Uscire dalla crisi,modello Marchionne o Terra Madre?

di Claudio Magliulo

24 ottobre 2010

TORINO – Per capire cos’è Terra Madre, bisogna partire dal luogo, simbolico, che la accoglie: il complesso fieristico del Lingotto di Torino. La fabbrica delle fabbriche Fiat, che ora svuotato e riempito di nuovo senso, diventa teatro di una piccola, silenziosa rivoluzione. Anzi, di una «trasformazione», come ha precisato Carlo Petrini alla cerimonia di apertura, «perché il concetto di trasformazione è più ricco, ha i caratteri radicali della rivoluzione, ma la lega alla conservazione della vita e dell’eredità delle culture». E’ il senso profondo di Terra Madre: la trasformazione verso una nuova (e insieme antica) visione del mondo, un modello di «avviluppo» che contro i fallimenti del mito sviluppista e del mercato propone un vivere slow. Non un ritorno al passato, ma una strada per il futuro.Nelle aule improvvisate dentro il grande contenitore dell’Oval non c’è quasi traccia della parola «crisi». Perché ad essere in crisi è un paradigma sociale ed economico, al quale i delegati di Terra Madre hanno già voltato le spalle da tempo. E i loro progetti prosperano, mentre le grandi fabbriche chiudono. Petrini vola alto: «Come un tempo le pievi benedettine furono i luoghi dai quali l’agricoltura (e con essa la cultura) ripartirono dopo la crisi e il crollo dell’impero romano, così le comunità del cibo di Slow Food saranno i luoghi dai quali ripartirà una nuova civiltà». Lo sanno i ragazzi dello Youth Food Movement, la rete dei giovani di Terra Madre, venuti a Torino da ogni parte del mondo, ognuno con in tasca una storia unica di resistenza nel presente e sguardo al futuro. Come quella di Bastien, che ha vissuto per anni con gli indios Guaranì dell’Amazzonia e ora lavora con loro contro l’espropriazione del guaranà. O quella di Pavlos, PhD in bioetnologia, che vive tra la Cina e la Thailandia, studiando le possibili applicazioni delle piante autoctone per offrire ai contadini un’alternativa economica al taglio delle foreste. Così nell’arena Lingua Madre, uno spazio di confronto aperto, decine di piccoli produttori dalla Francia alla Guinea-Bissau al Midwest alla Patagonia si raccontano come hanno fatto a sopravvivere escludendo intermediari e respingendo semi e chimica delle multinazionali, per ritrovare un contatto diretto con i consumatori. Ma questo nuovo paradigma del vivere slow, che trova consonanze istintive in ogni angolo del pianeta, non è solo un bel progetto, un’utopia. Il ritorno alla terra e a un’economia fatta di cose concrete, come il grano e la frutta, sta diventando, nei paesi duramente colpiti dalla crisi, un’alternativa credibile e appagante per molti giovani. Lo racconta Roberto Moncalvo, piccolo produttore e presidente dei giovani della Coldiretti piemontese: le aziende gestite dagli under-30 sono in media più grandi e più produttive delle altre. L’80% di esse sta investendo. Molti tornano alla terra saltando una generazione. Uno di questi è Andrea Giaccardi, che 15 anni fa, contro il parere di tutti, decise di tornare al lavoro di suo nonno, ristrutturando la cascina di famiglia e producendo cibo biologico. Ora il suo «Orto del pian bosco» è più che un’azienda agricola, è un progetto a 360° di riscoperta della terra. Ci lavorano a tempo pieno 12 persone, tra queste anche la sorella di Andrea, Cristina, che ha abbandonato il suo lavoro di architetto per cambiare vita.Un’alternativa che può essere la speranza di un’uscita dalla crisi. E che ha molto da insegnare alla politica, se la politica saprà ascoltare, curare e rilanciare il messaggio. Bisogna solo saper scegliere tra il modello Marchionne e il modello Terra Madre. Si accettano candidature.

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La protesta dei ricercatori Unibo

Ricercatori o falegnami? Storia di un’assemblea

di Claudio Magliulo

Il primo dettaglio a colpire l’occhio sono le tante teste imbiancate e quelle orfane di capelli. I ricercatori strutturati (cioè a tempo indeterminato) dell’Università di Bologna sono raccolti nell’aula magna di Psicologia, composti e attenti. Circa 80 persone, età media pericolosamente vicina ai 50, stretti nei cappotti per il freddo che pervade l’aula non ancora riscaldata.

E’ il 12 di Ottobre. Per il giorno 14 è prevista l’approvazione del ddl Gelmini in una seduta-fiume alla Camera, e i ricercatori si incontrano per discutere e coordinarsi. La riforma sarà poi rimandata a dicembre, per contrasti, sembra, tra il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il moderatore, anche lui ricercatore Unibo, apre l’assemblea annunciando che un foglio girerà per registrare le firme di chi intende andare il 16 a Roma, alla manifestazione della Fiom, cui aderisce anche la Rete 29 Aprile e il coordinamento dei ricercatori precari. Servono almeno 50 nomi per formare un pullman. «Manifestazione, tra virgolette», la chiama, perché l’idea di scendere in piazza e protestare forse non si addice a chi ha creduto per anni di svolgere un ruolo di alto profilo professionale. Un ruolo che, con la riforma, dovrà scomparire. Per lasciare il posto a cosa? E’ questa la domanda a cui tentano di rispondere i ricercatori, scandagliando ogni piccolo emendamento discusso in commissione alla Camera. L’approccio è cauto, lontano anni luce dall’agitazione dei ricercatori precari e dalla forte politicizzazione delle assemblee degli studenti. Anche se tra quegli 80 sono in tanti ad aver negato la propria disponibilità a tenere lezioni (mettendo in questo modo in ginocchio la macchina delle Università), ora non si parla più di mobilitazione. Alcuni di loro sono già stati sostituiti da altri docenti, molti si sono tirati indietro. E gli ultimi 80 mohicani girano attorno ad uno specifico emendamento, in realtà cruciale: la modifica dell’articolo 5bis del ddl, nel quale si prevedono 1500 posti da professore associato banditi ogni anno dal 2011 al 2017. Totale: 9mila. E’ l’emendamento che, come denuncia Francesca, ricercatrice precaria, «serve solo a dare un contentino a chi finora si è reso indisponibile, mettendo in difficoltà il sistema universitario. Ma non c’è nessun discorso lungimirante, è solo un modo di mettere una pezza al problema». E la Ragioneria dello Stato, intanto, ha già informato il Parlamento che quella norma non ha copertura finanziaria. Uno specchietto per le allodole?

