La protesta dei ricercatori Unibo

Ricercatori o falegnami? Storia di un’assemblea

di Claudio Magliulo

Il primo dettaglio a colpire l’occhio sono le tante teste imbiancate e quelle orfane di capelli. I ricercatori strutturati (cioè a tempo indeterminato) dell’Università di Bologna sono raccolti nell’aula magna di Psicologia, composti e attenti. Circa 80 persone, età media pericolosamente vicina ai 50, stretti nei cappotti per il freddo che pervade l’aula non ancora riscaldata.

E’ il 12 di Ottobre. Per il giorno 14 è prevista l’approvazione del ddl Gelmini in una seduta-fiume alla Camera, e i ricercatori si incontrano per discutere e coordinarsi. La riforma sarà poi rimandata a dicembre, per contrasti, sembra, tra il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il moderatore, anche lui ricercatore Unibo, apre l’assemblea annunciando che un foglio girerà per registrare le firme di chi intende andare il 16 a Roma, alla manifestazione della Fiom, cui aderisce anche la Rete 29 Aprile e il coordinamento dei ricercatori precari. Servono almeno 50 nomi per formare un pullman. «Manifestazione, tra virgolette», la chiama, perché l’idea di scendere in piazza e protestare forse non si addice a chi ha creduto per anni di svolgere un ruolo di alto profilo professionale. Un ruolo che, con la riforma, dovrà scomparire. Per lasciare il posto a cosa? E’ questa la domanda a cui tentano di rispondere i ricercatori, scandagliando ogni piccolo emendamento discusso in commissione alla Camera. L’approccio è cauto, lontano anni luce dall’agitazione dei ricercatori precari e dalla forte politicizzazione delle assemblee degli studenti. Anche se tra quegli 80 sono in tanti ad aver negato la propria disponibilità a tenere lezioni (mettendo in questo modo in ginocchio la macchina delle Università), ora non si parla più di mobilitazione. Alcuni di loro sono già stati sostituiti da altri docenti, molti si sono tirati indietro. E gli ultimi 80 mohicani girano attorno ad uno specifico emendamento, in realtà cruciale: la modifica dell’articolo 5bis del ddl, nel quale si prevedono 1500 posti da professore associato banditi ogni anno dal 2011 al 2017. Totale: 9mila. E’ l’emendamento che, come denuncia Francesca, ricercatrice precaria, «serve solo a dare un contentino a chi finora si è reso indisponibile, mettendo in difficoltà il sistema universitario. Ma non c’è nessun discorso lungimirante, è solo un modo di mettere una pezza al problema». E la Ragioneria dello Stato, intanto, ha già informato il Parlamento che quella norma non ha copertura finanziaria. Uno specchietto per le allodole?

A metà assemblea interviene il prof. Sobrero, stretto collaboratore del rettore Ivano Dionigi, che riporta l’impegno di Unibo nell’emendare la riforma (concretamente si tratta di due emendamenti sulla governance dell’ateneo) e lancia un appello alla moderazione: «Confrontiamoci dentro gli spazi dell’università, non facciamo opposizioni». E a chi gli chiede di impegnarsi a nome del rettorato per garantire supporto alle ragioni dei ricercatori, Sobrero risponde lapidario: «Non sono venuto qui per assumere impegni o fare promesse». L’aria si scalda quando un ricercatore tra i più giovani si alza dalla platea per denunciare l’eccessiva arrendevolezza dei colleghi. Ma in tanti gli spiegano che il fronte è diviso e a decine sono ormai pronti a tornare in cattedra. E allora il massimo che si può chiedere ed ottenere è qualche posto per i ricercatori negli organi di gestione dell’Università, e nella potente commissione Statuto che scriverà le regole della nuova Università nell’era Gelmini. «Vogliamo un tavolo!» è il grido. E uno studente venuto per assistere all’assemblea esce dall’aula e sottovoce commenta sconsolato: «Questi non fanno i ricercatori, fanno i falegnami…». Alla fine il foglio delle firme torna quasi intonso: «Hanno firmato in quattro. Quindi niente pullman» decreta il moderatore. Amen.

