teoriche e una pratica si affrontano non solo temi classici come il periodo di semina, i cicli lunari, i tempi di raccolta, ma anche come concimare e trattare il terreno con i prodotti giusti nei dosaggi corretti.Un modo per tenere viva l’attenzione sul progetto degli orti urbani, ed evitare l’abbandono. I nonni del 2011, infatti, sono molto più impegnati dei loro colleghi di 20 anni fa: ci sono i nipoti da accudire, spesso per intere giornate, a volte un lavoretto per arrotondare una pensione sempre più magra. Soprattutto manca l’abitudine e la costanza del contadino, che si impara facendo e vedendo crescere i frutti del proprio lavoro. Negli ultimi anni il tasso di abbandono degli orti urbani è cresciuto di molto. E c’è già chi, vedendo un po’ di erbacce qui e là, preferirebbe un parchetto ordinato con panchine e passeggiate per gli anziani. Un “belvedere” recisamente rifiutato dagli ortolani, per i quali quei pochi metri quadri sono una piccola grande gioia.

IL RISCHIO DELL’ABBANDONO – Adriano Fossati, veterano degli ortolani di via Salgari, spiega: «Fino a pochi anni fa c’era la fila per avere un orto comunale. Adesso si possono vedere molti orti abbandonati pieni di erbacce. Di giovani purtroppo ce ne sono pochi…». Le regole per la formazione delle graduatorie di assegnazione privilegiano esplicitamente i pensionati, infatti. Ma un piccolo aiuto, forse inaspettato, arriva dagli immigrati: «L’anno scorso hanno ottenuto l’orto due famiglie di pachistani che abitano qui in via Salgari- racconta il signor Fossati- All’inizio non sapevano dove mettere le mani, anche perché i nostri metodi di coltivazione sono diversi dai loro. Così ognuno di noi ha dato un po’ di consigli e alla fine hanno fatto venir fuori delle piante alte un metro! Dicono che sono l’equivalente dei nostri broccoli…». Le due famiglie di pachistani sono state anche le prime, quest’anno, a versare la quota per l’acqua e la luce.
LE TALPE, E LA DURA TERRA – Attenzione, però, a immaginare gli orti urbani come la nuova panacea contro la “crisi”, o come uno strumento di autosufficienza alimentare. Come spiega il signor Mengoli, ordinato ortolano del Pilastro, «è una perdita, non certo un guadagno. Quando non mangiano tutto le talpe, i prodotti della terra vanno consumati tutti più o meno nello stesso periodo. Si mangiano pomodori per una settimana intera e poi si ricomincia da capo. Ma vuole mettere la soddisfazione?». Una scusa per stare all’aria aperta, quindi, sentirsi utili e magari trasmettere qualcosa ai nipoti che la domenica passano a salutare: questo sono gli orti urbani per quasi 3mila anziani bolognesi. Da adesso, con i corsi di Coop Adriatica, di alcuni centri sociali e dei quartieri, saranno anche uno strumento di diffusione del biologico: «Dopo aver letto le etichette e capito cosa c’è scritto- dice Germano Piani- nessuno vuole più sentir parlare di pesticidi». Parola di ortolano.

Il “miracolo” Uniland. Dalla cazzuola a Piazza Affari in sei mesi

di Claudio Magliulo

17 Febbraio 2011

Per ottenere la santificazione ci vogliono almeno due miracoli nel curriculum, dice la procedura della Chiesa. Possiamo allora dire che l’ingegner Alberto Mezzini da Monghidoro è a metà strada, perché un miracolo l’ha già fatto: moltiplicare il valore dei terreni nel portafoglio della sua società, la Uniland.

Ancora nel 2004, infatti, la sua piccola ditta di costruzioni aveva un capitale sociale di circa 100mila euro. Due anni dopo dall’anatroccolo Cem srl nasce un cigno: Uniland spa, prima società quotata in borsa specializzata nel land-banking (in pratica una “banca della terra”), capitale sociale 170 milioni di euro. Motto: “The wealth of the land”, la ricchezza della terra. Ed è certamente sulla terra che Mezzini ha costruito il suo impero. Secondo i magistrati che ne hanno disposto gli arresti domiciliari, si trattava però di un «impero di carta». A spiegare il sistema è lo stesso Mezzini in un forum con i piccoli azionisti: «Tutte le società pianificano nel tempo ricavi tali da produrre utili. L’attività di sviluppo, che dura mediamente 7-8 anni, non produce reddito ma patrimonio immobiliare, nel senso che il miglioramento dello stato “urbanistico” dei terreni si riflette inizialmente in un maggiore valore degli stessi a bilancio». Si trattava in sostanza di acquisire terreni non edificabili sulla “scommessa” (o la consapevolezza) che sarebbero stati inseriti in un piano urbanistico come edificabili di lì a poco. Secondo la procura di Bologna, infatti, le operazioni di “valorizzazione” dei terreni puzzerebbero un po’ di bruciato, così come i passi intrapresi da Mezzini per ottenere l’agognata quotazione in Borsa.

L’inchiesta

Abuso di informazioni privilegiate, manipolazione del mercato, gestione infedele di portafogli, false comunicazioni sociali, formazione fittizia del capitale, aggiotaggio e falso in perizia: questi sono i reati contestati nell’ambito dell’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Antonella Scandellari, ai 22 indagati. Sono finiti agli arresti domiciliari, oltre allo stesso Mezzini, direttore generale di Uniland, anche Claudio Morsenchio (investor relator di Uniland) e Maurizio Zuffa (amministratore delegato della controllata House Building). Sequestrate azioni di entrambe le società per un valore di quasi 110 milioni di euro. Tra gli indagati ci sono periti, consiglieri di amministrazione delle società afferenti al gruppo Uniland e anche alcuni nomi eccellenti della cooperazione bolognese.

Per la Guardia di Finanza di Bologna, che ha effettuato la maxi-operazione, le cose stanno così: «Il Mezzini […] in esecuzione di un disegno criminoso [..] aveva iniziato ad utilizzare le poche società a sé riconducibili, dotate di un capitale sociale minimo, di scarsi mezzi propri e con modeste “performance economiche”, come “veicoli” per il compimento di operazioni di finanza straordinaria (conferimenti, cessioni di pacchetti azionari, scissioni, acquisizioni, ecc….) finalizzate, tra l’altro, alla “costruzione artificiosa” di un gruppo societario con a capo la holding lussemburghese Cemlux S.a. e la sub holding Uniland S.p.A. Detto gruppo societario, man mano che le operazioni straordinarie trovavano esecuzione secondo il progetto criminale, esponeva un crescente e rilevante patrimonio, per effetto di cospicue e sovrastimate rivalutazioni degli “asset immobiliari” attestate da “compiacenti periti”. Ne conseguivano rilevanti falsificazioni dei bilanci delle società coinvolte nelle operazioni, le cui azioni divenivano la fonte di finanziamento per espandere i propri obiettivi economico-finanziari, culminati con l’acquisizione del controllo della Uni land Spa che si è quotata nella borsa telematica azionaria italiana. Successivamente, a partire dal mese di gennaio 2006, il Mezzini poneva in essere una serie di condotte delittuose idonee a richiamare l’attenzione del mercato sul titolo e, per tale via, a sostenerne le quotazioni».

Il “metodo Mezzini”

Se quindi l’ingegner Mezzini sia il nostro “furbetto dell’Appennino” o solo un uomo con il bernoccolo per gli affari lo stabilirà la magistratura. Il sistema, che sia criminale o no, è comunque piuttosto chiaro. Lo raccontiamo con un esempio: il caso di un terreno sito nel comune di Castelfranco Emilia (Mo). In uncomunicato stampa del 20 giugno 2006 la società scrive: «Annunciamo di aver sottoscritto una lettera d’intenti con 6 privati per l’acquisto di un terreno agricolo di complessivi 75 mila mq. sito nel comune di Castelfranco, in provincia di Modena. La lettera d’intenti è condizionata a che il terreno sia inserito con destinazione residenziale nel nuovo PSC (Piano Strutturale Comunale) del Comune di Castelfranco e che la superficie utile edificabile non sia inferiore ai 13.000 m.q. (0,6 mq/mq circa), sui quali la società stima di poter realizzare circa 160 appartamenti di diversa metratura. […] La transazione sarà regolata mediante la cessione di azioni Uni Land S.p.a. agli attuali proprietari dell’immobile». Niente contanti, quindi, e molte garanzie richieste. La transazione, peraltro, è seguita da Globalcasa, società di intermediazione immobiliare della quale Uniland ha appena acquisito il 51%(ovviamente finanziandone la metà con azioni Uniland) e che poi si chiamerà UniRe. Non proprio un intermediario imparziale.

Dopo aver ottenuto l’inserimento nel Psc, la variante urbanistica, l’aumento dell’indice di edificabilità (e tante volte anche prima, basandosi solo su dichiarazioni di intenti e promesse), il valore del patrimonio in genere lievitava. Un tempismo perfetto, quello di Mezzini, che i benpensanti attribuiscono al suo eccezionale fiuto per gli affari e ad una buona conoscenza della legislazione locale in materia. Si tratta, però, di coincidenze suggestive, che proiettano sullo sfondo le ombre cinesi di un sistema. Non necessariamente criminale, né truffaldino; bensì un sistema di relazioni (vedi l’articolo) che consentiva a Mezzini di muoversi su un terreno per nulla ostile, anzi amichevole. Seduti all’altro capo del tavolo da riunioni ci sono gli amministratori locali, strozzati dai tagli ai bilanci e allettati dagli oneri di urbanizzazione e dal ritorno elettorale che un progetto urbanistico (e meglio ancora industriale, con i suoi posti di lavoro in più e le ricadute sull’indotto) può garantire.

Sono due i casi più eclatanti, che analizzati nel dettaglio (vai all’articolo) possono spiegare il “metodo Mezzini”: San Lazzaro di Savena e Ferrara.

A San Lazzaro, sulla strada che dalla tangenziale porta al centro del paese, si estendono i terreni della Caselle srl, controllata Uniland. Una piccola società con 10mila euro di capitale sociale, che però ha consentito a Mezzini di quotare in borsa la sua Cem spa, poi rinominata Uniland. A tutto il 2005 il terreno di proprietà di Caselle valeva circa 6 milioni di euro, ma grazie a due perizie, quella del perito Mauro Cassanelli (indagato) e quello di Chiara Zerbini, agenzia Remax, il valore della società e del terreno lievitano, rispettivamente a 34 milioni di euro la prima e ben 52 il secondo.