A metà assemblea interviene il prof. Sobrero, stretto collaboratore del rettore Ivano Dionigi, che riporta l’impegno di Unibo nell’emendare la riforma (concretamente si tratta di due emendamenti sulla governance dell’ateneo) e lancia un appello alla moderazione: «Confrontiamoci dentro gli spazi dell’università, non facciamo opposizioni». E a chi gli chiede di impegnarsi a nome del rettorato per garantire supporto alle ragioni dei ricercatori, Sobrero risponde lapidario: «Non sono venuto qui per assumere impegni o fare promesse». L’aria si scalda quando un ricercatore tra i più giovani si alza dalla platea per denunciare l’eccessiva arrendevolezza dei colleghi. Ma in tanti gli spiegano che il fronte è diviso e a decine sono ormai pronti a tornare in cattedra. E allora il massimo che si può chiedere ed ottenere è qualche posto per i ricercatori negli organi di gestione dell’Università, e nella potente commissione Statuto che scriverà le regole della nuova Università nell’era Gelmini. «Vogliamo un tavolo!» è il grido. E uno studente venuto per assistere all’assemblea esce dall’aula e sottovoce commenta sconsolato: «Questi non fanno i ricercatori, fanno i falegnami…». Alla fine il foglio delle firme torna quasi intonso: «Hanno firmato in quattro. Quindi niente pullman» decreta il moderatore. Amen.

 

Cronache dalla protesta universitaria

di Giovanni Stinco

Nessuno lo diceva apertamente, ma tutto sembrava già perduto. Anche i presìdi di fronte a Montecitorio e ai rettorati di mezza Italia apparivano, agli occhi dei più, come l’ultima stanca mareggiata di protesta prima dell’approvazione definitiva del ddl Gelmini, la riforma che avrebbe dovuto ridisegnare completamente la faccia del sistema universitario italiano. E in effetti alla vigilia della prevista votazione il clima era cupo, anche a Bologna. E’ invece bastato l’ennesimo dissidio interno di una maggioranza e di un governo sempre più litigiosi per fare saltare il banco e rimandare a data da destinarsi una riforma fino a poche ore prima data per approvata.

La davano già per approvata i ricercatori a tempo indeterminato, che ai giornalisti dichiaravano di “tenere alta la mobilitazione” e nelle loro assemblee interne disperavano di riuscire a mantenere ancora a lungo l’indisponibilità, il rifiuto di fare lezione gratuitamente. La davano già per approvata anche i loro colleghi precari, che appoggiavano le annunciate manifestazioni studentesche, ma poi sottovoce aggiungevano un emblematico “solo perché è giusto farlo”.

Dopo tutto la situazione non era delle migliori. I giornali avevano dato poca attenzione all’assemblea nazionale dei ricercatori precari che da tutta la penisola erano confluiti a Bologna per giocare la carta della delegittimazione della Crui, la Conferenza dei rettori delle università italiane. Un ente non espressamente previsto dalla legge ma che da anni di fatto tratta col governo a nome di tutte le università. “Non ci rappresenta più, i nostri rettori non li abbiamo nemmeno potuti votare”, hanno dichiarato i precari chiedendo il ritiro del ddl gelmini. La Crui invece non ha aperto bocca, se non per esprimere preoccupazione per eventuali ritardi nell’approvazione della riforma. Ma la notizia della delegittimazione non è passata e l’assemblea si è chiusa con un documento che è non è uscito dalle mailing list del movimento.

Poi è stato il turno dei ricercatori a tempo inderminato, fortunati perché non più precari ma colpiti dall’annunciata riforma perché il loro ruolo sarebbe sparito con il nuovo assetto dell’università italiana voluto dalla coppia Tremonti-Gelmini. Dopo aver dichiarato l’indisponibilità  a luglio e aver retto per mesi la pressione di Governo, Crui e Rettorato,  si sono ritrovati stanchi e sfiduciati alla vigilia del voto alla Camera del 14 ottobre. “Che ognuno scelga da solo se continuare a non insegnare o se tornare in aula”, ha chiesto una ricercatrice di Lettere, fino al giorno prima annoverata tra i duri e puri della protesta. Era solo stanchezza, e la presa di coscienza di essere sempre di meno. “Almeno due giorni, cosa vi costa aspettare fino alla votazione?”, si è ritrovato a supplicare in assemblea uno dei cordinatori della protesta. Alla fine, e con molte incertezze, è stato ascoltato.

Poi, a meno di 24 ore dal fatidico voto, la notizia bomba: “La ragioneria dello stato stoppa la legge, non c’è copertura finanziaria”. Frase che in una manciata di minuti è rimbalzata decine di volte sulla mailing list nazionale dei ricercatori. E l’effetto è stato dirompente. I dubbiosi hanno riguadagnato la determinazione di luglio, i rassegnati sono diventati euforici per la temporanea vittoria. Sicuramente una boccata di respiro per una mobilitazione partita troppo presto per i ricercatori e troppo tardi per gli studenti che, almeno a Bologna, dovevano ancora carburare.

Il resto è noto, con la manifestazione studentesca del 14 ottobre che ha fatto “gioiosamente irruzione” prima a Lettere e poi al rettorato. “Occupiamo la mensa”, ha urlato qualcuno, forse reduce dalle vecchie imprese del novembre 2005, quando al posto della Gelmini c’era la Moratti e la riforma dell’università, l’ennesima di una lunga serie, doveva ancora essere approvata. Nessuno lo ha ascoltato, soddisfatti com’erano tutti della giornata e di avere davanti a sé ancora tempo per provare a fermare la riforma dell’università.

L’Onda non c’è stata, ma per questa volta è andata bene lo stesso.