 

Cronache dalla protesta universitaria

di Giovanni Stinco

Nessuno lo diceva apertamente, ma tutto sembrava già perduto. Anche i presìdi di fronte a Montecitorio e ai rettorati di mezza Italia apparivano, agli occhi dei più, come l’ultima stanca mareggiata di protesta prima dell’approvazione definitiva del ddl Gelmini, la riforma che avrebbe dovuto ridisegnare completamente la faccia del sistema universitario italiano. E in effetti alla vigilia della prevista votazione il clima era cupo, anche a Bologna. E’ invece bastato l’ennesimo dissidio interno di una maggioranza e di un governo sempre più litigiosi per fare saltare il banco e rimandare a data da destinarsi una riforma fino a poche ore prima data per approvata.

La davano già per approvata i ricercatori a tempo indeterminato, che ai giornalisti dichiaravano di “tenere alta la mobilitazione” e nelle loro assemblee interne disperavano di riuscire a mantenere ancora a lungo l’indisponibilità, il rifiuto di fare lezione gratuitamente. La davano già per approvata anche i loro colleghi precari, che appoggiavano le annunciate manifestazioni studentesche, ma poi sottovoce aggiungevano un emblematico “solo perché è giusto farlo”.

Dopo tutto la situazione non era delle migliori. I giornali avevano dato poca attenzione all’assemblea nazionale dei ricercatori precari che da tutta la penisola erano confluiti a Bologna per giocare la carta della delegittimazione della Crui, la Conferenza dei rettori delle università italiane. Un ente non espressamente previsto dalla legge ma che da anni di fatto tratta col governo a nome di tutte le università. “Non ci rappresenta più, i nostri rettori non li abbiamo nemmeno potuti votare”, hanno dichiarato i precari chiedendo il ritiro del ddl gelmini. La Crui invece non ha aperto bocca, se non per esprimere preoccupazione per eventuali ritardi nell’approvazione della riforma. Ma la notizia della delegittimazione non è passata e l’assemblea si è chiusa con un documento che è non è uscito dalle mailing list del movimento.

Poi è stato il turno dei ricercatori a tempo inderminato, fortunati perché non più precari ma colpiti dall’annunciata riforma perché il loro ruolo sarebbe sparito con il nuovo assetto dell’università italiana voluto dalla coppia Tremonti-Gelmini. Dopo aver dichiarato l’indisponibilità  a luglio e aver retto per mesi la pressione di Governo, Crui e Rettorato,  si sono ritrovati stanchi e sfiduciati alla vigilia del voto alla Camera del 14 ottobre. “Che ognuno scelga da solo se continuare a non insegnare o se tornare in aula”, ha chiesto una ricercatrice di Lettere, fino al giorno prima annoverata tra i duri e puri della protesta. Era solo stanchezza, e la presa di coscienza di essere sempre di meno. “Almeno due giorni, cosa vi costa aspettare fino alla votazione?”, si è ritrovato a supplicare in assemblea uno dei cordinatori della protesta. Alla fine, e con molte incertezze, è stato ascoltato.

Poi, a meno di 24 ore dal fatidico voto, la notizia bomba: “La ragioneria dello stato stoppa la legge, non c’è copertura finanziaria”. Frase che in una manciata di minuti è rimbalzata decine di volte sulla mailing list nazionale dei ricercatori. E l’effetto è stato dirompente. I dubbiosi hanno riguadagnato la determinazione di luglio, i rassegnati sono diventati euforici per la temporanea vittoria. Sicuramente una boccata di respiro per una mobilitazione partita troppo presto per i ricercatori e troppo tardi per gli studenti che, almeno a Bologna, dovevano ancora carburare.

Il resto è noto, con la manifestazione studentesca del 14 ottobre che ha fatto “gioiosamente irruzione” prima a Lettere e poi al rettorato. “Occupiamo la mensa”, ha urlato qualcuno, forse reduce dalle vecchie imprese del novembre 2005, quando al posto della Gelmini c’era la Moratti e la riforma dell’università, l’ennesima di una lunga serie, doveva ancora essere approvata. Nessuno lo ha ascoltato, soddisfatti com’erano tutti della giornata e di avere davanti a sé ancora tempo per provare a fermare la riforma dell’università.

L’Onda non c’è stata, ma per questa volta è andata bene lo stesso.

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La ricerca di Ferrara che non vale un soldo bucato per Stato e Regione

INCHIESTA

1 aprile 2010

di Claudio Magliulo

Un laboratorio di ricerca sull’energia solare che tira avanti grazie ai dottorandi. Un brevetto di livello internazionale che fatica a passare in produzione per incapacità (o avversione) del Governo. Perchè in Italia, si sa, la ricerca conta meno del due a briscola.