Forte di questa perizia la holding lussemburghese di Mezzini, Cemlux s.a., entra in Cem spa attraverso un aumento di capitale del valore di esattamente 34 milioni di euro. La Cem a quel punto ha un capitale di 35 milioni di euro, e tutti i numeri per candidarsi a scalare la Perlier spa, quotarsi in Borsa, e cominciare la scalata verso la vetta (il segmento STAR di Piazza Affari).

A Ferrara sud, invece, c’è un terreno vicino al casello della A13 che da anni langue in attesa di una “valorizzazione”. Mezzini lo acquista per 2 milioni di euro a giugno 2005 e poi presenta un progetto magnificente che porterà occupazione, soldi e prestigio alla città estense. Il Comune dimostra interesse, attraverso una lettera dell’allora assessore all’urbanistica Raffaele Atti. Questo basta al perito Chiara Zerbini per valutare a gennaio 2006 quello stesso terreno non più 2 milioni di euro, ma 160 milioni. Dopo poco un articolo del Sole 24 ore solleva perplessità sull’operazione: il Comune perde fiducia e raffredda gli animi. Ma intanto il patrimonio immobiliare di Uniland è lievitato a 260 milioni di euro. A fine 2010 siamo a 600 milioni, valore ora messo in discussione. Ed è proprio nell’attesa di una nuova perizia, che dovrebbe ridefinire il valore reale del patrimonio, che le azioni Uniland (e della controllata House Building) sono congelate. I più informati, facendo due calcoli, pronosticano una riduzione di almeno il 60% del valore. Staremo a vedere.

Ber Banca e quelli che ci perdono

Quella di Mezzini è la storia di un’ascesa apparentemente inarrestabile, ma che alla fine si interrompe bruscamente. La magistratura deciderà se definitivamente o meno. In quest’ascesa, Mezzini ha cercato appoggi e contatti “importanti” (vai all’articolo), ma secondo la procura il suo successo si basa prevalentemente su una serie di falsi e sull’inganno ai danni di piccoli azionisti (vai all’articolo). Tra questi i correntisti di Ber Banca, a rischio fallimento e in amministrazione controllata da mesi. Già il 6 dicembre 2010 era stato disposto il congelamento dei conti correnti; poi l’altra tegola del caso Uniland. Secondo l’accusa Claudio Morsenchio, all’epoca consulente finanziario in Ber Banca, avrebbe convinto le persone delle quali curava le partecipazioni azionarie ad inserire nel proprio portafoglio azioni di Uniland, con l’obiettivo di farne lievitare il valore. Morsenchio diventerà poi manager Uniland con il ruolo di “investor relator”, ma non è l’unico a stare a cavallo tra la land-bank e l’istituto di credito. Lo stesso presidente del cda Uniland, Alfonso Marino, era stato prima dirigente del Credito Romagnolo e poi nel cda di Ber Banca (addirittura nel comitato promotore per la sua costituzione). I suoi emolumenti arrivavano alla cifra non indifferente di 72mila euro. Anche lui, come Bedeschi, Turrini e Stefanini, era “amministratore indipendente”.

Di pochi giorni fa è la notizia che il gruppo Intesa San Paolo ha ottenuto dalla Banca d’Italia il via libera per entrare in Ber Banca con un aumento di capitale, rilevandone il 52%. Circostanza, questa, che lascia ben sperare i correntisti. Per gli azionisti Uniland e House Building, invece, la strada per il momento è in salita. La suspense durerà finché le azioni in possesso di Mezzini, sequestrate dalla Guardia di Finanza, non torneranno sul mercato. Allora si capirà se, per gli investitori, in questa storia ci sarà da sorridere o, più probabilmente, da piangere.

 

Le relazioni pericolose

Mezzini il raider, il furbetto dell’Appennino che agisce in completo isolamento, gabbando tutti. Tutti ne prendono le distanze, e in particolare i nomi eccellenti della cooperazione bolognese coinvolti a vario titolo: Pierluigi Stefanini, presidente di Unipol; Paolo Bedeschi, presidente di Coop Reno; Adriano Turrini, presidente di Coop Costruzioni. I tre, con modi e tempi diversi, negano ogni addebito. Ma una disamina più attenta dei legami reali tra l’impero di Mezzini e il mondo della cooperazione bolognese, lascia aperti alcuni dubbi. Perché i tre erano nei cda delle due capofila del gruppo fino all’altroieri? Quali interessi tutelavano come “amministratori indipendenti”? “Onorabilità, professionalità, indipendenza” sono i requisiti dell’amministratore indipendente, figura prevista dal diritto societario a tutela dell’azienda nel suo complesso e degli azionisti di minoranza. Una figura super partes, molto più simile a quella di “sindaco” (cioè componente del collegio di controllo della società) che a quella di un amministratore tradizionale. «Ero solo un amministratore indipendente» dicono, con vari accenti i tre alti papaveri coop. Ma per quel ruolo venivano pagati 12mila euro l’anno: oltre a presenziare alle poche riunioni del cda, avrebbero forse potuto spendere un po’ di quel tempo, pagato dall’azienda, per controllare meglio le carte. Vediamo nel dettaglio.

Pierluigi Stefanini

Nell’assemblea straordinaria di febbraio 2006 (quella a rischio tormenta) si nomina Pierluigi Stefanini (non indagato), all’epoca presidente di Coop Adriatica, consigliere d’amministrazione “indipendente”. Lo resterà fino a Novembre 2006. «Il Presidente – si legge nel verbale – specifica che il signor Stefanini Pierluigi è idoneo ad essere definito come “indipendente” secondo la definizione di cui al Codice di Autodisciplina sulla corporate governante, in quanto non intrattiene significative relazioni economiche o rapporti di lavoro con la società o con sue parti correlate, né è titolare di partecipazioni azionarie della società».

Stefanini entra però nel cda dopo aver siglato due mesi prima un accordo per l’acquisizione di un terreno di proprietà Coop Adriatica (144mila mq vicino Ravenna) in cambio di azioni Uniland per 6,3 milioni di euro e 2 milioni cash, come conferma anche Paolo Bedeschi. In un post di Spaitalia.it un piccolo azionista di Uniland (l’unico presente a quell’assemblea), si domanda se Stefanini sia sufficientemente “indipendente” come consigliere: è noto a tutti che, in quella veste, Stefanini dovrebbe tutelare l’investimento di Coop Adriatica. Gli altri azionisti si domandano se gli resti del tempo anche per tutelare loro. Per una coincidenza (ma in questa storia le coincidenze sono tratti di matita che lasciano intuire un quadro più generale) Stefanini è stato consigliere di amministrazione anche del Monte dei Paschi di Siena dal 2006 al 2009. Ed è Banca Antonveneta (gruppo Mps) a dare ad Uniland un finanziamento per la costruzione di 500 appartamenti di fronte alla sede del Carlino, affianco all’Ipercoop di Villanova di Castenaso (20 milioni in contanti per il terreno, e poi altri 35 a “Stato avanzamento lavori”). Sono 120mila mq, acquisiti il 29 giugno 2007 da una controllata di House Building e inseriti nel Psc del Comune di Bologna approvato il 15 Luglio 2008. Uniland annuncia trionfale lo stesso giorno che ben 120mila mq di loro proprietà in zona San Vitale-Murri sono diventati edificabili grazie alla variazione nel Psc.

Paolo Bedeschi

Quando Stefanini lascia il cda di Uniland, è Paolo Bedeschi, presidente di Coop Reno, a sostituirlo. Resterà in cda dal 27 ottobre 2006 al 31 dicembre 2010, addirittura nel ruolo di vicepresidente dal 27 settembre 2010 all’11 novembre. Un ruolo certamente non «marginale». E nemmeno ad esclusivo titolo personale, se lo stesso Bedeschi dichiara al Carlino il 4 febbraio 2011 che i legami tra Coop Reno ed Uniland in effetti ci sono. Il riferimento, in particolare, è ad una certa operazione commerciale a Monghidoro: «qualcosa guardavamo -ammette con imbarazzo- c’era un vecchio negozio…», riferendosi probabilmente ad un piccolo immobile commerciale, 157 mq, su via del Mercato, all’epoca del valore di 140mila euro, ma «non mi scandalizzo se una cooperativa si guarda attorno nel mondo degli affari». A maggior tutela della capatina di Coop Reno nel “mondo degli affari”, nel cda di Uniland c’è da sempre anche Riccardo Ascari, consulente tributarista della cooperativa. Ascari, addirittura, era consigliere d’amministrazione già nella Cem spa. Per i suoi ruoli in Uniland e controllate, Ascari viene pagato 40mila euro, stando all’ultimo bilancio.

Adriano Turrini

Ad aprile 2010 Mezzini stringe un patto con Coop Costruzioni tramite la controllata UniRe, rete di franchising immobiliare che riunisce precedenti società radicate sul territorio. L’accordo prevede che la cooperativa «affidi il proprio portafoglio immobili destinato alla vendita» ad UniRe. Inoltre CoopCostruzioni costruirà immobili per UniRe o sue controllate, e insieme «valuteranno operazioni immobiliari su tutto il territorio nazionale ove presente la rete del Gruppo Uni RE; progetteranno unità immobiliari in linea con il portafoglio richieste nella Banca Dati del Gruppo Uni RE».

Adriano Turrini, presidente di Coop Costruzioni e consigliere di House Building dal 27 luglio 2007 all’Ottobre 2010, sostiene che il suo ruolo nella vicenda sarebbe «del tutto marginale», e soprattutto a titolo personale. Al telefono ci spiega: «Abbiamo siglato accordi molto simili con almeno 20 società di franchising immobiliare, perché quello che ci premeva era trovare una collocazione sul mercato per il nostro invenduto». Turrini che è «sereno e a posto con la coscienza» aspetta il giudizio della magistratura, ma ci tiene a precisare che il reato per cui è indagato, “false comunicazioni sociali”, è ben diverso dai più gravi (aggiotaggio, insider trading, falso in perizia) che sono emersi dall’inchiesta a carico di altri. «Semmai si potrà dire che non ho controllato a sufficienza, se il tribunale deciderà in tal senso».

Ma Turrini ci spiega anche un retroscena significativo: «Non sono stato certo io a cercare Mezzini, lui mi propose a inizio 2007 di entrare nel cda di House Building come indipendente e in vista della quotazione in Borsa. Io mi presi sei mesi per pensarci su e alla fine accettai. Non avevo alcun elemento che mi inducesse sospetti».