Nucleare, regioni respinte.La consulta dice no ai ricorsi

di Claudio Magliulo

24 giugno 2010

E così il nucleare si farà. Lo ha deciso ieri la Corte costituzionale, respingendo i ricorsi presentatida dieci regioni sulla legge delega del 2009 che sanciva il ritorno al nucleare italiano. Lazio, Umbria, Basilicata, Toscana, Calabria, Marche, Molise, Puglia, Liguria ed Emilia-Romagna avevano sollevato profili di incostituzionalità per alcuni elementi della legge. In particolare i ricorsi si concentravano sullassenza di unintesa con le regioni interessate dalla scelta dei siti, sulla possibilità per il governo di dichiarare i siti «aree di interesse strategico nazionale» e sulla procedura che prevedeva unautorizzazione unica ministeriale per la costruzione, lesercizio e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi, senza consultare la regione interessata. La Consulta ha però ritenuto che i quesiti fossero in parte «inammissibili» e inparte «infondati».«Mi sembra strano – commenta a caldo lavvocato Manzi, che ha discusso la causa giusto laltro ieri – Il poco tempo che hanno impiegato per decidere potrebbe indicare non un rifiuto nella sostanza. Almeno per i questi dichiarati inammissibili, la Consulta potrebbe aver indicato uninterpretazione costituzionalmente orientata che salvaguardi la legge, imponendo di applicarla in un certo modo, per esempio estendendo i momenti di consultazione delle regioni. Ma siamo nel campo delle ipotesi. Aspettiamo che la sentenza sia depositata».Dopo il referendum del 1987 con il quale i cittadini italiani hanno deciso di interrompere lesperienza nucleare appena iniziata, più volte si era sfiorato largomento, considerato ancora «tabù» da molti. Silvio Berlusconi e il suo allora ministro Claudio Scajola non hanno avuto dubbi, invece, e pochi mesi dopo le elezioni del 2008 hanno rilanciato lopzione nucleare. Con la sponda dellamministratore delegato di Enel, Paolo Scaroni, allepoca in giro per lest Europa a fare shopping di vecchie centrali sovietiche. La legge delega del febbraio 2009, però, aveva scatenato laccesa reazione di quasi tutti i presidenti di regione, oltre alle proteste dei comitati no-nucleare e delle associazioni ambientaliste, Greenpeace in testa Nichi Vendola aveva dichiarato: «Se vogliono piazzare una centrale in Puglia, dovranno venire coni carrarmati». Non è stato necessario: gli è bastata una pronuncia della Corte costituzionale. Le reazioni non si sono fatte attendere. Il ministro dellambiente Stefania Prestigiacomo, in visita al reattore di Flamanville, Francia, ha espresso soddisfazione: «La decisione della Corte Costituzionale di rigettare limpugnativa delle regioni sulla legge delega per il nucleare fuga ogni dubbio sulla legittimità dellimpostazione del governo su questo tema chiave per lo sviluppo del paese». Prestigiacomo ha spiegato di aver già parlato con Berlusconi, chiedendo di accelerare sullavvio dellAgenzia per la sicurezza nucleare, e che avrebbe incontrato Umberto Veronesi ed Emma Bonino per «un francoconfronto sul questa sfida». Esprime apprezzamento anche il ministro degli affari regionali Raffaele Fitto, due volte battuto da Nichi Vendola in Puglia, e chiaramente felice di poter ricambiare con una bella centrale nucleare nel Tavoliere.«La sentenza della Corte costituzionale – ha dichiarato- conferma il principio della competenza nazionale su questioni dalle quali dipende il futuro del paese nel suo complesso oltre che dei singoli territori. E evidente che le prese di posizione, inutilmente polemiche, di alcuni presidenti di regione si dimostrano finalizzate solo a strumentalizzazioni politiche». I Verdi prendono atto della decisione della Consulta, ma ritengono che la partita sia aperta: resta ancora in campo il ricorso contro il decreto attuativo dellalegge. «Intanto – ha aggiunto il presidente Angelo Bonelli – il governo non ha ancora avuto il coraggio di dire agli italiani i siti dove intende costruire le centrali atomiche. Ma non riuscirà a farle perché la mobilitazione popolare glielo impedirà». E alla società civile si appella anche lItalia dei Valori: «Come volevasi dimostrare il referendum è lunica arma per bloccare la costruzione delle centrali nucleari. Al di là della sentenza della Consulta, questo progetto del governo rimane un obbrobrio».Ma il Pd, neanche a dirlo, già sì dichiara «pronto a discutere».

 

Chi imparerà ad amare la bomba?


La domanda adesso è: dove le faranno queste centrali? Da mesi circolano voci molteplici, ma una certezza cé: i requisiti della tecnologia scelta, il cosiddetto nucleare di terza generazione, al secolo Epr, reattore pressurizzato europeo. La tecnologia francese richiede, infatti, zone poco sismiche, vicinanza a grandi bacini d’acqua per il raffreddamento dei reattori, e preferibilmente la lontananza da zone densamente abitate. Di posti che incontrino almeno i primi due requisiti in Italia non ce ne sono molti. Il toto-siti è angosciante, e il dito viene puntato innanzitutto sui luoghi che già ospitarono le centrali pre-referendum: Caorso (provincia di Piacenza) e Trino Vercellese (Vercelli). Ma tra le scelte possibili ci sono anche Montalto di Castro (Viterbo), per la sua disponibilità di acqua salata e le reti elettriche già installate per la megacentrale. Secondo altri sarebbero papabili anche Monfalcone (Gorizia), Porto Tolle (Rovigo) e Chioggia (Venezia) sul delta del Po, Scanzano Ionico (Matera) e Oristano. Un boccone amaro per qualunque sito sarà scelto nella «provincia denuclearizzata», dove si affilano da tempo armi e denti. Anche là dove il centro-destra governa ed è egemone. Secondo il governo ci vorranno almeno tre anni per operare una scelta difficile: meglio comunicare ai condannati la sentenza prima o dopo le elezioni?

Le padanine spaccano la Lega Nord emiliana


di Claudio Magliulo e  Giovanni Stinco

11 marzo 2010

Hanno messo sotto sopra la Lega Nord. Le padanine, le tre ragazze che campeggiano sui cartelloni del candidato alla regione Marco Mambelli, sono riuscite a dividere il partito in piena campagna elettorale. Accusato di maschilismo Mambelli si difende, ma la frittata ormai è fatta. E Manuela Corradini delle Donne Emiliane dice: «L´immagine femminile ne è uscita degradata».

LE PADANINE SPACCANO LA LEGA NORD EMILIANA
di Giovanni Stinco

Sembrava lo specchietto per le allodole, i media in questo caso, per eccellenza. Un gruppo facebook che in tre giorni arriva a 600 sostenitori, tre ammiccanti ragazze che girano per Bologna rendendo “frizzante l’aperitivo del candidato Mambelli”, cartelloni  con le facce sorridenti delle suddette e la scritta “MAMBO sei tu”, infine un aperitivo di lancio della candidatura del leghista Marco Mambelli previsto per la serata di Venerdì 12 al locale Le stanze, pieno centro di Bologna. Con la speranza che radio, giornali e magari anche la tv accorrano come mosche.