Sarà quasi certamente (manca ancora l’ufficialità) Domenico Sartore, referente italiano della multinazionale berlinese Solon, specializzata in energie rinnovabili, a rilevare la CPower di Ferrara e con essa brevetti di altissimo livello. Una grande occasione persa per il pubblico, che avrebbe potuto svolgere in questa partita un ruolo da protagonista, ma tra tagli alla ricerca e burocrazia, non ha avuto scelta.

All’inizio coordinati dal professor Martinelli (dipartimento di Fisica di Ferrara) e in seguito all’interno di CPower, un gruppo di ricercatori aveva intrapreso un percorso di ricerca sulla tecnologia “a concentrazione”. Successivamente, in CPower, la ricerca si è concretizzata in un rivoluzionario pannello fotovoltaico, il Rondine. Funziona così: ognuna delle cellette che compongono il pannello è composta da un sistema di specchi che riflettono e concentrano la luce solare su una superficie molto ridotta, consentendo di utilizzare un quantitativo di silicio (componente fondamentale che trasforma la luce in elettricità) 25 volte inferiore e abbassare sensibilmente i costi mantenendo intatta la produttività.

Un’innovazione che fa gola a tanti e che ci consentirebbe di diventare un Paese produttore di pannelli come Germania e Giapponeinvece che esclusivamente acquirente. Il grosso del margine nel business solare, infatti, non viene certo dall’elettricista che installa il pannello da 6 kilowatt sul tetto di casa. Viene dalla produzione industriale di pannelli fotovoltaici, su brevetto esclusivo.

In altri Paesi europei esiste una programmazione in materia. Nel nostro, manco a dirlo, non si prende per fame solo la ricerca di base (ad esempio depotenziando l’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), ma anche quella applicata, che pure ha dimostrato di poter dare risultati straordinari per il sistema-Paese. Il team di ricercatori ha calcolato che per ogni pannello costruito secondo il loro brevetto, il risparmio nei costi sarebbe del 50%. Anche a Ferrara, comunque, hanno capito da tempo che pietire fondi dalle istituzioni non paga, e hanno scelto la strada dello spin-off. Tre anni fa, quando la tecnologia non era ancora definitivamente pronta, si è costituita la CPower (tra i soci Carife, Università di Ferrara, e alcuni imprenditori tra cui Domenico Sartore, principale finanziatore) per completare la fase di ricerca e progettazione ed iniziare la produzione industriale. Fino a quel momento tutto fatto in casa dell’Università, grazie ad una specifica forma di contratto che consente alle società costituite per lo spi-off da ricerche universitarie di usufruire, a pagamento, dei locali dell’Università. Le attrezzature, ovviamente, a carico della CPower.


Ma qui sorgono i problemi. Perché per montare i pannelli solari lo Stato concede un incentivo, il Conto Energia, che consente di ammortizzare sensibilmente i costi dell’installazione
: chi possiede l’impianto ha la possibilità di vendere l’energia prodotta alla rete elettrica. In media l’impianto si ripaga in pochi anni, mentre l’incentivo ne dura 20. Ma il decreto ministeriale specifica quali tecnologie di pannelli sono ammesse e quali no. Alla CPower i tecnici di Scajola hanno fatto sapere che la loro tecnologia non sarebbe stata inclusa nel  Conto Energia. Almeno fino al 2011, quando entrerà in vigore il nuovo Conto, di cui già circola una bozza. «Un veto incomprensibile – ha commentato ad Energia24 Marco Stefancich di CPower – e che a volte ci fa pensare a manovre di lobby contro di noi».

Per coincidenza, giusto un anno dopo l’approvazione del primo Conto Energia la Arendi, produttrice di pannelli a fotovoltaici a film sottile (altra tecnologia innovativa), ottenne, forse anche grazie ai buoni uffici della socia (nonchè presidente di Confindustria) Marcegaglia, che il suo prodotto fosse incluso nel decreto. Ma la CPower non aveva santi in Paradiso: di certo non Assosolare, l’associazione dei produttori di pannelli solari, per la quale «il Conto Energia  va benissimo così com’è». Senza pannelli a concentrazione che, se fossero stati immediatamente commercializzabili, avrebbero fatto perdere una grossa fetta di mercato ai produttori di pannelli “classici” rappresentati da Assosolare.