Tra gli altri nomi rilevanti nei cda delle due principali società, c’è anche l’ex sindaco di Imola Raffaele De Brasi. Il politico del Pd è stato nel cda di House Building dal 10 gennaio 2011 al 12 febbraio. House Building, sede sociale ad Imola, ha molti interessi (e attività in corso) in zona, tra cui otto dei 63 appartamenti che la società si è aggiudicata nel bando della Regione “Una casa alle giovani coppie” dell’ottobre 2009. In totale House Building si è aggiudicata 63 dei 123 appartamenti selezionati in provincia di Bologna, tramite la stessa House Building e le controllate Futa srl e Villa del Cedro srl.

Ma De Brasi è forse solo l’ultimo dei “gioielli” collezionati nel tempo da Mezzini, che in più occasioni usava queste presenze nei cda delle sue società come garanzia di indipendenza e serietà. O forse, più sottilmente, per accreditarsi definitivamente come parte integrante del famoso “sistema emiliano”. Un sistema fatto di relazioni, conoscenze, visioni comuni. Un club nel quale l’ingegnere di Monghidoro senza storia politica né economica voleva forse assolutamente entrare e che adesso lo lascia bruscamente sulla porta d’ingresso.

 

Società Per Azioni?

Per quotarsi in Borsa, è la legge, bisogna lasciare almeno il 20% delle azioni libere sul mercato. Questo significa inserire nella propria azienda una platea di piccoli e grandi azionisti, che se non possono mettere becco sulle decisioni aziendali, possono però informarsi, fare domande, sollevare perplessità. Significa anche che il mercato, ricettivo ai segnali esterni ed interni, è volubile e premia chi si muove bene, in fretta e soprattutto lo comunica efficacemente.

Come curare l’immagine: le comunicazioni di Uniland e le assemblee degli azionisti deserte

Le comunicazioni di Uniland, messe in fila, sono meticolose. Il loro obiettivo è trasmettere la solidità e dinamicità della società, per far lievitare il valore delle azioni. In un’occasione Mezzini si spinge anche ad intervenire su un forum specializzato nel quale alcuni piccoli azionisti si lamentavano del crollo di valore delle azioni (una perdita dell’80% tra 2007 e 2010, il 50% solo tra 2009 e 2010). Mezzini difende come un leone l’operato dell’azienda e rintuzza critiche e perplessità, spingendosi addirittura a giocare con un azionista scoraggiato, assicurandogli che, a richiesta, avrebbe rilevato anche le sue azioni. La fiducia, in Borsa, è la merce più pregiata.

Il rapporto del gruppo Uniland con Piazza Affari e i piccoli azionisti comincia però col piede sbagliato già dalla prima assemblea, straordinaria. E’ la prima dopo l’acquisizione di Perlier spa da parte di Cem, e deve ratificare il cambio di nome in “Uniland”, l’aumento di capitale parte dell’accordo di acquisizione e la nomina di un consigliere d’amministrazione eccellente: il presidente di Coop Adriatica Pierluigi Stefanini. L’assemblea viene convocata a Monghidoro minacciata da una tormenta di neve. «Per evitare che arrivassero gli azionisti Perlier» denuncia un piccolo azionista, che testardamente si arrampica con un giorno di anticipo sull’Appennino, per vederci chiaro. Di quell’assemblea fa un dettagliato resoconto sul sito Spaitalia.it, sollevando dubbi sul tempo, il luogo e le procedure. Ma non si tratta di un caso isolato. Anche la prima assemblea della controllata House Building subito dopo la sua quotazione  in Borsa è convocata per il 30 aprile 2010 alle ore 20, sempre a Monghidoro, e in seconda convocazione la mattina del 1° Maggio, festa dei lavoratori. Quest’ultima circostanza ha poi portato ad una denuncia al collegio sindacale di House Building da parte di alcuni piccoli azionisti. Denuncia alla quale il presidente del collegio, Sergio Massa, già sindaco di Perlier spa, curiosamente rispondeva così: «Il Collegio sindacale, anche in considerazione dei rilievi di cui sopra, si trova costretto a rilevare che l’organizzazione amministrativa interna della società non corrisponde ancora completamente alle esigenze richieste per una corretta gestione di una società quotata». Non proprio la gioiosa holding di livello internazionale che Mezzini cercava di accreditare.

La reazione dei piccoli azionisti e le grandi manovre del cda

Intanto il valore delle azioni Uniland e House Building è crollato, dalla loro quotazione in Borsa ad oggi, e i piccoli azionisti (circa il 20% in entrambe le società) rischiano di perdere tutti gli investimenti fatti. In molti si stanno già organizzando per reagire. Parla Renato Santi, coordinatore di un gruppo di investitori: «Ci stiamo organizzando per fronteggiare gli sfortunati eventi che si sono succeduti già da inizio anno. All’inizio le finalità erano quelle di verificare se uniti si poteva raggiungere una forza tale (almeno l’1% delle azioni) al fine di presentare una propria lista (veramente indipendente) per l’elezione dei membri del nuovo Consiglio di Amministrazione: volevamo far sentire la nostra voce in seno all’azienda. Ora invece, dopo gli ultimi eclatanti accadimenti, l’interesse primario è volto a salvaguardare i nostri interessi e nella speranza di una continuità aziendale». Per il momento si tratta di circa 100 persone, e il tetto dell’1% è stato «ampiamente superato». In attesa di notizie dalla procura, il gruppo sta «vagliando ogni minima possibilità, dall’associazione allo studio legale specializzato. Alcuni incontri sono già stati fatti, altri saranno fatti durante questa settimana».

Per parte sua, denuncia Spaitalia.it, Mezzini ha gestito bene i suoi tempi, vendendo al prezzo giusto al momento giusto. Secondo il sito di informazione economica, la quotazione di House Building presenta alcune anomalie: «Il 30 dicembre, il giorno dopo l’inizio delle quotazioni ed il +67% in Borsa, la Uniland di Mezzini vendeva già le prime 22.000 azioni. Dopo le feste la musica non cambiava: il mercato era euforico, tutti cercavano di metter mano sulle azioni della piccola società imolese, e Mezzini continuava a vendere. Oltre 60.000 azioni a 6,21€, altre 40.000 a 6,33€, ed ancora quasi 6.000 a 6,45€. Considerato che gli azionisti di Uniland avevano potuto acquistare le azioni House Building ad un prezzo di prelazione di 1,85€, per la spa di land banking bolognese (ed il suo proprietario), il gain (guadagno, ndr) era notevole: in una sola settimana il valore di 131.590 azioni di House Building era passato da 243mila ad oltre 777 migliaia di euro. Una plusvalenza di oltre mezzo milione di euro!»

I piccoli azionisti, comunque, non sono gli unici a muoversi: anche il cda di Uniland, accettate le dimissioni degli arrestati, corre ai ripari e cerca di salvare il salvabile prima dell’affondamento, deliberando lo scorso 12 febbraio «di dare mandato disgiunto al Presidente del CdA ed al Consigliere Ing. Gianni Cesari di raccogliere manifestazioni di interesse per l’alienazione di alcuni assets comunque non strategici ma che per la loro particolare natura potrebbero essere maggiormente soggetti a perdite di valore ove perdurasse l’attuale stato di apparente incertezza e sfiducia in merito alla capacità della Società e del Gruppo di perseguire con continuità ed efficacia i rispettivi scopi sociali». Non un bel segnale al mercato, che aspetta con scetticismo il nuovo piazzamento delle azioni, ora in buona parte sequestrate dalle Fiamme Gialle.

 

“La ricchezza della terra”

Come si trasforma una piccola azienda edile in un impero finanziario con rapporti eccellenti e grande visibilità? Un’analisi accurata dei bilanci e delle comunicazioni della land bank di Monghidoro può aiutare a trovare una risposta. Sono due, in particolare, i “casi” centrali nella vicenda Uniland. Li analizziamo nel dettaglio.

San Lazzaro: quel pezzo di terra di nessuno

L’ascesa dell’ingegner Mezzini comincia a San Lazzaro di Savena. Dall’uscita 13 della tangenziale si imbocca la via Caselle, che porta al centro di San Lazzaro, passando per un paesaggio fatto di terreni incolti, capannoni industriali e case in ordine sparso. Buona parte di quei terreni, ora inghiottiti dalle erbacce o asciugati dal sole, sono terre di Mezzini. La proprietà formale era di Caselle srl, che l’aveva acquistata per 6 milioni di euro nel giugno 2002, a debito. Su una parte dei 147mila mq era prevista la costruzione di un complesso commerciale (circa 10mila mq su una porzione di terreno di 20mila mq) e la vendita del tutto alla Futura Immobiliare per circa 6 milioni entro il novembre 2004, chiavi in mano, permessi di costruzione inclusi. I permessi si fanno attendere e la Caselle diventa inadempiente con Futura Immobiliare (poi Eurofuturo spa): quindi si iscrivono a bilancio di Caselle 9 milioni di debiti (circa 6 per il terreno e 2 come penale). Si tratta di una piccola società, con ingenti perdite, quindi. Ma arriva la cavalleria: nel 2004 il terreno viene inserito come “polo funzionale” nel Piano territoriale di coordinamento provinciale della provincia di Bologna. Che significa? Ce lo spiega Uniland in un comunicato: «Tale qualifica, oltre a valorizzare il terreno, consente l’attuazione dei comparti non più mediante la procedura urbanistica usuale (Poc–Rue, ovvero Piano Particolareggiato Progetto Esecutivo) bensì semplicemente sottoscrivendo un Accordo Territoriale, ai sensi degli artt. 15 o 18 della L.R. 20/2000,riducendo così notevolmente i tempi necessari all’ottenimento dei permessi a costruire». Si costruisce prima e meglio, anche perché il comune di San Lazzaro, stando ai bilanci Uniland, in più occasioni aveva promesso una variazione nel Piano urbanistico (ora Piano strutturale comunale) per aumentare l’indice di edificabilità della zona fino ad un massimo di 0,55 mq/mq, vale a dire quasi decuplicare la superficie edificabile del terreno (fino ad 80mila mq). Per tutte queste ragioni, a gennaio 2006 la perizia di Remax (a firma Chiara Zerbini, indagata e, incidentalmente, vice presidente giovani imprenditori di Ascom) stabilisce che quel terreno vale ben 52 milioni di euro, quasi 9 volte tanto rispetto al valore precedente. Ora, un pezzetto alla volta, Uniland sta vendendo dei pezzetti di quella proprietà, al doppio del prezzo di costo: l’ultima tranche è di 4300 mq per 2,6 milioni con accordo dell’11/12/09.