Ma si sa, chi di facebook ferisce di facebook perisce. Sopratutto quando ad essere pubblicizzate non sono magliette ma idee politiche. E così nel giorno della festa della donna arrivano le prime reazioni di un popolo leghista che fino a quel momento era rimasto in disparte. Orgoglio bolognese, l’associazione fondata dal segretario cittadino della Lega Nord Manes Bernardini, fa apparire sulla sua pagina facebook la seguente frase: «la gente non arriva a fine mese e c’è chi spara delle cazzate come le padanine!». Un attimo dopo appare in rete il gruppo “8 marzo 2010 padanine ribellatevi”. «Mambelli inopportuno», grida la pagina di descrizione del gruppo. «Ancora una caduta di stile – si legge nella schermata – di una politica maschilista che travisa l’immagine pulita delle giovani militanti». Tempo 20 minuti e Bernardini invita a scegliere «non solo la forza politica ma anche il consigliere regionale! Per questo è importante scegliere, e bene». E se non si fosse ancora capito, la pagina facebook di Orgoglio Bolognese spiega, attorno alla mezzanotte, come le padanine – e forse non solo loro – siano fuori luogo: «Denigrano i nostri valori. Non le vogliamo, Bossi non le vuole…se sapesse prenderebbe a calci certi candidati!»

Insomma, se nella Lega Nord Emilia qualcuno voleva fare riesplodere rancori e scontri mai davvero sopiti, l’iniziativa delle padanine è stata il modo migliore per dar fuoco alle polveri. In rete le parole, si sa, corrono più veloci che altrove e c’è chi attacca  i detrattori delle tre ragazze parlando di guerra  nel partito. Per ora, però, il dibattito si concentra tutto sulla trovata di marketing che, come dice una militante, degraderebbe «l’immagine della donne padane a veline decorative usate solo come immagine. Comunque usate”. Ma non tutti sono critici. «Quello di Mambelli è un linguaggio nuovo pensato per avvicinare i giovani”, dice Lucia Borgonzoni, portavoce dei giovani padani di Bologna. «Noi giovani siamo tutti con Mambo, abbiamo lavorato molto assieme». Ed alla domanda ormai scontata se padanine non faccia rima con veline, Borgonzoni risponde decisa: «Assolutamente no. E’ una strumentalizzazione portata avanti da altri». E annuncia una serie di incontri tematici supportati,se così si può dire, dalle tre giovani ragazze. Probabilmente già nel party di venerdì si parlerà di mondo femminile e violenza sulle donne. La pensa come Borgonzoni anche Marco Lusetti, vice segretario regionale per l’Emilia. La Lega non rischia di essere identificata come il partito delle padanine? «Non penso, quella è la campagna di un singolo. E anche se così fosse cosa ci sarebbe di male?».

Sarà, ma intanto anche altri candidati si schierano contro i cartelloni di Mambelli. Milko Skontra, uno dei fondatori della lega in regione, grida allo scandalo: «Questa storia è fuori dai nostri principi morali e dal nostro patrimonio ideale. L’immagine delle Lega ne esce distorta. E poi questo Mambelli da dove arriva? Io non l’ho mai visto». Anche Alberto Veronesi, altro candidato alle regionali, ci va giù pesante e sul suo sito titola “Non veline né padanine ma donne”. «Io sono a Roma sotto la pioggia – dice Veronesi – per una manifestazione sulla cultura rurale e invece devo sentire certe boutade… Mi dissocio dalla campagna delle padanine che toglie serietà a tutto il partito». Manuela Corradini, candidata a Parma e presidente emiliana delle Donne Padane, l’associazione femminile della Lega Nord, si sforza di comprendere: «Purtroppo per sfondare il muro mediatico bisogna anche fare questo. Forse gli altri candidati bolognesi sono così critici perché diretti concorrenti di Mambelli. Sicuramente – continua Corradini – non c’è stata nessuna intenzione di degradare l’immagine femminile ma di fatto è successo. La Lega non è questo, la lega è concretezza e vicinanza alle persone, anche ai giovani». Toni più pacati per l’unica leghista bolognese candidata in regione, Mirka Cocconcelli: «Ognuno risponde per quello che fa e sono sicura che Mambelli oltre alle ragazze ci metterà anche delle proposte concrete. Dico solo che il progresso si misura anche dalla posizione sociale del gentil sesso».

Vedremo se l’elettorato preferirà il voto di opinione in salsa Padanine o boccerà l’iniziativa e con questa il candidato Mambelli che per ora ci si è strettamente identificato. Per il movimento padano la sfida non sarà solo quella di rimanere stabile elettoralmente o se possibile accrescere i propri voti. E’ la sfida tutta interna delle preferenze che determinerà i nuovi equilibri complessivi del partito.

LORO, LE PADANINE. FUTURE AVVOCATO, MANAGER E DIRIGENTE.
di Claudio Magliulo

Stefania,ragazza della Calabria che vive a Bologna dove frequenta la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere si definisce curiosa, ama leggere e nella vita sogna di diventare una dirigente nel campo delle pubbliche relazioni o una mediatrice culturale. Erika, di Bologna, neo laureata in Economia e Marketing, sportiva ( pattinaggio artistico )ama la musica, l’arte e la moda, sogna di lavorare nel campo della pubblicità come manager. Eleonora, di Bologna, ultimo anno di liceo, gioca a pallavolo, ama stare in famiglia che ritiene il suo punto di riferimento, ama viaggiare e conoscere culture diverse, da grande vuole fare l’avvocato.

Come siete state coinvolte nel progetto Le Padanine?
«Il nostro coinvolgimento  è stato spontaneo dovuto anche al fatto che  conosciamo Mambo».

E’ una campagna elettorale. Credete in quello che state promuovendo?
«Si, crediamo nel progetto che stiamo promuovendo. Ci siamo avvicinate alla Lega Nord  perché crediamo nei valori della famiglia, delle nostre radici culturali e perché è l’ unico partito vicino ai giovani».

Come avete conosciuto Mambelli? Lo votereste?
«Mambo l’ abbiamo conosciuto  all’evento educativo- giovanile “no alcool, no bollo”,a Marina di Ravenna,  iniziativa legata alla sicurezza stradale. Certo che lo votiamo!»