E nel frattempo, manco a dirlo, la CPower è finita in liquidazione volontaria: vallo a spiegare alle banche che, forse, nel 2011 sarai messo alle stesse condizioni dei tuoi concorrenti. In un mercato “drogato” dagli incentivi, non potervi accedere significa restare fuori dalla partita. E tre anni di start-up sono insostenibili per qualunque azienda. Ma al ministero questo lo sanno bene.

Per sostenere i costi di una tecnologia così avanzata ci vogliono ingenti risorse. I privati, Sartore in testa, ci hanno già messo un milione di euro. L’ateneo di Ferrara, invece, piange miseria come tutte le università e i centri di ricerca italiani. E i ricercatori sopravvivono come possono. Quelli che hanno deciso di fondare CPower e lasciare l’Università, seguono le vicende della loro azienda e non mollano. Nel laboratorio del dipartimento di Fisica, invece, si lavora a ranghi ridotti. Il quotidiano lo gestiscono quattro dottorandi. Unico stipendiato dall’Università il responsabile scientifico Martinelli, mentre al ricercatore Vincenzi lo stipendio di 1.500 euro al mese lo paga il Cnism, uno dei tanti istituti che ogni tanto fa un bando per finanziare la ricerca. «Formalmente è una borsa di studio», sorride amaro. E se gli si chiede cosa si aspettava quando è tornato dall’estero risponde con una battuta: «Non mi aspettavo certo i ponti d’oro, ma qua non ci fanno manco i ponti tibetani!». Nel frattempo Martinelli e Vincenzi si stanno concentrando tra le altre cose anche su un’altra linea di ricerca, quella sui “substrati”, la materia prima di un possibile pannello fotovoltaico. Una ricerca importante che necessita di fondi e investimenti.

Appurata la mancanza di interesse per la ricerca da parte del governo, i problemi finanziari restano intatti: con i fondi di Ateneo, infatti, ci si paga a stento il telefono. E la Regione? Tra le risorse del Fondo europeo di sviluppo regionale c’è un asse di finanziamento dedicato tutto alla ricerca, ma quei fondi viale Aldo Moro preferisce vincolarli al mastodontico progetto dei tecnopoli. Saranno forse 10 in tutta la regione (con oltre 50 tra strutture di ricerca e centri per l’innovazione), e coinvolgeranno le Università e gli istituti, come il Rizzoli, che già hanno entrature presso il governo regionale. Solo per l’esercizio finanziario del 2010, l’assessorato alle Attività produttive ha in cassa circa 35 milioni di euro per finanziare questo progetto. Ma le prime attività di laboratorio si vedranno non prima del 2016. Nel tecnopolo sull’energia, manco a dirlo, il laboratorio di Ferrara non è stato incluso.

Per sostenere una ricerca come quella di Martinelli e Vincenzi, invece, basterebbero 15 milioni di euro, su base pluriennale. E’ difficile fare delle stime, ma è certo che il settore delle energie rinnovabili può costituire un asse portante della competitività regionale e nazionale. Prendendo come semplice esempio la CPower, se la produzione di pannelli a concentrazione andasse avanti, sarebbero elevatissime le ricadute per il sistema regionale. Basti pensare solo all’ulteriore attività di ricerca possibile con gli utili della CPower, per non parlare dei tetti solari in più installabili grazie al costo ridotto di questa tecnologia.

Ma anche la Regione tace. O meglio, preferisce investire in “centri di eccellenza” che allo stato attuale non assicurano alcuna eccellenza in più di quella già a disposizione dei singoli laboratori ed istituti meritori che andranno ad abitarli.

Alcune dirette concorrenti di CPower, invece, come la tedesca Concentrix e l’americana Solfocus, hanno avuto oltre 100 milioni di finanziamenti statali o da gruppi industriali, come raccontano dal team di CPower. «Basterebbe solo che i nostri imprenditori diversificassero di più, dando spazio anche alle tecnologie per l’energia rinnovabile tra le proprie attività» spiega l’ing. Zurru.