Quello che importa, però, è che grazie alla rivalutazione una piccola società con 9 milioni di perdite e 10mila euro di capitale sociale acquista un valore di ben 34 milioni di euro, consentendo a Mezzini di quotarsi in Borsa e farci una gran bella figura. Come? La Cem spa, in quel momento capofila delle società facenti capo all’ingegnere, diventa spa e aumenta il suo capitale da 100mila a 35 milioni di euro. Qualche centinaia di migliaia di euro ce li mettono Mezzini e famiglia. Il resto, 34 milioni,sono crediti compensati derivanti da Cemlux S.a.(proprietà Mezzini, ma sede in Lussemburgo) per l’acquisto di Caselle. In pratica Cemlux rileva la Caselle per 70mila euro per poi rivenderla alla Cem spa per 34 milioni di euro. Non ci sono soldi veri, in questa operazione, fatta eccezione per poche centinaia di migliaia di euro. Tutto il resto è controvalore espresso in azioni, pezzi di carta. E perché proprio 34 milioni di euro? A stabilire quella cifra è una perizia di Mauro Cassanelli (indagato), citata a sua volta nella perizia giurata del dott. Graziosi (anche lui indagato). A Cassanelli viene chiesto di stabilire il valore reale della società ai fini della cessione da parte di Cemlux a favore di Cem spa. In questo modo Cem spa raggiunge un patrimonio del valore di 35 milioni, un buon biglietto da visita sui mercati finanziari. Pochi mesi dopo, infatti, la società di Mezzini, con i suoi 35 milioni di euro di portafoglio, lancia un’opa sulla Perlier spa, quotata in Borsa, e la scala. Attraverso la Cemlux S.a., Mezzini concorda un aumento di capitale riservato in Perlier pari al valore della stessa Cemlux (circa 163 milioni, a conti fatti), su 48 milioni di azioni (il 100%) per un valore totale di 17 milioni di euro. In realtà ce ne metterà circa 10. Chi gli dà i soldi? Carisbo, con un finanziamento di 21 milioni di euro a copertura sia dell’acquisto di azioni Perlier che di due terreni di Ferrara e Ravenna (altri 4,5 milioni in totale).Nel passaggio dal terreno privo di autorizzazione a costruire a Piazza Affari, Mezzini ci ha messo poco e niente di tasca sua, quindi.

Mauro Cassanelli, intanto, è entrato nel collegio dei sindaci Uniland (organo di garanzia che dovrebbe controllare i documenti societari a tutela dei piccoli azionisti) e ci resterà come Presidente fino ad oggi, cumulando anche l’incarico di sindaco in House Building. Da queste due società Cassanelli percepirà 50mila euro l’anno in emolumenti. Coincidenze?

Ferrara: il grande progetto industriale

Sulla strada che da Ferrara porta a Poggio Renatico, vicino al casello di Ferrara Sud, c’é un’area che da almeno 10 anni é considerata una “potenzialità”, e come tale viene inserita nella bozza di documento preliminare del Psc di Ferrara nel 2003. Fino a tutto il 1999, almeno, sul terreno c’era un progetto di outlet, mai approvato dall’amministrazione: dopo qualche tempo, infatti, la holding inglese interessata alla trasformazione si era sfilata dall’affare. Il 31/07/05 Cemlux acquisisce il terreno (oltre 170mila mq) tramite la controllata Este real estate per 2 milioni di euro (prestati da Carisbo, come abbiamo visto). Mezzini presenta un progetto magnifico, che affrancherebbe Ferrara dalle sonnacchiose nebbie padane per proiettarla nell’empireo dei grandi centri produttivi e commerciali. Stando alle dichiarazioni dello stesso Mezzini al Resto del Carlino, si trattava di «oltre 100mila mq coperti con 250-300 dipendenti; profumi ed essenze naturali provenienti dall’Oriente saranno lavorati e smistati in Europa e America. Ferrara diventerà la Città della cosmetica».

L’allora assessore all’urbanistica, Raffaele Atti (ora nella segreteria regionale del Flai-Cgil) si pronuncia favorevolmente sul progetto presentato da Mezzinicon una lettera indirizzata alla società, in cui si spiega che se le intenzioni sono serie il Comune è pronto a fare tutti i passi necessari per garantire una variante urbanistica con un Accordo di programma tra Comune, Provincia e Uniland, senza aspettare l’approvazione del Piano strutturale comunale. Siamo a fine 2005. Poche settimane dopo il perito Chiara Zerbini di Remax valuta che il terreno, dato il parere positivo dell’assessore Atti, vale 160 milioni di euro. Un aumento di valore di 80 volte, nel giro di 6 mesi. Praticamente un miracolo.

L’assessore Atti, intervistato, spiega: «Ho saputo di questo uso della mia lettera solo dopo un articolo del Sole 24 ore in cui si parlava proprio di quel terreno, e si sollevavano dubbi sulla trasparenza di quelle operazioni». Dopo questo episodio l’entusiasmo si raffredda e il progetto si arena. Anche perché, spiega Atti, «Mezzini aveva presentato come garanzia di serietà la presenza di Pierluigi Stefanini (all’epoca presidente di Coop Adriatica, poi presidente di Unipol, ndr) nel consiglio di amministrazione. Io mi informai e cominciai ad usare prudenza, perché la risposta che ottenni fu: “Noi con quelli non c’entriamo nulla, siamo lì solo perché abbiamo ceduto un terreno a Ravenna in cambio di azioni Uniland”».

L’entusiasmo di Uniland per quel terreno e le sue potenzialità, però, non si raffreddano. In un comunicato dell’ottobre 2009, Uniland sostiene che il Psc approvato il 20/04/09 dal comune di Ferrara attribuisce un indice di edificabilità di 0,6 mq/mq. Ma Atti spiega che quella cifra era solo il massimo valore attribuibile a quel tipo di terreno, l’indice di edificabilità deve ancora stabilirlo il Piano operativo comunale, non ancora approvato. Come vendere la pelle dell’orso prima di averlo ammazzato, insomma. Solo che per la Borsa queste potrebbero essere considerate “false comunicazioni sociali”.

Su questo terreno, con accordo del 23/09/10, Uniland ha poi ceduto una parte (oltre 3mila mq) alla Finmco spa, per 3 milioni di euro (1000 euro al mq; lo avevano acquistato a poco più di 10 euro al mq, nel 2005). Come contropartita Uniland ha acquistato quote per 2 milioni di euro della Gualtieri (il 55%), finora controllata Finmco, la quale sta costruendo un centro commerciale vicino Reggio Emilia di 11mila mq, 36 negozi, cinema multisala. Un bell’affare, si direbbe.

Questi due terreni, più un terzo vicino Ravenna, anch’esso ultra rivalutato (da 183mila a 49 milioni), costituivano il 90% del valore del patrimonio immobiliare Uniland (262 milioni di euro su 290 circa) all’atto della quotazione in Borsa. Secondo la procura le perizie erano gonfiate, e questa circostanza ha consentito all’ingegner Mezzini di ottenere la fiducia del mercato, per poi crescere e crescere. Una fiducia chiaramente malriposta, se le accuse fossero confermate. Una cosa è certa: questi episodi risalgono al 2005-2006. Sono passati esattamente cinque anni, prima che qualcuno si interessasse del caso Uniland. E un’occhiata alle carte sarebbe bastata quantomeno a farsi venire un dubbio. Il processo ci dirà se si tratta di dubbi fondati o no.

 

La protesta dei ricercatori Unibo

Ricercatori o falegnami? Storia di un’assemblea

di Claudio Magliulo

Il primo dettaglio a colpire l’occhio sono le tante teste imbiancate e quelle orfane di capelli. I ricercatori strutturati (cioè a tempo indeterminato) dell’Università di Bologna sono raccolti nell’aula magna di Psicologia, composti e attenti. Circa 80 persone, età media pericolosamente vicina ai 50, stretti nei cappotti per il freddo che pervade l’aula non ancora riscaldata.

E’ il 12 di Ottobre. Per il giorno 14 è prevista l’approvazione del ddl Gelmini in una seduta-fiume alla Camera, e i ricercatori si incontrano per discutere e coordinarsi. La riforma sarà poi rimandata a dicembre, per contrasti, sembra, tra il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il moderatore, anche lui ricercatore Unibo, apre l’assemblea annunciando che un foglio girerà per registrare le firme di chi intende andare il 16 a Roma, alla manifestazione della Fiom, cui aderisce anche la Rete 29 Aprile e il coordinamento dei ricercatori precari. Servono almeno 50 nomi per formare un pullman. «Manifestazione, tra virgolette», la chiama, perché l’idea di scendere in piazza e protestare forse non si addice a chi ha creduto per anni di svolgere un ruolo di alto profilo professionale. Un ruolo che, con la riforma, dovrà scomparire. Per lasciare il posto a cosa? E’ questa la domanda a cui tentano di rispondere i ricercatori, scandagliando ogni piccolo emendamento discusso in commissione alla Camera. L’approccio è cauto, lontano anni luce dall’agitazione dei ricercatori precari e dalla forte politicizzazione delle assemblee degli studenti. Anche se tra quegli 80 sono in tanti ad aver negato la propria disponibilità a tenere lezioni (mettendo in questo modo in ginocchio la macchina delle Università), ora non si parla più di mobilitazione. Alcuni di loro sono già stati sostituiti da altri docenti, molti si sono tirati indietro. E gli ultimi 80 mohicani girano attorno ad uno specifico emendamento, in realtà cruciale: la modifica dell’articolo 5bis del ddl, nel quale si prevedono 1500 posti da professore associato banditi ogni anno dal 2011 al 2017. Totale: 9mila. E’ l’emendamento che, come denuncia Francesca, ricercatrice precaria, «serve solo a dare un contentino a chi finora si è reso indisponibile, mettendo in difficoltà il sistema universitario. Ma non c’è nessun discorso lungimirante, è solo un modo di mettere una pezza al problema». E la Ragioneria dello Stato, intanto, ha già informato il Parlamento che quella norma non ha copertura finanziaria. Uno specchietto per le allodole?