La Lega si è spaccata in due per voi. Non vi sentite un po’ in colpa?
«Non è un problema nostro, noi sosteniamo il nostro candidato in quanto sono le persone che devono fare la politica e non il contrario. Ci pare che anche negli altri partiti  ci siano correnti interne».

L’associazione Donne padane dice che di fatto siete state strumentalizzate, altri dicono che siete come le veline. Voi cosa rispondete?
«Nessuno ci ha strumentalizzate anche perché stiamo sostenendo un amico candidato alle regione ed il partito. Veline? Future avvocato, manager e dirigente».

Cosa pensano di questa vostra attività familiari e fidanzati?
«Sono molto contenti perché siamo ragazze con la testa sulle spalle e per il nostro futuro non abbiamo in programma di fare le soubrette, ma intraprendere carriere nel mondo della giustizia e dell’impresa con serietà e impegno».

Stefania, tu sei calabresecome concili questo con il progetto “Le Padanine”?
«L’Onorevole Mara Ventano mi risulta sia siciliana! Oggi la Lega Nord è l’ unico movimento vero che difende le nostre tradizioni ed in cui  in cui un giovane si può riconoscere».

Quali sono le vostre tre proposte o idee principali per la politica regionale?
«Vorremmo maggiore sicurezza, una riforma sanitaria adeguata all’evoluzione sociale ed economica, una consulta giovanile regionale. A livello universitario vorremmo che si attuasse una riforma che apra maggiori sbocchi professionali».

DAL LISCIO AL MAMBO: CHI C’E’ DIETRO LE “PADANINE”?
di Claudio Magliulo

Dal nome sembrebbero un nuovo tipo di panino autostradale. In realtà sono un gruppo di ragazze selezionate con cura per rappresentare la nuova immagine del Carroccio emiliano: giovani, carine e soprattutto fieramente padane. Di più, “Padanine”. Al centro di polemiche tutte interne alla Lega, i volti puliti di queste tre signorine stanno portano per le strade della città il criptico messaggio: “Scrivi Mambo – Mambo sei tu”. Dietro lo pseudonimo caraibico si cela in realtà il soprannome non troppo originale di Marco Mambelli, paffuto finanziere in congedo, in corsa per il consiglio regionale con il Carroccio. Mambelli ha conosciuto le Padanine, se ne è «innamorato» e le ha volute come testimonial della sua campagna elettorale. E alle polemiche scoppiate in questi giorni risponde così: «Le ragazze sono intelligentissime e si impegnano in aspetti anche sociali, pensi che da grandi aspirano a diventare avvocato, manager e imprenditrice.  Forse qualcuno confonde la politica con la comunicazione. Io faccio politica [il programma di Mambelli è consultabile sul sito www.marcomambelli.it ma non sul sito delle padanine www.scrivimambo.comndr] e le ragazze comunicazione promuovendo la Lega nel mondo giovanile con un linguaggio che la politica tradizionale non conosce».

Forse le Padanine non rispecchiano i valori della Lega come la conosciamo, ma l’obiettivo è stato raggiunto: se ne sta discutendo. L’ideatore di questa controversa campagna per svecchiare l’immagine del partito ed attirare il voto degli under-35 è Daniele Baldini, effervescente politico forlivese e presidente del Fisoc (Famiglia istituzioni e società – Osservatorio Culturale), associazione che nella sua missione include, tra le altre cose, “favorire la sensibilizzazione, in modo particolare nel mondo giovanile, dei valori relativi al rispetto verso il prossimo e verso le fasce più deboli della società”. Per sensibilizzare in modo appropriato i giovani, Baldini ha organizzato un grande happening per il 12 Marzo al discopub “Le Stanze”, al quale sono attesi, a detta dello stesso, moltissimi ragazzi. Ma al momento l’invito lanciato su Facebook ha solo 60 invitati confermati. Baldini è elettrizzato e ritiene che l’operazione di marketing avrà grande successo. Certamente più di quello ottenuto dalla sua candidatura alle comunali di Forlì: appena 200 voti, lo 0,3%, per la sua lista civica Libertà e Futuro. E se allora Baldini si diceva sicuro di scontrarsi al ballottaggio con Roberto Balzani, il candidato del centrosinistra poi eletto sindaco, adesso non lesina l’entusiasmo: «Crediamo che le Padanine riscuoteranno un grande successo. La data a “Le Stanze” è solo la prima di una lunga serie…». Ma i progetti del presidente del Fisoc vanno ben oltre. Le Padanine sono state progettate per essere un marchio di abbigliamento per l’estate (“new summer style”), che in questa campagna per le regionali ha trovato un ottimo trampolino di lancio. Attraverso la rivista da lui fondata lo scorso Novembre, Vocis magazine, Baldini promuove se stesso e il progetto delle Padanine, con una graziosa intervista nella quale le tre “ragazze della porta accanto” dichiarano che per loro essere Padanine è un’esperienza di vita e insieme un gioco. «Sicuramente, il successo e l’interesse che sta destando questo nuovo fenomeno, anche in vista dell’estate che sta per arrivare – scrive Baldini –  è proprio la percezione che queste ragazze sono la compagna di scuola, l’amica del cuore…».

Erika, Eleonora e Stefania sembrano convinte di quello che fanno. E a chi le accusa di velinismo rispondono: «Nessuno ci ha strumentalizzate anche perché stiamo sostenendo un amico candidato alla Regione ed il partito. Veline? Future avvocato – manager e dirigente». Certe del loro futuro come pochi coetanei, le tre ragazze parlano della festa della donna appena trascorsa esprimendo una speranza: «che le valutazioni su noi ragazze fossero fatte sulla base delle conoscenze professionali e non solo sull’aspetto fisico». Magari sul prossimo manifesto metteranno anche il curriculum, chissà.


Ho un grillo per la testa

di Claudio Magliulo e Giovanni Stinco

11 febbraio 2010

Astro nascente del Movimento a 5 Stelle di Beppe Grillo e già consigliere comunale a Bologna, Giovanni Favia tenta l’avventura in regione. I sondaggi a livello nazionale danno il movimento stabilmente sotto l’uno per cento ma alle scorse amministrative gli amici di Grillo hanno sorpreso tutti ottenendo ovunque presenti buoni risultati. Favia promette di diventare il “consigliere collettivo” del movimento e annuncia trasparenza e battaglie contro la casta . Basteranno Grillo e l’intensa attività sul web per portarlo in via Aldo Moro?