Si può essere ottimisti, a Ferrara? Certo. Qualcuno potrebbe credere nel progetto di CPower e investirci, sempre che il governo decida di sbloccare l’accesso agli incentivi del Conto Energia. Ma le speranze sono riposte sempre e solo in un gruppo di dinamici ricercatori fuoriusciti dalle secche della burocrazia universitaria e nella lungimiranza di chi vorrà sostenerne il lavoro.

Il pubblico, come d’uso, non è pervenuto.

Sul suo sito la grande multinazionale tedesca delle rinnovabili, Solon, scrive: «Siamo combattenti che si battono con passione per una svolta ecologica sul mercato dell’energia. Con le nostre innovazioni rivoluzioniamo lo sfruttamento dell’energia solare». Ed ha anche un motto, alquanto significativo: «Don’t leave the planet to the stupid». Chissà, alla fine della storia, chi avrà fatto la figura dello stupido, e chi no.

 

INCHIESTA

Piano energetico regionale: tanti progetti e impegni di spesa,

ma dopo 3 anni non si muove ancora nulla

di Claudio Magliulo

 

La Regione ha i suoi tempi tecnici, si sa. Purchè non diventino biblici.
E’ quello che accade con il Piano energetico regionale: sarebbe da tre anni lettera morta, se non fosse per gli incentivi statali e il dinamismo dei privati. Che investono in energie rinnovabili, nell’attesa che i tanti progetti di viale Aldo Moro diventino operativi. E soprattutto che inizino ad erogare i sospirati fondi per l’ambiente e l’energia. Il Piano, approvato nel 2007, fissava l’asticella: entro il 2010 riduzione nei consumi di energia da fonti non rinnovabili per l’equivalente di 2.000 tonnellate di petrolio; aumento sensibile delle energie rinnovabili; investimenti complessivi (privati) per oltre 5 miliardi di euro. La Regione aveva inizialmente previsto di mettere sul piatto circa 85 milioni di euro nel triennio 2007-2010, che strada facendo sono diventati 137. Queste risorse erano solo una piccola parte di quei 5 miliardi attesi, ma non hanno mai raggiunto i destinatari. Il programma di investimenti, infatti, è partito con notevole ritardo, e solo negli ultimi mesi sono iniziate le prime erogazioni di fondi. La carne al fuoco era tanta. Nel Piano si prevedevano: programmi di riqualificazione energetica degli enti locali; sostegno alle aziende per la riqualificazione energetica; riconversione (e ampliamento) di alcune aree industriali in senso “ecologico”; messa in opera di un sistema per la certificazione energetica degli edifici; creazione di “tecnopoli” per la ricerca. A che punto sono tutti questi progetti?

Gli Enti locali e le aziende

Con il bando “500 tep”, obiettivo la riduzione dei consumi energetici da fonti non rinnovabili di almeno 500 tonnellate equivalenti di petrolio, la Regione finanzia con 3,2 milioni di euro (circa il 40% della spesa totale) l’installazione di pannelli fotovoltaici, impianti geotermici, etc. 268 i progetti presentati, di cui 39 da enti pubblici (prevalentemente amministrazioni comunali). Il bando scadeva a Novembre 2009, ma fino ad ora nessuno ha visto ancora un centesimo di questi fondi. Sono 130, invece, le aziende finanziate per la costruzione di impianti di energie rinnovabili: 15 milioni di euro in totale. Ma anche qui le erogazioni sono ferme. Allora come si spiega il raddoppio del solare fotovoltaico registrato nell’ultimo anno? Per Costantino Lato, dell’ufficio studi di Gse (il gestore del servizio elettrico che agisce come intermediario per la vendita e l’acquisto di energia da fonti rinnovabili), il merito è tutto del Conto Energia: «La crescita è dovuta mediamente ad impianti piccoli o piccolissimi realizzati da privati, che godono del finanziamento statale. Neanche uno di quei kilowatt di potenza è stato generato da investimenti della Regione».