A metà assemblea interviene il prof. Sobrero, stretto collaboratore del rettore Ivano Dionigi, che riporta l’impegno di Unibo nell’emendare la riforma (concretamente si tratta di due emendamenti sulla governance dell’ateneo) e lancia un appello alla moderazione: «Confrontiamoci dentro gli spazi dell’università, non facciamo opposizioni». E a chi gli chiede di impegnarsi a nome del rettorato per garantire supporto alle ragioni dei ricercatori, Sobrero risponde lapidario: «Non sono venuto qui per assumere impegni o fare promesse». L’aria si scalda quando un ricercatore tra i più giovani si alza dalla platea per denunciare l’eccessiva arrendevolezza dei colleghi. Ma in tanti gli spiegano che il fronte è diviso e a decine sono ormai pronti a tornare in cattedra. E allora il massimo che si può chiedere ed ottenere è qualche posto per i ricercatori negli organi di gestione dell’Università, e nella potente commissione Statuto che scriverà le regole della nuova Università nell’era Gelmini. «Vogliamo un tavolo!» è il grido. E uno studente venuto per assistere all’assemblea esce dall’aula e sottovoce commenta sconsolato: «Questi non fanno i ricercatori, fanno i falegnami…». Alla fine il foglio delle firme torna quasi intonso: «Hanno firmato in quattro. Quindi niente pullman» decreta il moderatore. Amen.

 

Cronache dalla protesta universitaria

di Giovanni Stinco

Nessuno lo diceva apertamente, ma tutto sembrava già perduto. Anche i presìdi di fronte a Montecitorio e ai rettorati di mezza Italia apparivano, agli occhi dei più, come l’ultima stanca mareggiata di protesta prima dell’approvazione definitiva del ddl Gelmini, la riforma che avrebbe dovuto ridisegnare completamente la faccia del sistema universitario italiano. E in effetti alla vigilia della prevista votazione il clima era cupo, anche a Bologna. E’ invece bastato l’ennesimo dissidio interno di una maggioranza e di un governo sempre più litigiosi per fare saltare il banco e rimandare a data da destinarsi una riforma fino a poche ore prima data per approvata.

La davano già per approvata i ricercatori a tempo indeterminato, che ai giornalisti dichiaravano di “tenere alta la mobilitazione” e nelle loro assemblee interne disperavano di riuscire a mantenere ancora a lungo l’indisponibilità, il rifiuto di fare lezione gratuitamente. La davano già per approvata anche i loro colleghi precari, che appoggiavano le annunciate manifestazioni studentesche, ma poi sottovoce aggiungevano un emblematico “solo perché è giusto farlo”.

Dopo tutto la situazione non era delle migliori. I giornali avevano dato poca attenzione all’assemblea nazionale dei ricercatori precari che da tutta la penisola erano confluiti a Bologna per giocare la carta della delegittimazione della Crui, la Conferenza dei rettori delle università italiane. Un ente non espressamente previsto dalla legge ma che da anni di fatto tratta col governo a nome di tutte le università. “Non ci rappresenta più, i nostri rettori non li abbiamo nemmeno potuti votare”, hanno dichiarato i precari chiedendo il ritiro del ddl gelmini. La Crui invece non ha aperto bocca, se non per esprimere preoccupazione per eventuali ritardi nell’approvazione della riforma. Ma la notizia della delegittimazione non è passata e l’assemblea si è chiusa con un documento che è non è uscito dalle mailing list del movimento.

Poi è stato il turno dei ricercatori a tempo inderminato, fortunati perché non più precari ma colpiti dall’annunciata riforma perché il loro ruolo sarebbe sparito con il nuovo assetto dell’università italiana voluto dalla coppia Tremonti-Gelmini. Dopo aver dichiarato l’indisponibilità  a luglio e aver retto per mesi la pressione di Governo, Crui e Rettorato,  si sono ritrovati stanchi e sfiduciati alla vigilia del voto alla Camera del 14 ottobre. “Che ognuno scelga da solo se continuare a non insegnare o se tornare in aula”, ha chiesto una ricercatrice di Lettere, fino al giorno prima annoverata tra i duri e puri della protesta. Era solo stanchezza, e la presa di coscienza di essere sempre di meno. “Almeno due giorni, cosa vi costa aspettare fino alla votazione?”, si è ritrovato a supplicare in assemblea uno dei cordinatori della protesta. Alla fine, e con molte incertezze, è stato ascoltato.

Poi, a meno di 24 ore dal fatidico voto, la notizia bomba: “La ragioneria dello stato stoppa la legge, non c’è copertura finanziaria”. Frase che in una manciata di minuti è rimbalzata decine di volte sulla mailing list nazionale dei ricercatori. E l’effetto è stato dirompente. I dubbiosi hanno riguadagnato la determinazione di luglio, i rassegnati sono diventati euforici per la temporanea vittoria. Sicuramente una boccata di respiro per una mobilitazione partita troppo presto per i ricercatori e troppo tardi per gli studenti che, almeno a Bologna, dovevano ancora carburare.

Il resto è noto, con la manifestazione studentesca del 14 ottobre che ha fatto “gioiosamente irruzione” prima a Lettere e poi al rettorato. “Occupiamo la mensa”, ha urlato qualcuno, forse reduce dalle vecchie imprese del novembre 2005, quando al posto della Gelmini c’era la Moratti e la riforma dell’università, l’ennesima di una lunga serie, doveva ancora essere approvata. Nessuno lo ha ascoltato, soddisfatti com’erano tutti della giornata e di avere davanti a sé ancora tempo per provare a fermare la riforma dell’università.

L’Onda non c’è stata, ma per questa volta è andata bene lo stesso.

La ricerca di Ferrara che non vale un soldo bucato per Stato e Regione

INCHIESTA

1 aprile 2010

di Claudio Magliulo

Un laboratorio di ricerca sull’energia solare che tira avanti grazie ai dottorandi. Un brevetto di livello internazionale che fatica a passare in produzione per incapacità (o avversione) del Governo. Perchè in Italia, si sa, la ricerca conta meno del due a briscola.

Sarà quasi certamente (manca ancora l’ufficialità) Domenico Sartore, referente italiano della multinazionale berlinese Solon, specializzata in energie rinnovabili, a rilevare la CPower di Ferrara e con essa brevetti di altissimo livello. Una grande occasione persa per il pubblico, che avrebbe potuto svolgere in questa partita un ruolo da protagonista, ma tra tagli alla ricerca e burocrazia, non ha avuto scelta.

All’inizio coordinati dal professor Martinelli (dipartimento di Fisica di Ferrara) e in seguito all’interno di CPower, un gruppo di ricercatori aveva intrapreso un percorso di ricerca sulla tecnologia “a concentrazione”. Successivamente, in CPower, la ricerca si è concretizzata in un rivoluzionario pannello fotovoltaico, il Rondine. Funziona così: ognuna delle cellette che compongono il pannello è composta da un sistema di specchi che riflettono e concentrano la luce solare su una superficie molto ridotta, consentendo di utilizzare un quantitativo di silicio (componente fondamentale che trasforma la luce in elettricità) 25 volte inferiore e abbassare sensibilmente i costi mantenendo intatta la produttività.

Un’innovazione che fa gola a tanti e che ci consentirebbe di diventare un Paese produttore di pannelli come Germania e Giapponeinvece che esclusivamente acquirente. Il grosso del margine nel business solare, infatti, non viene certo dall’elettricista che installa il pannello da 6 kilowatt sul tetto di casa. Viene dalla produzione industriale di pannelli fotovoltaici, su brevetto esclusivo.

In altri Paesi europei esiste una programmazione in materia. Nel nostro, manco a dirlo, non si prende per fame solo la ricerca di base (ad esempio depotenziando l’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), ma anche quella applicata, che pure ha dimostrato di poter dare risultati straordinari per il sistema-Paese. Il team di ricercatori ha calcolato che per ogni pannello costruito secondo il loro brevetto, il risparmio nei costi sarebbe del 50%. Anche a Ferrara, comunque, hanno capito da tempo che pietire fondi dalle istituzioni non paga, e hanno scelto la strada dello spin-off. Tre anni fa, quando la tecnologia non era ancora definitivamente pronta, si è costituita la CPower (tra i soci Carife, Università di Ferrara, e alcuni imprenditori tra cui Domenico Sartore, principale finanziatore) per completare la fase di ricerca e progettazione ed iniziare la produzione industriale. Fino a quel momento tutto fatto in casa dell’Università, grazie ad una specifica forma di contratto che consente alle società costituite per lo spi-off da ricerche universitarie di usufruire, a pagamento, dei locali dell’Università. Le attrezzature, ovviamente, a carico della CPower.


Ma qui sorgono i problemi. Perché per montare i pannelli solari lo Stato concede un incentivo, il Conto Energia, che consente di ammortizzare sensibilmente i costi dell’installazione
: chi possiede l’impianto ha la possibilità di vendere l’energia prodotta alla rete elettrica. In media l’impianto si ripaga in pochi anni, mentre l’incentivo ne dura 20. Ma il decreto ministeriale specifica quali tecnologie di pannelli sono ammesse e quali no. Alla CPower i tecnici di Scajola hanno fatto sapere che la loro tecnologia non sarebbe stata inclusa nel  Conto Energia. Almeno fino al 2011, quando entrerà in vigore il nuovo Conto, di cui già circola una bozza. «Un veto incomprensibile – ha commentato ad Energia24 Marco Stefancich di CPower – e che a volte ci fa pensare a manovre di lobby contro di noi».

Per coincidenza, giusto un anno dopo l’approvazione del primo Conto Energia la Arendi, produttrice di pannelli a fotovoltaici a film sottile (altra tecnologia innovativa), ottenne, forse anche grazie ai buoni uffici della socia (nonchè presidente di Confindustria) Marcegaglia, che il suo prodotto fosse incluso nel decreto. Ma la CPower non aveva santi in Paradiso: di certo non Assosolare, l’associazione dei produttori di pannelli solari, per la quale «il Conto Energia  va benissimo così com’è». Senza pannelli a concentrazione che, se fossero stati immediatamente commercializzabili, avrebbero fatto perdere una grossa fetta di mercato ai produttori di pannelli “classici” rappresentati da Assosolare.

E nel frattempo, manco a dirlo, la CPower è finita in liquidazione volontaria: vallo a spiegare alle banche che, forse, nel 2011 sarai messo alle stesse condizioni dei tuoi concorrenti. In un mercato “drogato” dagli incentivi, non potervi accedere significa restare fuori dalla partita. E tre anni di start-up sono insostenibili per qualunque azienda. Ma al ministero questo lo sanno bene.