LE PRIMARIE CHE NON C’ERANO
di Claudio Magliulo

Affacciarsi alla galassia del movimento grillino è un po’ come entrare nella Casa degli Specchi di un luna-park. Niente è ciò che sembra, e nessuno può arrogarsi il diritto di dare una “versione ufficiale”. Tutto passa dalla Rete: chiunque può dire qualunque cosa, e perciò i conflitti, che nei partiti vecchi e nuovi si consumano nelle segrete stanze di una direzione politica, nel Movimento a 5 stelle sono evidenti, plateali, sovrabbondanti. Con un vantaggio e un rischio: la trasparenza e l’anarchia.

«Abbiamo costruito una casa di vetro», rivendica Giovanni Favia, consigliere comunale a Bologna e candidato presidente alle prossime elezioni regionali. Ma ogni casa ha bisogno di fondamenta per assicurare tenuta strutturale, ed ogni partito, gruppo d’interesse o movimento necessita di regole per organizzarsi.

Regole condivise per decidere come, chi, quando e su cosa si vota. Samantha Comizzoli, del meet-up di Ravenna, è tra i grillini “dissidenti”: «La totale mancanza di regole non è democrazia, è anarchia dove vince il più forte». Il più forte, in questo caso, è certamente Giovanni Favia, che la spiega così: «Nella selezione naturale della Rete mi sono imposto perché ero il candidato con più credibilità e più chance di farcela. Punto». Uomo di punta della lista beppegrillo.it a Bologna e in Emilia-Romagna, due volte ospite ad Annozero, Favia è certamente il più conosciuto dei grilli emiliani. E forse è per questo che Beppe Grillo lo ha direttamente investito, cinque mesi prima delle elezioni, con un post sul suo blog: «Il MoVimento è in fase di formazione e i tempi elettorali stringono. Per questo mi prendo la responsabilità di presentare i due candidati per Campania ed Emilia Romagna: Roberto Fico e Giovanni Favia. Ho ascoltato molte voci nelle due Regioni e mi sembrano i candidati ideali. In futuro, dopo le Regionali, con le iscrizioni on line al MoVimento, ogni scelta, ogni candidato, ogni punto del programma sarà votato dagli iscritti on line. Ognuno conta uno nel MoVimento». Ma non ci sono ancora gli strumenti tecnici per garantire una reale partecipazione a tutti. «C’è un problema di rappresentanza – ammette Favia – Ma ci stiamo lavorando. Il nostro è un lavoro continuo di messa a punto. La prossima volta andrà meglio».

Questa volta le primarie per scegliere il candidato in Regione non erano aperte a tutti, ma ristrette a 40 “grandi elettori”, delegati ad esprimere le preferenze dei propri territori di appartenenza. Da quelle primarie Favia è uscito vincitore, con oltre l’80% delle preferenze. Ma degli altri due candidati che gli si opponevano, una, Cinzia Pasi, si è ritirata immediatamente. Il secondo, Giorgio Gustavo Rosso, piccolo editore di Forlì, aveva messo a verbale: «Questa campagna elettorale è mortificante rispetto alla mia idea di come fare politica. Quello che ho sentito è che non avevamo il candidato ma che quello di Bologna diventava regionale… E’ possibile che in tutta la regione non siamo in grado di trovare un candidato diverso da quello di Bologna?». Di opinione opposta Vito Cerullo, consigliere di circoscrizione a Reggio Emilia: «Noi abbiamo scelto Favia perchè abbiamo conosciuto il suo pensiero prima e durante la campagna elettorale. Le polemiche emergono, e sono strumentalizzate dai nostri avversari, perchè noi facciamo tutto alla luce del sole».

Il percorso che ha portato alla candidatura di Favia in Regione rileva alcuni handicap strutturali di un movimento anomalo, senza burocrazie, democratico forse all’eccesso. «C’è un clima da pensiero unico, i dissenzienti vengono isolati e indotti ad uscire”, denuncia Lorenzo Alberghini, ex coordinatore del meet-up. Alberghini, detto Lollo, è uscito tempo fa dal movimento perché non condivideva un clima che non esita a definire di “democrazia dogmatica”. «Quelli che ne fanno le spese, purtroppo, sono prima di tutto gli stessi attivisti».

La trasparenza non basta, ed anzi può contribuire ad alimentare una logica amico-nemico, anche quando non serve o non è adeguata a spiegare le diverse visioni e posizioni in un giovane movimento. Non aiuta di certo una sindrome da accerchiamento, che il movimento grillino agita anzi come una bandiera. Ma alla fine della fiera, che l’aderenza a una linea sia amministrata da un grigio burocrate o da un’assemblea fatta di cittadini appassionati, pronti a difendere il progetto contro tutto e tutti, il risultato è lo stesso. Qualcuno si allontana, qualche pezzo di movimento non ci sta. Favia è convinto che sia un fenomeno fisiologico: «I meet-up sono spazi aperti, strumentalizzabili. C’è qualcuno che parla per la propria città, come fosse un ducato, solo perché c’è un meet-up con quattro iscritti. La verità è che anche nelle realtà critiche stiamo raccogliendo firme e la gente ci segue. Chi era in buona fede tornerà».

Un po’ come i giovani tolstojani ne “L’idiota” di Dostoevskij, i grillini hanno bucato il muro di gomma tra la politica e i cittadini, sono entrati nel Palazzo d’Inverno e adesso hanno un unico obiettivo: far passare i propri temi, ma soprattutto un modo differente di fare politica. La rotta si traccia ogni giorno, senza bussole né portolani, e il rischio di derive c’è. Ma se grande è la confusione sotto il cielo della politica italiana, la situazione può essere eccellente per chi spera in un “nuovo Rinascimento”. E invece di sperare e basta, cerca di costruirlo ogni giorno.