Le Apea

Si chiamano Aree produttive ecologicamente attrezzate: nella pratica un piano per la riconversione delle vecchie zone artigianali al consumo di energia da fonti rinnovabili, insieme ad un’espansione del tessuto industriale. Che negli accordi tra Provincia e Unioni di Comuni è però diventato l’elemento fondamentale. Per questo asse di intervento il bilancio regionale prevede oltre 50 milioni di euro, 98 i progetti approvati. In provincia di Bologna non è partito ancora nulla, però. Come spiega l’architetto Vignali, dell’Unione Reno Galliera: «Per ora i sindaci stanno esaurendo le aree già previste nel piano regolatore. Le Apea sono un di più. Quando le aziende smetteranno di chiudere forse partiremo…». In totale dovrebbero essere 14 le Apea tra Porretta e San Pietro in Casale. Il “di più” saranno centinaia ettari di terreno agricolo cementificato per fare spazio alle esigenze dello sviluppo industriale. Che quando il piano è partito tre anni fa sembravano inesauribile, e che adesso, nell’ombra lunga della crisi, appaiono un miraggio.

Qualificazione energetica e certificazioni

Dallo scorso anno è obbligatorio, per vendere un immobile, produrre un certificato energetico dell’edificio che lo collochi in una classe di consumo, come per gli elettrodomestici, dalla A (meno di 1,5 litri di gasolio per mq/anno) alla G (più di 16 litri di gasolio per mq/anno). Per una casa standard di 70 mq la spesa per energia (riscaldamento, elettricità, raffreddamento, elettrodomestici) potrebbe variare dai 120 euro all’anno per gli edifici in classe A agli oltre 1300 euro di una classe G. A Luglio 2010 scatterà l’estensione ai contratti d’affitto, ed è evidente quali possano essere le conseguenze sul mercato. Quasi sempre, infatti, i proprietari degli immobili chiedono l’intervento di un certificatore energetico nel momento in cui vendono o affittano. E le sorprese spiacevoli non mancano. Ma chi sono gli oltre 2mila certificatori energetici già registrati in ognuna delle varie province emiliane? La legge regionale prevede che siano tecnici con esperienza pluriennale nel settore della certificazione energetica o nella costruzione di edilizia sostenibile. Ma è evidente che per il numero imponente di edifici che andranno progressivamente valutati e certificati (oltre 2 milioni solo gli appartamenti) l’esiguo numero di chi aveva già esperienze non basta: e spuntano i corsi di aggiornamento, un centinaio finora quelli accreditati. Come il corso realizzato da Futura, società pubblica per la formazione professionale: dura 60 ore, per un costo di circa 900 euro, e vi possono accedere ingegneri, architetti, ma anche geometri e periti industriali. E c’è una certa differenza tra uno studio di architettura con 30 anni di esperienza sulle spalle e un neo-perito o geometra con poche ore di aggiornamento alle spalle. L’Emilia-Romagna è una delle pochissime regioni ad aver previsto un albo dei certificatori, ma viale Aldo Moro dovrà faticare non poco per assicurare un controllo rigoroso del sistema. Un business su cui si stanno buttando tutti, come racconta l’architetto Viola, cerificatore esperto: «L’Albo è una cosa meritoria, perchè in altre regioni è il Far-west. Solo che gli iscritti aumentano come le cavallette. E in tempi di magra tutto fa brodo, a scapito della serietà professionale».

Ma chi controlla?

E gli obiettivi di riduzione delle emissioni e del consumo di energia da fonti fossili, sono stati raggiunti?
Non è dato saperlo. Nel Piano energetico si stabiliva a pagina 43 che l’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) avrebbe controllato gli impatti ambientali e lo stato di avanzamento del Piano. Ma «nulla è stato formalizzato in questi tre anni tra la Regione e l’Arpa – spiega Michele Sansoni, della direzione tecnica- nè per realizzare studi e aggiornamenti, nè tantomeno per gestire il database su emissioni, consumi di energia, etc. Non so a chi si siano rivolti…».

La direzione generale alle Attività produttive, commercio e turismo rivendica il lavoro svolto e le risorse messe in campo. «I fondi sono stati già assegnati» scrivono in una nota, precisando che «l’erogazione del contributo non è molto significativa, perchè dipende dalla data di avvio e conclusione dei lavori di realizzazione dell’intervento oggetto del contributo». E in un comunicato stampa, l’assessore regionale Campagnoli dichiara che «complessivamente sono stati messi a disposizione del sistema produttivo regionale 93,4 milioni di euro». Ma una cosa è prevedere delle risorse, altra cosa è erogarle in modo celere, efficace. In questi tre anni il Piano energetico non ha ancora sortito risultato. Si spera che nei prossimi tre tutti questi impegni di spesa diventino risorse reali. Oppure il treno per l’economia verde potremmo rischiare di perderlo.