Per sostenere i costi di una tecnologia così avanzata ci vogliono ingenti risorse. I privati, Sartore in testa, ci hanno già messo un milione di euro. L’ateneo di Ferrara, invece, piange miseria come tutte le università e i centri di ricerca italiani. E i ricercatori sopravvivono come possono. Quelli che hanno deciso di fondare CPower e lasciare l’Università, seguono le vicende della loro azienda e non mollano. Nel laboratorio del dipartimento di Fisica, invece, si lavora a ranghi ridotti. Il quotidiano lo gestiscono quattro dottorandi. Unico stipendiato dall’Università il responsabile scientifico Martinelli, mentre al ricercatore Vincenzi lo stipendio di 1.500 euro al mese lo paga il Cnism, uno dei tanti istituti che ogni tanto fa un bando per finanziare la ricerca. «Formalmente è una borsa di studio», sorride amaro. E se gli si chiede cosa si aspettava quando è tornato dall’estero risponde con una battuta: «Non mi aspettavo certo i ponti d’oro, ma qua non ci fanno manco i ponti tibetani!». Nel frattempo Martinelli e Vincenzi si stanno concentrando tra le altre cose anche su un’altra linea di ricerca, quella sui “substrati”, la materia prima di un possibile pannello fotovoltaico. Una ricerca importante che necessita di fondi e investimenti.

Appurata la mancanza di interesse per la ricerca da parte del governo, i problemi finanziari restano intatti: con i fondi di Ateneo, infatti, ci si paga a stento il telefono. E la Regione? Tra le risorse del Fondo europeo di sviluppo regionale c’è un asse di finanziamento dedicato tutto alla ricerca, ma quei fondi viale Aldo Moro preferisce vincolarli al mastodontico progetto dei tecnopoli. Saranno forse 10 in tutta la regione (con oltre 50 tra strutture di ricerca e centri per l’innovazione), e coinvolgeranno le Università e gli istituti, come il Rizzoli, che già hanno entrature presso il governo regionale. Solo per l’esercizio finanziario del 2010, l’assessorato alle Attività produttive ha in cassa circa 35 milioni di euro per finanziare questo progetto. Ma le prime attività di laboratorio si vedranno non prima del 2016. Nel tecnopolo sull’energia, manco a dirlo, il laboratorio di Ferrara non è stato incluso.

Per sostenere una ricerca come quella di Martinelli e Vincenzi, invece, basterebbero 15 milioni di euro, su base pluriennale. E’ difficile fare delle stime, ma è certo che il settore delle energie rinnovabili può costituire un asse portante della competitività regionale e nazionale. Prendendo come semplice esempio la CPower, se la produzione di pannelli a concentrazione andasse avanti, sarebbero elevatissime le ricadute per il sistema regionale. Basti pensare solo all’ulteriore attività di ricerca possibile con gli utili della CPower, per non parlare dei tetti solari in più installabili grazie al costo ridotto di questa tecnologia.

Ma anche la Regione tace. O meglio, preferisce investire in “centri di eccellenza” che allo stato attuale non assicurano alcuna eccellenza in più di quella già a disposizione dei singoli laboratori ed istituti meritori che andranno ad abitarli.

Alcune dirette concorrenti di CPower, invece, come la tedesca Concentrix e l’americana Solfocus, hanno avuto oltre 100 milioni di finanziamenti statali o da gruppi industriali, come raccontano dal team di CPower. «Basterebbe solo che i nostri imprenditori diversificassero di più, dando spazio anche alle tecnologie per l’energia rinnovabile tra le proprie attività» spiega l’ing. Zurru.

Si può essere ottimisti, a Ferrara? Certo. Qualcuno potrebbe credere nel progetto di CPower e investirci, sempre che il governo decida di sbloccare l’accesso agli incentivi del Conto Energia. Ma le speranze sono riposte sempre e solo in un gruppo di dinamici ricercatori fuoriusciti dalle secche della burocrazia universitaria e nella lungimiranza di chi vorrà sostenerne il lavoro.

Il pubblico, come d’uso, non è pervenuto.

Sul suo sito la grande multinazionale tedesca delle rinnovabili, Solon, scrive: «Siamo combattenti che si battono con passione per una svolta ecologica sul mercato dell’energia. Con le nostre innovazioni rivoluzioniamo lo sfruttamento dell’energia solare». Ed ha anche un motto, alquanto significativo: «Don’t leave the planet to the stupid». Chissà, alla fine della storia, chi avrà fatto la figura dello stupido, e chi no.

 

INCHIESTA

Piano energetico regionale: tanti progetti e impegni di spesa,

ma dopo 3 anni non si muove ancora nulla

di Claudio Magliulo

 

La Regione ha i suoi tempi tecnici, si sa. Purchè non diventino biblici.
E’ quello che accade con il Piano energetico regionale: sarebbe da tre anni lettera morta, se non fosse per gli incentivi statali e il dinamismo dei privati. Che investono in energie rinnovabili, nell’attesa che i tanti progetti di viale Aldo Moro diventino operativi. E soprattutto che inizino ad erogare i sospirati fondi per l’ambiente e l’energia. Il Piano, approvato nel 2007, fissava l’asticella: entro il 2010 riduzione nei consumi di energia da fonti non rinnovabili per l’equivalente di 2.000 tonnellate di petrolio; aumento sensibile delle energie rinnovabili; investimenti complessivi (privati) per oltre 5 miliardi di euro. La Regione aveva inizialmente previsto di mettere sul piatto circa 85 milioni di euro nel triennio 2007-2010, che strada facendo sono diventati 137. Queste risorse erano solo una piccola parte di quei 5 miliardi attesi, ma non hanno mai raggiunto i destinatari. Il programma di investimenti, infatti, è partito con notevole ritardo, e solo negli ultimi mesi sono iniziate le prime erogazioni di fondi. La carne al fuoco era tanta. Nel Piano si prevedevano: programmi di riqualificazione energetica degli enti locali; sostegno alle aziende per la riqualificazione energetica; riconversione (e ampliamento) di alcune aree industriali in senso “ecologico”; messa in opera di un sistema per la certificazione energetica degli edifici; creazione di “tecnopoli” per la ricerca. A che punto sono tutti questi progetti?

Gli Enti locali e le aziende

Con il bando “500 tep”, obiettivo la riduzione dei consumi energetici da fonti non rinnovabili di almeno 500 tonnellate equivalenti di petrolio, la Regione finanzia con 3,2 milioni di euro (circa il 40% della spesa totale) l’installazione di pannelli fotovoltaici, impianti geotermici, etc. 268 i progetti presentati, di cui 39 da enti pubblici (prevalentemente amministrazioni comunali). Il bando scadeva a Novembre 2009, ma fino ad ora nessuno ha visto ancora un centesimo di questi fondi. Sono 130, invece, le aziende finanziate per la costruzione di impianti di energie rinnovabili: 15 milioni di euro in totale. Ma anche qui le erogazioni sono ferme. Allora come si spiega il raddoppio del solare fotovoltaico registrato nell’ultimo anno? Per Costantino Lato, dell’ufficio studi di Gse (il gestore del servizio elettrico che agisce come intermediario per la vendita e l’acquisto di energia da fonti rinnovabili), il merito è tutto del Conto Energia: «La crescita è dovuta mediamente ad impianti piccoli o piccolissimi realizzati da privati, che godono del finanziamento statale. Neanche uno di quei kilowatt di potenza è stato generato da investimenti della Regione».

Le Apea

Si chiamano Aree produttive ecologicamente attrezzate: nella pratica un piano per la riconversione delle vecchie zone artigianali al consumo di energia da fonti rinnovabili, insieme ad un’espansione del tessuto industriale. Che negli accordi tra Provincia e Unioni di Comuni è però diventato l’elemento fondamentale. Per questo asse di intervento il bilancio regionale prevede oltre 50 milioni di euro, 98 i progetti approvati. In provincia di Bologna non è partito ancora nulla, però. Come spiega l’architetto Vignali, dell’Unione Reno Galliera: «Per ora i sindaci stanno esaurendo le aree già previste nel piano regolatore. Le Apea sono un di più. Quando le aziende smetteranno di chiudere forse partiremo…». In totale dovrebbero essere 14 le Apea tra Porretta e San Pietro in Casale. Il “di più” saranno centinaia ettari di terreno agricolo cementificato per fare spazio alle esigenze dello sviluppo industriale. Che quando il piano è partito tre anni fa sembravano inesauribile, e che adesso, nell’ombra lunga della crisi, appaiono un miraggio.

Qualificazione energetica e certificazioni

Dallo scorso anno è obbligatorio, per vendere un immobile, produrre un certificato energetico dell’edificio che lo collochi in una classe di consumo, come per gli elettrodomestici, dalla A (meno di 1,5 litri di gasolio per mq/anno) alla G (più di 16 litri di gasolio per mq/anno). Per una casa standard di 70 mq la spesa per energia (riscaldamento, elettricità, raffreddamento, elettrodomestici) potrebbe variare dai 120 euro all’anno per gli edifici in classe A agli oltre 1300 euro di una classe G. A Luglio 2010 scatterà l’estensione ai contratti d’affitto, ed è evidente quali possano essere le conseguenze sul mercato. Quasi sempre, infatti, i proprietari degli immobili chiedono l’intervento di un certificatore energetico nel momento in cui vendono o affittano. E le sorprese spiacevoli non mancano. Ma chi sono gli oltre 2mila certificatori energetici già registrati in ognuna delle varie province emiliane? La legge regionale prevede che siano tecnici con esperienza pluriennale nel settore della certificazione energetica o nella costruzione di edilizia sostenibile. Ma è evidente che per il numero imponente di edifici che andranno progressivamente valutati e certificati (oltre 2 milioni solo gli appartamenti) l’esiguo numero di chi aveva già esperienze non basta: e spuntano i corsi di aggiornamento, un centinaio finora quelli accreditati. Come il corso realizzato da Futura, società pubblica per la formazione professionale: dura 60 ore, per un costo di circa 900 euro, e vi possono accedere ingegneri, architetti, ma anche geometri e periti industriali. E c’è una certa differenza tra uno studio di architettura con 30 anni di esperienza sulle spalle e un neo-perito o geometra con poche ore di aggiornamento alle spalle. L’Emilia-Romagna è una delle pochissime regioni ad aver previsto un albo dei certificatori, ma viale Aldo Moro dovrà faticare non poco per assicurare un controllo rigoroso del sistema. Un business su cui si stanno buttando tutti, come racconta l’architetto Viola, cerificatore esperto: «L’Albo è una cosa meritoria, perchè in altre regioni è il Far-west. Solo che gli iscritti aumentano come le cavallette. E in tempi di magra tutto fa brodo, a scapito della serietà professionale».