L’ASSEMBLEA. ISTANTANEE DA BEPPEGRILLO.IT
di Giovanni Stinco

«Qualcuno vuole emendare l’ordine del giorno? Altrimenti lo votiamo e iniziamo subito l’assemblea». Si apre così, con una formula che sotto le due torri anche le assemblee universitarie hanno scordato, una tipica riunione del movimento grillino bolognese. Riunione che però non si tiene nel cuore della zona universitaria ma nella sala polivalente del quartiere Savena. Per arrivarci bisogna camminare qualche minuto nella periferia di casermoni rosso mattone, storico serbatoio di voti di un PD che solo sei mesi fa si è fatto rubare proprio dai grillini 2.167 preferenze, il 6% dei votanti nel quartiere. Ottanta i presenti questa sera e una dozzina i simpatizzanti che per la prima volta si mettono in gioco presentandosi di persona e abbandonando lo schermo protettivo del proprio pc. Perché se è dalla rete che tutto parte è in rete che di solito tutto finisce. Seimila contatti tra facebook, newsletter e meetup ma solo 300 “attivi”, persone che escono dall’anonimato del web per partecipare con costanza a volantinaggi, manifestazioni e discussioni che non siano solo virtuali.

«Ci servono almeno 150 cittadini con l’elmetto» era lo slogan che su facebook preannunciava l’appuntamento di questa sera. Non saranno 150 ma come prima uscita pre-elettorale del movimento Grillo il numero dei presenti è incoraggiante. Di appuntamenti come questo ce ne sono due al mese. Più frequenti invece la assemblee degli “attivi” in cui ci si confronta, si propongono iniziative e si decide votando e, a volte, scontrandosi. Questa sera si discuterà delle liste che il movimento presenterà nei quartieri ed in comune alla prossime elezioni cittadine. Modera Marco Piazza, veterano grillino che ci tiene a spiegare da subito come funziona il progetto politico nato per volontà del comico genovese. «Una volta – spiega al microfono – usavamo esclusivamente Meetup, la piattaforma internet dove si può discutere e dove vengono inseriti documenti e appuntamenti. Ora Meetup è solo l’ultimo tra i vari strumenti che abbiamo a disposizione. Come punto di riferimento c’è il sito http://www.listabeppegrillo.it e poi quello per le elezioni regionali http://www.emiliaromagnainmovimento.it/».

Terminata l’introduzione partono le presentazioni dei nuovi arrivati. Inizia Christian, lavoratore dell’ATC che vuole coinvolgere i suoi colleghi autisti e promette di convincere 1800 persone. C’è poi Bruno, bolognese doc che lavora sopratutto di sera e non ha molto tempo ma che adesso ha deciso di impegnarsi: «sperando che voi non siate come gli altri». «Siamo nati apposta per essere diversi» è la risposta di Maria che poi passa la parola a Barbara, tutta rossa per l’emozione e un po’ intimidita dalla platea: «perché nel meetup di Rovigo siamo solo in 5 o 6. Vedere tutta questa gente mi commuove». Ogni intervento è accompagnato da sorrisi e applausi di incoraggiamento..

Poi prendono la parola quelli di Controllo Cittadino, l’associazione che a dicembre ha premiato il consigliere grillino Giovanni Favia con un bel 10 per la quantità di iniziative proposte in aula.  «Bisogna proseguire nella marcatura ad uomo della casta – spiega Giuseppe che si dichiara pensionato – ma il pensionato non voglio proprio farlo». E ricorda a tutti che sul suo blog è possibile leggere i resoconti delle convocazioni della giunta comunale bolognese.

Prende il microfono Maria, seduta accanto al moderatore e incaricata di redigere il verbale della serata: «E’ giusto continuare così, voi lo fate dall’esterno, noi lo facciamo dall’interno col nostro consigliere Favia. Giovanni è solo il nostro portavoce, dietro di lui c’è una rete di cittadini con cui collabora ogni giorno, con cui crea amministrazione condivisa».

Quello che più colpisce di un’assemblea del movimento 5 stelle è la collaborazione tra i suoi vari membri. Chi “ci capisce di numeri” si occuperà di Bilancio, l’architetto si interesserà all’urbanistica, l’avvocato darà una mano alla scrittura dello statuto del circolo locale. L’appassionato ciclista proporrà invece biciclettate settimanali per monitorare lo stato delle piste ciclabili cittadine e passare poi il materiale raccolto al consigliere di quartiere eletto nelle file del movimento. Favia diventa così solo la punta dell’iceberg di un’organizzazione che lavora, produce documenti e idee. Amministrazione collettiva secondo Marco Piazza, consigliere sociale per lo stesso Favia. La sostanza rimane la stessa per persone che sono state incantate dagli spettacoli di un comico che ormai è diventato un leader carismatico ed un ispiratore di masse. «E’ finito il momento del resistere. Ora è il tempo del costruire» ha scritto tempo fa Beppe Grillo sul suo sito letto da centinaia di migliaia di persone ogni giorno. Questa sera gli fa eco Marco Piazza che rilancia: «Vogliamo cambiare questa società e per questo ci chiamano utopisti. Rendiamo l’utopia realtà» E guardando i sei che per primi hanno mandato i loro curriculum proponendosi al movimento per entrare nelle liste elettorali chiede ad alta voce: «Allora chi si candida?»

INTERVISTA A GIOVANNI FAVIA
di Claudio Magliulo e Giovanni Stinco

«Ci basta un eletto. Perché se entra uno entra la webcam, il virus, il consigliere collettivo attraverso cui tutti possono essere informati e decidere». Ci accoglie così Giovanni Favia, consigliere comunale dei grillini bolognesi che ora lo candidano alle prossime regionali e puntano a mettere un piede in via Aldo Moro, anzi una webcam come dicono loro. Ventotto anni, qualche occupazione studentesca ai tempi delle superiori e poi nel 2002 la manifestazione no-global a Praga e la carovana della pace in Palestina organizzata dall’associazione Ya Basta e dai disobbedienti del TPO – ma lui ci tiene a precisare di non essere mai stato una tuta bianca. Poi 5 anni di sonno politico. «Appartenevo al popolo del non voto – dichiara senza mezzi termini – ma poi ho incontrato Grillo». Ed è nato l’amore. Prima come simpatizzante interessato ai temi ecologici, poi sempre più impegnato fino al grande successo del V2-Day che portò in Piazza Maggiore migliaia di persone contro l’ordine dei giornalisti, la legge Gasparri e i contributi per l’editoria. E in effetti il suo rapporto con la stampa cittadina è sempre stato quanto meno tormentato.

Quando Grillo ha lanciato la tua candidatura in regione Repubblica Bologna ha parlato di un matrimonio rovinato e di una sposa in lacrime.

«Non mi sembra che fosse quella la notizia. Comunque cerco di non attaccare i giornalisti perché ho bisogno della loro fiducia per fare passare i messaggi del movimento. Certo però che accadono cose strane. Nessuno scrive della mia candidatura in regione. E quando parlano del movimento ne parlano male. A volte è davvero svilente».

Perché questa diffidenza?

«Noi siamo una forza che fa proposte ma che picchia anche duro. Attacchiamo i grandi gruppi economici, Hera ad esempio che ha rapporti con Casentino [sottosegretario all’economia e alle finanze, nel 2009 ne viene chiesto l’arresto, poi negato dalla Camera, per concorso esterno in associazione camorristica, ndr]. Quando ho denunciato la cosa molti mi hanno detto: “non so se me la pubblicano”».

A marzo quanti voti sposterà Grillo e quanti Favia?

«Non c’è Grillo senza movimento e viceversa. La credibilità di Beppe ci è servita per fare breccia nella gente. Ora però ci voteranno solo per il nostro operato»

Cos’è il movimento a 5 stelle?

«Beppe vuole dare ai cittadini strumenti per giudicare la classe politica. Il senso delle 5 stelle è proprio quello del voto agli amministratori della propria città».

Qual è il vostro programma?

«E’ disponibile sul nostro sito. Tutti potranno commentarlo ed integrarlo attraverso  la rete. I contenuti più votati saranno adottati da tutto il movimento. Via web vogliamo consultare la base per tutte le decisioni politiche. Purtroppo per ora la piattaforma internet per la partecipazione non è ancora pronta, lo staff di Grillo la sta ultimando».

Nel vostro programma non si trova la parola crisi. Non vi sembra di trascurare i temi sociali?

«Ci stiamo ancora lavorando e aspettiamo i contributi di tutti. Per quanto riguarda la crisi preferiamo parlare di cambiamento. Non vogliamo rispondere alla disoccupazione con strumenti di 50 anni fa. Stimolare il Pil col piano casa o con i sussidi alla Fiat è folle in un momento di crescita demografica zero. Bisognerebbe invece puntare sui trasporti collettivi ed ecologici».

Grillo ha tentato di partecipare alle primarie del Pd a livello nazionale. Tu faresti la stessa cosa nel Pd bolognese?

«Mai. Loro hanno le truppe cammellate dai circoli, non servirebbe a nulla».

In Emilia Romagna il Pd ed il Pdl sono davvero uguali?

«Ci sono certamente delle differenze ma entrambi hanno la stessa idea di sviluppo. Che a  livello regionale significa totale condivisione del piano energetico, dei trasporti e di quello paesaggistico. In un sistema bipolare com’è possibile che destra e sinistra concordino su tutto, anche sulle grandi opere? Mi sembra un incantesimo come dice Grillo, una follia o forse la realizzazione del piano P2 di Gelli».

Allora siete vicini all’Idv?

«E’ un partito come tutti gli altri, lottizzato e pieno di opportunisti. Il mio giudizio etico non può che essere duro, anche su di loro. I voti che Di Pietro ha  preso negli ultimi anni sono nostri. Ce li riprenderemo».

La giunta Errani ha lavorato bene in questi ultimi 15 anni?

«No. Siamo una delle regioni più ricche del mondo ed è facile fare bene. Loro citano le statistiche italiane e rivendicano il primo posto, ad esempio nella sanità. Ma corrono contro il sud Italia. Se davvero sono l’eccellenza perché non si misurano col nord Europa? Perché negli ultimi 20 anni c’è stato un più 25% di cemento a livello regionale? In Sicilia c’è la mafia, qui invece cosa c’è?»

Cosa?

«Una cooperativa come Ansaloni che ha dato 25mila euro di finanziamento al Pd, ufficialmente. E solo 10mila ai terremotati dell’Abruzzo. E’ il sistema emiliano ad essere malato ed al collasso. Le società partecipate gestiscono tutto: trasporti, energia, acqua, informazione e ambiente. Ottocento nomine tutte politiche che hanno in mano la cosa pubblica. Come sceglie il centro-sinistra queste persone? Per lottizzazione?  O forse per amicizia? E quanti incarichi danno ad ognuno di loro? Sette o otto a testa per gestire una regione con un pugno di uomini. Errani su questo non apre bocca e quando lo fa non dice niente. Ad esempio sul piano territoriale di sviluppo».

E voi cosa proponete?

«Le opere pubbliche non sono di per sé una cosa cattiva ma devono premiare le piccole imprese del territorio, non le solite due o tre maxi-imprese che spesso vengono da fuori e si portano dietro le maestranze. Noi proponiamo un piano di riconversione energetica da 2 miliardi di euro coibentando tutti gli edifici. Attuando la raccolta differenziata porta a porta si creerebbero poi 5mila posti di lavoro a livello regionale. E soprattutto ci vuole trasparenza e un controllo costante sugli atti della pubblica amministrazione».

Aspirate ad un consigliere. Una webcam da sola non può decidere nulla.

«Innanzitutto vogliamo diventare maggioranza culturale prima che politica. Nei comuni riusciamo già ad incidere, a Bologna li marchiamo stretto. La nostra presenza fa bene perché migliora la trasparenza dell’amministrazione. E’ successo sotto le due torri e succederà anche in regione e, in futuro, in parlamento».

Ti candiderai alle politiche?

«Io non ho un mandato sulla persona. Faccio parte di un network di rete e sono uno strumento. E’ vero che contano le idee ma ci vogliono persone che abbiamo capacità di esprimersi e non si facciano mettere nel sacco dai professionisti della politica. Perché le cose che dico io le pensano tutti i nostri attivisti».

“Uno conta uno” che vuol dire?

«Che il voto è diretto ed è in rete, non ci sono segretari o delegati».

Alle regionali però ti hanno scelto 40 grandi elettori delegati dalla province.

«Un conto è la pratica, un conto la teoria. Purtroppo il portale per la democrazia diretta non è ancora pronto. Siamo ancora in formazione e per noi la sfida delle Regionali è una novità».

Cosa pensi di Delbono e del suo operato?

«Delbono si è comportato malissimo. Se si è dimesso è solo perché è stato costretto dai suoi. Il Pd ha criticato Berlusconi per 10 anni. Poi però il sindaco ha piazzato nel cda di Hera il suo avvocato. Come Berlusconi ha portato in parlamento Ghedini».

Cosa c’è dietro all’inchiesta sul Cup?

«Stanno mentendo a tutto spiano. Come Moruzzi [direttore generale di Cup 2000, ndr] che nega i suoi rapporti personali con Delbono. La stanno facendo grossa e la pagheranno».