Ma chi controlla?

E gli obiettivi di riduzione delle emissioni e del consumo di energia da fonti fossili, sono stati raggiunti?
Non è dato saperlo. Nel Piano energetico si stabiliva a pagina 43 che l’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) avrebbe controllato gli impatti ambientali e lo stato di avanzamento del Piano. Ma «nulla è stato formalizzato in questi tre anni tra la Regione e l’Arpa – spiega Michele Sansoni, della direzione tecnica- nè per realizzare studi e aggiornamenti, nè tantomeno per gestire il database su emissioni, consumi di energia, etc. Non so a chi si siano rivolti…».

La direzione generale alle Attività produttive, commercio e turismo rivendica il lavoro svolto e le risorse messe in campo. «I fondi sono stati già assegnati» scrivono in una nota, precisando che «l’erogazione del contributo non è molto significativa, perchè dipende dalla data di avvio e conclusione dei lavori di realizzazione dell’intervento oggetto del contributo». E in un comunicato stampa, l’assessore regionale Campagnoli dichiara che «complessivamente sono stati messi a disposizione del sistema produttivo regionale 93,4 milioni di euro». Ma una cosa è prevedere delle risorse, altra cosa è erogarle in modo celere, efficace. In questi tre anni il Piano energetico non ha ancora sortito risultato. Si spera che nei prossimi tre tutti questi impegni di spesa diventino risorse reali. Oppure il treno per l’economia verde potremmo rischiare di perderlo.

 

Le padanine spaccano la Lega Nord emiliana


di Claudio Magliulo e  Giovanni Stinco

11 marzo 2010

Hanno messo sotto sopra la Lega Nord. Le padanine, le tre ragazze che campeggiano sui cartelloni del candidato alla regione Marco Mambelli, sono riuscite a dividere il partito in piena campagna elettorale. Accusato di maschilismo Mambelli si difende, ma la frittata ormai è fatta. E Manuela Corradini delle Donne Emiliane dice: «L´immagine femminile ne è uscita degradata».

LE PADANINE SPACCANO LA LEGA NORD EMILIANA
di Giovanni Stinco

Sembrava lo specchietto per le allodole, i media in questo caso, per eccellenza. Un gruppo facebook che in tre giorni arriva a 600 sostenitori, tre ammiccanti ragazze che girano per Bologna rendendo “frizzante l’aperitivo del candidato Mambelli”, cartelloni  con le facce sorridenti delle suddette e la scritta “MAMBO sei tu”, infine un aperitivo di lancio della candidatura del leghista Marco Mambelli previsto per la serata di Venerdì 12 al locale Le stanze, pieno centro di Bologna. Con la speranza che radio, giornali e magari anche la tv accorrano come mosche.

Ma si sa, chi di facebook ferisce di facebook perisce. Sopratutto quando ad essere pubblicizzate non sono magliette ma idee politiche. E così nel giorno della festa della donna arrivano le prime reazioni di un popolo leghista che fino a quel momento era rimasto in disparte. Orgoglio bolognese, l’associazione fondata dal segretario cittadino della Lega Nord Manes Bernardini, fa apparire sulla sua pagina facebook la seguente frase: «la gente non arriva a fine mese e c’è chi spara delle cazzate come le padanine!». Un attimo dopo appare in rete il gruppo “8 marzo 2010 padanine ribellatevi”. «Mambelli inopportuno», grida la pagina di descrizione del gruppo. «Ancora una caduta di stile – si legge nella schermata – di una politica maschilista che travisa l’immagine pulita delle giovani militanti». Tempo 20 minuti e Bernardini invita a scegliere «non solo la forza politica ma anche il consigliere regionale! Per questo è importante scegliere, e bene». E se non si fosse ancora capito, la pagina facebook di Orgoglio Bolognese spiega, attorno alla mezzanotte, come le padanine – e forse non solo loro – siano fuori luogo: «Denigrano i nostri valori. Non le vogliamo, Bossi non le vuole…se sapesse prenderebbe a calci certi candidati!»

Insomma, se nella Lega Nord Emilia qualcuno voleva fare riesplodere rancori e scontri mai davvero sopiti, l’iniziativa delle padanine è stata il modo migliore per dar fuoco alle polveri. In rete le parole, si sa, corrono più veloci che altrove e c’è chi attacca  i detrattori delle tre ragazze parlando di guerra  nel partito. Per ora, però, il dibattito si concentra tutto sulla trovata di marketing che, come dice una militante, degraderebbe «l’immagine della donne padane a veline decorative usate solo come immagine. Comunque usate”. Ma non tutti sono critici. «Quello di Mambelli è un linguaggio nuovo pensato per avvicinare i giovani”, dice Lucia Borgonzoni, portavoce dei giovani padani di Bologna. «Noi giovani siamo tutti con Mambo, abbiamo lavorato molto assieme». Ed alla domanda ormai scontata se padanine non faccia rima con veline, Borgonzoni risponde decisa: «Assolutamente no. E’ una strumentalizzazione portata avanti da altri». E annuncia una serie di incontri tematici supportati,se così si può dire, dalle tre giovani ragazze. Probabilmente già nel party di venerdì si parlerà di mondo femminile e violenza sulle donne. La pensa come Borgonzoni anche Marco Lusetti, vice segretario regionale per l’Emilia. La Lega non rischia di essere identificata come il partito delle padanine? «Non penso, quella è la campagna di un singolo. E anche se così fosse cosa ci sarebbe di male?».

Sarà, ma intanto anche altri candidati si schierano contro i cartelloni di Mambelli. Milko Skontra, uno dei fondatori della lega in regione, grida allo scandalo: «Questa storia è fuori dai nostri principi morali e dal nostro patrimonio ideale. L’immagine delle Lega ne esce distorta. E poi questo Mambelli da dove arriva? Io non l’ho mai visto». Anche Alberto Veronesi, altro candidato alle regionali, ci va giù pesante e sul suo sito titola “Non veline né padanine ma donne”. «Io sono a Roma sotto la pioggia – dice Veronesi – per una manifestazione sulla cultura rurale e invece devo sentire certe boutade… Mi dissocio dalla campagna delle padanine che toglie serietà a tutto il partito». Manuela Corradini, candidata a Parma e presidente emiliana delle Donne Padane, l’associazione femminile della Lega Nord, si sforza di comprendere: «Purtroppo per sfondare il muro mediatico bisogna anche fare questo. Forse gli altri candidati bolognesi sono così critici perché diretti concorrenti di Mambelli. Sicuramente – continua Corradini – non c’è stata nessuna intenzione di degradare l’immagine femminile ma di fatto è successo. La Lega non è questo, la lega è concretezza e vicinanza alle persone, anche ai giovani». Toni più pacati per l’unica leghista bolognese candidata in regione, Mirka Cocconcelli: «Ognuno risponde per quello che fa e sono sicura che Mambelli oltre alle ragazze ci metterà anche delle proposte concrete. Dico solo che il progresso si misura anche dalla posizione sociale del gentil sesso».

Vedremo se l’elettorato preferirà il voto di opinione in salsa Padanine o boccerà l’iniziativa e con questa il candidato Mambelli che per ora ci si è strettamente identificato. Per il movimento padano la sfida non sarà solo quella di rimanere stabile elettoralmente o se possibile accrescere i propri voti. E’ la sfida tutta interna delle preferenze che determinerà i nuovi equilibri complessivi del partito.

LORO, LE PADANINE. FUTURE AVVOCATO, MANAGER E DIRIGENTE.
di Claudio Magliulo

Stefania,ragazza della Calabria che vive a Bologna dove frequenta la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere si definisce curiosa, ama leggere e nella vita sogna di diventare una dirigente nel campo delle pubbliche relazioni o una mediatrice culturale. Erika, di Bologna, neo laureata in Economia e Marketing, sportiva ( pattinaggio artistico )ama la musica, l’arte e la moda, sogna di lavorare nel campo della pubblicità come manager. Eleonora, di Bologna, ultimo anno di liceo, gioca a pallavolo, ama stare in famiglia che ritiene il suo punto di riferimento, ama viaggiare e conoscere culture diverse, da grande vuole fare l’avvocato.

Come siete state coinvolte nel progetto Le Padanine?
«Il nostro coinvolgimento  è stato spontaneo dovuto anche al fatto che  conosciamo Mambo».

E’ una campagna elettorale. Credete in quello che state promuovendo?
«Si, crediamo nel progetto che stiamo promuovendo. Ci siamo avvicinate alla Lega Nord  perché crediamo nei valori della famiglia, delle nostre radici culturali e perché è l’ unico partito vicino ai giovani».

Come avete conosciuto Mambelli? Lo votereste?
«Mambo l’ abbiamo conosciuto  all’evento educativo- giovanile “no alcool, no bollo”,a Marina di Ravenna,  iniziativa legata alla sicurezza stradale. Certo che lo votiamo!»

La Lega si è spaccata in due per voi. Non vi sentite un po’ in colpa?
«Non è un problema nostro, noi sosteniamo il nostro candidato in quanto sono le persone che devono fare la politica e non il contrario. Ci pare che anche negli altri partiti  ci siano correnti interne».

L’associazione Donne padane dice che di fatto siete state strumentalizzate, altri dicono che siete come le veline. Voi cosa rispondete?
«Nessuno ci ha strumentalizzate anche perché stiamo sostenendo un amico candidato alle regione ed il partito. Veline? Future avvocato, manager e dirigente».

Cosa pensano di questa vostra attività familiari e fidanzati?
«Sono molto contenti perché siamo ragazze con la testa sulle spalle e per il nostro futuro non abbiamo in programma di fare le soubrette, ma intraprendere carriere nel mondo della giustizia e dell’impresa con serietà e impegno».

Stefania, tu sei calabresecome concili questo con il progetto “Le Padanine”?
«L’Onorevole Mara Ventano mi risulta sia siciliana! Oggi la Lega Nord è l’ unico movimento vero che difende le nostre tradizioni ed in cui  in cui un giovane si può riconoscere».

Quali sono le vostre tre proposte o idee principali per la politica regionale?
«Vorremmo maggiore sicurezza, una riforma sanitaria adeguata all’evoluzione sociale ed economica, una consulta giovanile regionale. A livello universitario vorremmo che si attuasse una riforma che apra maggiori sbocchi professionali».

DAL LISCIO AL MAMBO: CHI C’E’ DIETRO LE “PADANINE”?
di Claudio Magliulo

Dal nome sembrebbero un nuovo tipo di panino autostradale. In realtà sono un gruppo di ragazze selezionate con cura per rappresentare la nuova immagine del Carroccio emiliano: giovani, carine e soprattutto fieramente padane. Di più, “Padanine”. Al centro di polemiche tutte interne alla Lega, i volti puliti di queste tre signorine stanno portano per le strade della città il criptico messaggio: “Scrivi Mambo – Mambo sei tu”. Dietro lo pseudonimo caraibico si cela in realtà il soprannome non troppo originale di Marco Mambelli, paffuto finanziere in congedo, in corsa per il consiglio regionale con il Carroccio. Mambelli ha conosciuto le Padanine, se ne è «innamorato» e le ha volute come testimonial della sua campagna elettorale. E alle polemiche scoppiate in questi giorni risponde così: «Le ragazze sono intelligentissime e si impegnano in aspetti anche sociali, pensi che da grandi aspirano a diventare avvocato, manager e imprenditrice.  Forse qualcuno confonde la politica con la comunicazione. Io faccio politica [il programma di Mambelli è consultabile sul sito www.marcomambelli.it ma non sul sito delle padanine www.scrivimambo.comndr] e le ragazze comunicazione promuovendo la Lega nel mondo giovanile con un linguaggio che la politica tradizionale non conosce».

Forse le Padanine non rispecchiano i valori della Lega come la conosciamo, ma l’obiettivo è stato raggiunto: se ne sta discutendo. L’ideatore di questa controversa campagna per svecchiare l’immagine del partito ed attirare il voto degli under-35 è Daniele Baldini, effervescente politico forlivese e presidente del Fisoc (Famiglia istituzioni e società – Osservatorio Culturale), associazione che nella sua missione include, tra le altre cose, “favorire la sensibilizzazione, in modo particolare nel mondo giovanile, dei valori relativi al rispetto verso il prossimo e verso le fasce più deboli della società”. Per sensibilizzare in modo appropriato i giovani, Baldini ha organizzato un grande happening per il 12 Marzo al discopub “Le Stanze”, al quale sono attesi, a detta dello stesso, moltissimi ragazzi. Ma al momento l’invito lanciato su Facebook ha solo 60 invitati confermati. Baldini è elettrizzato e ritiene che l’operazione di marketing avrà grande successo. Certamente più di quello ottenuto dalla sua candidatura alle comunali di Forlì: appena 200 voti, lo 0,3%, per la sua lista civica Libertà e Futuro. E se allora Baldini si diceva sicuro di scontrarsi al ballottaggio con Roberto Balzani, il candidato del centrosinistra poi eletto sindaco, adesso non lesina l’entusiasmo: «Crediamo che le Padanine riscuoteranno un grande successo. La data a “Le Stanze” è solo la prima di una lunga serie…». Ma i progetti del presidente del Fisoc vanno ben oltre. Le Padanine sono state progettate per essere un marchio di abbigliamento per l’estate (“new summer style”), che in questa campagna per le regionali ha trovato un ottimo trampolino di lancio. Attraverso la rivista da lui fondata lo scorso Novembre, Vocis magazine, Baldini promuove se stesso e il progetto delle Padanine, con una graziosa intervista nella quale le tre “ragazze della porta accanto” dichiarano che per loro essere Padanine è un’esperienza di vita e insieme un gioco. «Sicuramente, il successo e l’interesse che sta destando questo nuovo fenomeno, anche in vista dell’estate che sta per arrivare – scrive Baldini –  è proprio la percezione che queste ragazze sono la compagna di scuola, l’amica del cuore…».

Erika, Eleonora e Stefania sembrano convinte di quello che fanno. E a chi le accusa di velinismo rispondono: «Nessuno ci ha strumentalizzate anche perché stiamo sostenendo un amico candidato alla Regione ed il partito. Veline? Future avvocato – manager e dirigente». Certe del loro futuro come pochi coetanei, le tre ragazze parlano della festa della donna appena trascorsa esprimendo una speranza: «che le valutazioni su noi ragazze fossero fatte sulla base delle conoscenze professionali e non solo sull’aspetto fisico». Magari sul prossimo manifesto metteranno anche il curriculum, chissà.


Piccole libraie crescono: intervista a Nicoletta Maldini

di Claudio Magliulo

11 febbraio 2010

Per riuscire a vendere libri alcuni autori fanno la fila in televisione, su divani e poltrone più o meno scomode. Negli ipermercati i libri, in saldo permanente, si offrono in batterie da cinquecento.

Ma c’è ancora un piccolo sottobosco di librerie di vicinato, sempre in bilico sul filo della sopravvivenza. La Libreria Trame ha festeggiato il suo quarto compleanno, in questi giorni, con il suo primo attivo di bilancio, e rilancia con un programma fitto di mostre, incontri, letture ad alta voce e corsi di scrittura. Tutto concentrato nel suo piccolo spazio in via Goito n°3. Abbiamo incontrato Nicoletta Maldini, colonna portante di Trame, libraia a tempo pieno e guerrigliera della cultura alla bisogna.

Sinceramente, non ti senti un po’ una specie in via di estinzione?

«Tutt’altro! Mi sento una guerriera sulle barricate. Io non mi estinguo! Noi piccoli librai possiamo e dobbiamo esporre quello che ci piace e non quello che è conveniente, perché quello lo trovi anche all’Iper. Meglio proporre un editore minore, o un autore minore di un editore importante. Così coltiviamo la nostra diversità».

Non sei contro la vendita di libri in supermercati e grande distribuzione?

«No. Il libro è un prodotto, e più arriva alla gente, meglio è.

A me piace vendere libri perché sono portatori di pensieri. Se c’è una lotta da fare è contro il tornare la sera a casa e starsene seduti davanti al televisore».

Internet, e-books, Wikipedia. Con questa concorrenza, il libro sparirà?

«Certo, ci sono dei cambiamenti in atto, sul formato e la tecnologia. Ma il libro illustrato, quello per bambini, il pocket che costa poco e ti porti in treno, non spariranno. Il libro è un oggetto quasi perfetto, è comodo, costa il giusto, è portatile, ci si può scrivere sopra, può passare di mano in mano, è virtualmente indistruttibile…

E comunque nulla vieta che gli e-books si possano scaricare in libreria, per esempio, come ad una pompa di benzina».

L’Associazione Librai Italiani reclama da tempo una legge speciale sul libro, e i piccoli librai come te sono in prima fila in questa battaglia. Davvero c’è bisogno di una legge speciale?

«Una legge speciale per un prodotto speciale. Il mercato così com’è ora, è distorto. Il libro è un bene che ha un prezzo imposto, i margini sono molto ridotti, specie per gli operatori specializzati. Negli ultimi anni gli editori fanno alla GDO sconti del 50-60% sul prezzo di copertina, a noi un 33%, in media. Sono 20 punti in meno!»

Cosa proponete, allora?

«Libri calmierati: basta aumenti di prezzo per compensare gli sconti folli fatti alla GDO. Il libro va’ venduto a prezzo pieno, con uno sconto massimo del 5% all’utente finale, come in Francia. Avremmo prezzi più contenuti, libri che escono molto prima in edizione tascabile, una maggiore rotazione dei titoli, un mercato più attento alla piccola editoria. Sarebbe un modo per partire tutti alle stesse condizioni. E probabilmente si leggerebbe anche di più».
E’ vero, in Italia si legge poco. Dov’è il problema, secondo te?

«Secondo me il problema è che in Italia della cultura non gliene importa niente a nessuno da tempo immemore. Là dove c’è stato un pensiero “politico”, le biblioteche sono nate, cresciute e rimaste. E le biblioteche significano lettori, librerie, cultura viva e circolante. Ma in quest’ Italia berlusconiana sono sempre meno i posti dove il libro viene visto come un oggetto portatore di valori».

La buttiamo in politica?

«Ma il libro è politico di per sé, ormai! Oggi chi legge fa una scelta. Anche fare la libraia è fare politica. Gli amici mi prendono in giro perché in questa libreria tengo anche il libro di Bruno Vespa. Non è sul bancone, non mi interessa metterlo in evidenza, ma c’è. Io non esercito censura, però propongo idee».

Qual è l’antidoto al declino culturale che descrivi?

«Investire sui giovani, sulle biblioteche scolastiche e di prossimità. In passato ci sono state iniziative ottime, come il progetto “Nati per leggere”. Si abituavano i bambini in età da asilo al contatto con il materiale-libro, che diventava un oggetto transazionale, qualcosa di conosciuto. Attraverso la carta si trasmetteva la passione per il libro, e ha funzionato. Negli ultimi anni si sta tornando indietro, purtroppo. Devi combattere non più solo la tv, ma console, videogiochi, pc. E a tanti genitori fa comodo che il bambino stia lì buono con il joystick in mano».

Cosa ami di più nel tuo lavoro?

«Aprire i pacchi delle novità e mandare via i libri che non voglio più. Aprire le novità mi emoziona ancora tantissimo, perché ci sono possibilità inesauribili, in quella scatola ci possono essere dei nuovi compagni di viaggio».

E la tua famiglia che ne pensa?

«Mia madre mi ha attaccato il germe della lettura, mi ha immerso nelle parole da subito. Mio padre anche, con i suoi gialli. Mio marito è un gran lettore, e i miei figli in libreria ci sono nati. Mi fanno tenerezza quando consigliano agli altri dei libri. Hanno le loro passioni, ma sono attenti agli altri. Però sono molto arrabbiati con me, dicono che penso solo ai libri».

Come la vedi Bologna dal tuo osservatorio di via Goito?

«La vedo incattivita. Ma è questo Paese ad essere più cattivo. E lo è perché un cancro lo sta rodendo: una cattiva informazione e un potere concentrato nelle mani di un solo individuo. Gli ultimi dieci anni hanno fatto solo somigliare Bologna al resto d’Italia. Ma qui ci sono ancora margini per fare cultura e resistere».

Come si fa?

«Con le persone. Persone interessanti a Bologna sono da sempre gli studenti, in particolare quelli che fanno volontariato, di qualunque natura, e gli studenti lavoratori. Rendono la città vivibile, sono persone giovani che vengono da fuori, si affezionano e ci mettono qualcosa di loro. L’altro motore di Bologna è chi la vive, uscendo di casa, e non facendo solo il suo lavoro. Quelli che la cultura la fanno, non si limitano a celebrarla».